Harvest: un ‘raccolto’ d’amore e di ricordi

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(di Michele Piccinnu, detto Piccoli) Colpito dal titolo, che richiamava in qualche modo le mie estati in Sardegna e i racconti di mio padre e mia nonna riguardo alla mietitura e al raccolto del  grano , qualche anno dopo (credo fosse l’estate del 1974)  ascoltai per la prima volta l’intero album Harvest di Neil Young. Devo dire quasi obbligatoriamente  in quell’estate torrida, quando mia nonna  pensava di spaventarmi  dicendomi che non potevo uscire il pomeriggio perché  c’era La Mamma del Sole ( la mamma di lu soli ) che ti faceva impazzire rubandoti la mente .

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Devo dire che una scusa mai fu così propizia per passare il pomeriggio ad ascoltare musica nelle case degli amici e soprattutto delle amiche: quell’anno, e poi negli anni successivi, compresi che una Laurea ad honorem in musica mi avrebbe fatto da apripista nelle discussioni e nei primi approcci amorosi .

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Neil Young mi colpì moltissimo e finii per diventarne  un patito  ( non ‘fan’, odio questa definizione!); successivamente un amico grafico, che seguiva i miei programmi in radio, mi disegnò un adesivo enorme  che stilizzava l’album e il nome di Neil Young che io appiccicai alla mia prima auto, una Renault 4. Particolare non secondario, non so se per l’auto o l’adesivo, credo in quegli anni di essere stato fermato dalle forze dell’ordine per controlli almeno  tre – quattro volte la settimana. Si diceva che  sia il veicolo che la tipologia di musica ostentata  richiamasse a qualche tremendo consumatore di  sostanze stupefacenti. Confesso  che sino ad allora  il massimo dello sballo consisteva in un paio di  medie rigorosamente Ichnusa  (birra sarda)  ai vari spuntini galluresi, dove  l’unica sostanza stupefacente ammessa era appunto la Birra.

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Ma veniamo al disco.  Secondo me uno dei  piu’ belli della storia  rock statunitense  (Neil Young è comunque Canadese) e non sono solo io a dirlo, è infatti stato annoverato a pieno titolo tra i primi 100 migliori album secondo la rivista Rolling Stone, allontanatosi dai Crazy Horse  per  la particolare dedizione all’eroina del chitarrista Danny Whitten, a parer mio mai occasione fu più propizia  (complice anche una situazione fisica che lo costrinse a stare fermo per molto tempo a causa di seri problemi alla spina dorsale), questo conferma  che  riflessione e sofferenza risvegliano in molti quella spiritualità che per un artista del calibro di Neil Young si tradusse in HARVEST.

 

Heart_of_Gold_by_Neal_Yound_single_coverUn album inquadrabile nel cosiddetto Country Rock  (le etichette mi sono sempre state  tremendamente antipatiche), molto malinconico in alcune canzoni come la stessa Title Track, sognante  descrizione di un amore per una ragazza.

 

 

 

 

 

 

Resta nel mio cuore Heart of Gold,  l’unica  canzone di Neil  Young  giunta in vetta nella prestigiosa classifica Billboard e amata dallo stesso Young piu’ di ogni altra, decisamente allegra sullo stile west coast anni ‘70 (vedi Jefferson Airplane, i Grateful Dead, i Byrds, i Buffalo Springfield, James Taylor etc.) cantata e suonata con la chitarra acustica e armonica (poteva stare solo seduto per i problemi alla schiena sopra citati) e la partecipazione di James Taylor e Linda Ronstadt . Heart of Gold e’ la classica canzone da ascoltare in compagnia di una persona cara ( ritornano i ricordi di adolescente ) o mentre si guarda attraverso i finestrini di un treno,  quel treno che da Civitavecchia mi portava a Viareggio, cittadina della Versilia che qualche anno dopo mi permetterà di passare Harvest da una radio  o di scrivere due righe su questo portale.

 

 

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