di Annarita Garganese
«All’inizio non c’era differenza tra parlare e cantare».
Con questa intuizione Maurice Merleau-Ponty richiama l’origine sonora del linguaggio umano, ricordando come la parola, prima di farsi concetto, nasca come ritmo, inflessione e modulazione della voce, nella sua dimensione più vibrante e incarnata. Il linguaggio primordiale, infatti, non era ancora separato dalla corporeità del suono: più che un semplice strumento logico, si configurava come un atto creativo in cui senso e voce si intrecciavano originariamente, in prossimità del canto.
Questa consapevolezza prende forma in Play Your Voice, il metodo sviluppato dalla giornalista e public speaker Abha Valentina Lo Surdo e presentato nel volume L’arte di parlare in pubblico, edito da Edizioni Curci.
Nel campo del public speaking l’attenzione si concentra spesso sulla costruzione dei contenuti: la tenuta dell’argomentazione, la chiarezza dell’esposizione, l’efficacia delle formule. Più raramente si attribuisce la stessa centralità a un elemento altrettanto decisivo: la voce. Eppure ogni intervento pubblico, prima ancora di essere compreso, viene ascoltato; prima ancora di persuadere, produce un’impressione sonora.
Il metodo Play Your Voice insiste proprio su questo punto: la voce non è un semplice strumento, ma una manifestazione immediata di ciò che siamo. Prima ancora di trasmettere un significato, la parola giunge all’altro come energia sonora: possiede un ritmo, un tempo, un tono, un volume, e ciascuno di questi elementi orienta in modo decisivo la percezione di chi ascolta. Abha Valentina Lo Surdo individua in questi quattro parametri, tipicamente musicali, le coordinate fondamentali di una comunicazione più incisiva, viva e consapevole. Il discorso pubblico viene così concepito come una vera e propria partitura, capace di alternare slanci e pause, intensità e distensione.
In questa prospettiva, lo speech assume quasi la forma di una composizione. Si articola in un’apertura capace di catturare l’attenzione, in una sezione più stabile e argomentativa, in un momento più raccolto e riflessivo, vicino all’ascoltatore, e infine in una chiusura dinamica, pensata per lasciare una traccia nella memoria. Non si tratta soltanto di organizzare bene un discorso, ma di costruirne l’andamento, il respiro, la temperatura espressivaed emotiva.
Uno degli aspetti più originali del metodo è l’uso della musica come strumento di preparazione. L’autrice suggerisce di costruire una breve playlist personale composta da quattro brani, ciascuno associato a una diversa fase dello speech. L’ascolto musicale diventa così un modo per interiorizzare ritmo, intensità e modulazione della voce; preparare un intervento, in questa prospettiva, assomiglia meno a un addestramento tecnico che a un lavoro di interpretazione. La musica, in questo senso, non accompagna semplicemente la parola: la precede, la orienta, ne affina il gesto.
Al di là degli aspetti pratici, il libro richiama implicitamente una tradizione di pensiero più antica. Nella filosofia pitagorica, il suono e l’armonia non erano soltanto fenomeni estetici, ma principi di ordine e di proporzione, capaci di ristabilire equilibrio nell’animo umano. La musica, in questa visione, metteva in rapporto l’interiorità dell’uomo con una misura più ampia, cosmica. Trasferita sul piano della comunicazione, questa idea suggerisce che la voce non sia soltanto il mezzo con cui si veicolano informazioni, ma una forma di relazione, una vibrazione capace di generare sintonia, presenza, ascolto.
Non è un caso che una simile concezione trovi eco anche nella tradizione cristiana. «In principio era il Verbo», si legge nel Prologo del Vangelo di Giovanni. Il logos vi appare non come semplice parola pronunciata, ma come principio generativo di relazione e di senso. In questa prospettiva, parlare non significa soltanto articolare un contenuto, ma dare forma a un suono che diventa incontro.
È forse proprio qui che il metodo di Abha Valentina Lo Surdo mostra il suo aspetto più significativo. Più che offrire una serie di tecniche per rendere la parola pubblica più efficace, esso richiama l’attenzione su una dimensione spesso trascurata della comunicazione: la sua natura relazionale e sonora. Parola e ascolto, in questa luce, non sono momenti separati, ma elementi che si definiscono reciprocamente. La voce, allora, non è soltanto veicolo del contenuto, ma il luogo in cui il discorso prende corpo, intensità e presenza.
Ne emerge un’idea di comunicazione che non coincide semplicemente con la trasmissione di un messaggio, ma con la capacità di creare le condizioni perché quel messaggio possa essere realmente accolto. In un contesto comunicativo sempre più segnato dalla rapidità e dalla semplificazione, il volume ha il merito di riportare l’attenzione su ciò che spesso resta in secondo piano: la qualità della voce, la responsabilità dell’ascolto, il valore della presenza. È qui, più che nella tecnica in senso stretto, che il libro esprime il suo contributo più significativo, offrendo una riflessione che merita di essere letta non solo da chi si occupa di public speaking, ma da chiunque voglia interrogarsi sul rapporto tra voce, parola e ascolto.
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