Eugenio Finardi: in Italia la gente é più sincera, la vita é più vera

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(di Michele Piccinnu, detto Piccoli) Cominciai ad  ascoltare con interesse Eugenio Finardi  dopo l’album “SUGO”  uscito nel 1975,  ma  da me acquistato un paio di anni dopo in un polveroso negozio di dischi ad Olbia. Ero sceso al porto dopo aver racimolato qualche  migliaio di lire dagli zii, come compenso pe la mia particolare dedizione allo studio dimostrata nel voler riparare alle insufficienze scolastiche durante le mie  vacanze estive ( in realtà mi chiudevo  in camera fingendo di studiare  e con un piccolo mangiadischi  consumavo per ore i 45 giri  in voga in quel periodo).

In quell’ album  ci sono due canzoni che hanno segnato la mi adolescenza: “Musica Ribelle” e guarda caso “ La Radio “.

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I testi delle canzoni di Finardi rappresentavano per molti  il desiderio di libertà che stava nascendo in quel periodo e che poi si trasformerà  negli anni seguenti  nel risveglio collettivo  delle manifestazioni  degli operai e degli studenti. “Occupazione” , “Autogestione” divennero  i sostantivi piu’ utilizzati  in quel periodo.

Le radio libere cominciavano le loro prime apparizioni nell’etere, dopo  il monopolio di Radio Montecarlo cominciammo a sentire voci diverse anche sul nostro territorio, a Milano nasceva Radio Milano International, a Viareggio Radio Mare.

Eccoci arrivati alla svolta epocale,  la ribellione sociale purtroppo poi sfociata negli anni di piombo, l’idea di libertà che arrivava da una riconquistata consapevolezza globale  e i nuovi strumenti mediatici  per la divulgazione: La Radio Libera.

La  canzone di Eugenio Finardi “ LA RADIO “ divenne l’inno delle nascenti radio libere,  che allora lo erano davvero.

Amo la radio perchè arriva dalla gente entra nelle case e ci parla direttamente e se una radio è libera ma libera veramente mi piace ancor di più perché libera la mente.

 Musica Ribelle, l’atro singolo dell’album,  diventa tra i dischi piu’ suonati nelle radio e ascoltati dai giovani.

 “E` la musica, la musica ribelle, che ti vibra nelle ossa che ti entra nella pelle, che ti dice di uscire, che ti urla di cambiare di mollare le menate e di metterti a lottare” 

 Come sempre, per  le note biografiche, rimandiamo  alle numerose pubblicazioni esistenti.

 

Ho avuto il piacere di incontrarlo  in occasione del Tour radio per l’album “ACCADUEO”.

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Aspettavo con  ansia  uno dei miei artisti preferiti, lo avrei intervistato negli studi di Radio Massarosa Sound; era un pomeriggio primaverile  e  davanti all’ingresso dell’emittente un nutrito gruppo di ammiratori lo aspettavano  e io  mi preoccupavo che le mie domande  fossero all’altezza  di un tale personaggio,  sicuramente colto e per certi versi poco incline alle banalità ( cosi’ mi era stato riferito). Mi sbagliavo su tutto.  Eugenio  fu di una disponibilità  unica, l’intervista fu la classica chiacchierata a promozione dell’album, ma fuori dallo studio  per alcune ore fu molto diverso. Parlammo del  suo periodo  di studi  in USA ( Finardi  ha doppio passaporto,  la madre era  statunitense ) , di sua figlia Elettra,  affetta dalla Sindrome  di Down  a cui aveva dedicato un album.

 

Mi permisi di entrar in questa intimità raccontando del mio amore per uno zio anch’esso affetto dalla Sindrome. Si instaurò un rapporto sincero che  andava oltre i nostri ruoli che ci volevano assieme in quel pomeriggio. Parlammo di Fabrizio de Andre’ , che lo aveva voluto con lui  come musicista e mi raccontò alcuni aneddoti sulla maniacale ricerca della perfezione di Faber e infine il dialogo finì anche su Alberto Camerini, ecclettico  musicista italo-brasiliano che io avevo conosciuto anni prima in uno dei suoi rari momenti di parziale normalità! Mi scappò di chiedergli  come avesse fatto a sopportarlo: mi confidò che Alberto,  nella sua ludica follia,  era un creativo straordinario,  insomma quando si dice che un genio è anche un po’ folle, beh, è tutto vero!

Gli raccontai  dell’acquisto del disco SUGO  ad Olbia. Mi confido’ che lui aveva da sempre avuto un’anima ribelle, che quel disco  ricco di sonorità americane  lo amava molto; a deluderlo successivamente  e’ stata la gente ,  non vi era piu’ ribellione nell’aria , non c’era piu’ desiderio di lottare, ci eravamo omologati in peggio.

Gli dissi che lo avevamo capito  con la canzone Dolce Italia.

“Ma poi tornati qui a Milano sembrano tutti americani. Vivono vite di sponda ciechi ai loro problemi. Vorrei metterli su di un Jumbo e poi fargliela vedere quell’America senza gioia, sempre in vendita come una troia“.

Ascoltiamole  quelle canzoni che anche oggi sono per me antidoto alla normalità globale estremamente noiosa e apatica: Non è nel cuore e Musica Ribelle.

 

 

 

 

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