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Recensione dell’album “17” di EMIS KILLA e JAKE LA FURIA.

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di Alessandro Nesti

È andata esattamente come si aspettavano, “17” ha avuto l’effetto desiderato: quello di una bomba atomica sganciata sulla scena del rap italiano, per fare piazza pulita delle contaminazioni e della superficialità.

E se si considera che la copertina di “17” mostra i due a cavallo sullo sfondo di una città distrutta da un’esplosione nucleare, iniziamo subito a capire dove questi due malandrini vogliono andare a parare.

Emis KIlla e Jake La Furia sono riusciti a sollevare un polverone di polemiche già dalla traccia introduttiva dell’album, intitolata “Broken Language”, ed è esattamente quello che volevano: tornare a far sentire la propria voce dopo anni di lontananza da ciò che li ha resi celebri, la strada.

“Broken Language” è un gancio destro dritto in faccia al perbenismo e al politically correct, oltre che alle nuove mode musicali: ‹‹Tu sappi che qua non si trappa›› è il primo verso del disco, pronunciato da un Jake La Furia che sfoggia una sicurezza nelle strofe da far pensare che tutto quel reggaeton degli ultimi anni non abbia nemmeno scalfito la sua vena compositiva. Alle sue rime si unisce subito Emis, sfacciato, arrogante, il bad boy di sempre, in una combo che lascia presagire qualcosa di mai visto nel rap italiano.

E se le critiche sono arrivate prima di subito, in merito agli ultimi versi del brano, tacciati di incitamento al femminicidio, la pronta risposta dei due è stata la difesa della licenza poetica, e la netta presa di posizione contro l’ascoltatore che non va oltre la lettera del testo e non dà valore a quello che è, senza filtri e senza censure, il linguaggio della strada. Linguaggio che non può essere colto e perbenista, su questo i due hanno insistito molto, nell’intervista rilasciata ad “Esse Magazine”, ma ha codici che l’Italia fatica ancora a metabolizzare, soprattutto, e questo è comprensibile, tra le generazioni dei nostri nonni e genitori.

Chi muove queste critiche tenga però presente che Emis e Jake sono padri, rispettivamente, di una bambina e di due maschietti (“17” è il titolo dell’album perché tutti e tre i figli sono nati in data 17, numero che i due rapper si sono tatuati sullo zigomo sinistro), e rivendicano uno spazio, quello della propria arte, nel quale la comunicazione del messaggio avvenga con i codici della strada.

Strada che è uno dei temi fondanti di questo lavoro in studio, assurta a giudice incontestato del valore artistico di una carriera. Un giudice il cui verdetto vale più delle Lamborghini, più degli abiti firmati, più della droga e delle donne, unico e solo valore che conta.

E insieme alla strada, i rapporti di amicizia che qui vi si instaurano, a volte traditi, ma più spesso onorati, sono la malta che tiene insieme l’edificio del rap italiano.

Questo è il messaggio che i due hanno affidato ai 17 brani, ricchi di collaborazioni frutto di rapporti di amicizia con antiche leggende e nuove leve del rap italiano.

Proseguiamo la disamina con “Malandrino”, accompagnata da un videoclip in bianco e nero che alterna scorci dei quartieri della Milano bene e di quelli degradati della periferia, a scene simboliche della vita criminale. Tutto ciò accompagnato dal flow preciso e sinergico dei due rapper, che sfornano un ritornello molto orecchiabile (e citazioni dalle più note serie tv italiane sulla malavita, “Suburra” e “Gomorrra”), tanto da rendere la traccia il primo singolo estratto. A questo proposito, i due artisti hanno dichiarato che la scelta del singolo è dovuta a ragioni principalmente commerciali e radiofoniche, sostenendo che al contrario considerano questo lavoro come uno scorrere non intermesso, un unico fluire delle canzoni dall’inizio alla fine, senza stacchi netti tra il singolo da passare in radio e gli altri brani, e su questo ci trovano totalmente d’accordo.

La terza traccia, “No Insta”, che vede il primo featuring dell’album, con Lazza, artista della scena milanese, è una presa di posizione ferma contro gli atteggiamenti vistosi e superficiali delle nuove generazioni, in particolare sul social network Instagram, dove i comportamenti sono ostentati per nascondere l’assenza di riferimenti, che al contrario per Emis e Jake sono sempre stati la strada e le amicizie che qui vi si formano.

Un’accusa al “parlare senza aver niente da dire”, nello specifico alle nuove figure della moda musicale, che a detta dei due artisti sfoggiano pellicce, bei vestiti e oro, in cerca del successo senza aver prima assaggiato i rifiuti, che al contrario per loro, nonostante la luminosa carriera, ci sono stati.

Arriviamo a “Renè e Francis”, brano singolare all’interno dell’album, poiché è l’unico storytelling senza riferimenti al contesto reale: le parabole criminali di due delle figure più oscure nella storia dello Stato italiano, Renato Vallanzasca e Francis Turatello, narrate attraverso le rime perfettamente riuscite dei due, incalzate da un riff di sintetizzatore in stile anni ’80.

La quinta in sequenza è “Amore tossico”, affidata alla vena autobiografica del solo Jake La Furia. Un pezzo struggente, scritto da un uomo che, nonostante l’atteggiamento da duro, ha quarantuno anni sulle spalle, e di relazioni ne ha vissute tante. Tutta la sofferenza degli amori falliti è condensata in questa prova di lirismo assai ben riuscita per l’ex-membro dei Club Dogo, nella quale possiamo ascoltare il ritornello campionato di un brano di Edda, dal titolo “Io e te”, inserito nella colonna sonora del film “Amore tossico” di Claudio Caligari.

Arriviamo a “666”, uno dei pezzi più deboli, a nostro avviso, perché, come la successiva “Sparami”, presenta un netto spostamento dalla vena autorale, per approdare a un puro esercizio di stile, che però porta a una perdita di significati concreti.

“Sparami”, che per i featuring con Fabri Fibra e Salmo, autentiche leggende, era l’osservato speciale all’interno della tracklist, non riesce a imporsi come miglior brano dell’album, nonostante un “hook” di Fabri Fibra ben riuscito e la furia di Salmo che si abbatte come al solito senza pietà. Ancora troppa tecnica e poca sostanza.

“Lontano da me” segna invece un ritorno ai sentieri dell’autobiografia, con una narrazione magistrale dei conflitti generati all’interno di una relazione sentimentale dalla vita criminale che molte volte accompagna il “vivere la strada”. Come in “Amore tossico”, l’esperienza di vita sovrasta la tecnica, e l’instabilità delle relazioni è messa a nudo in una presa di coscienza che non lascia spazio a illusioni edulcoranti.

 

La copertina dell’album “17”

 

Il pezzo successivo è “Maleducato”, titolo programmatico di quella che vuol essere ancora una volta una costruzione della figura dell’artista controverso, che affida il successo ad atteggiamenti provocatori sfocianti nell’illegalità. È il binomio inscindibile rap-vita sregolata quello che Emis e Jake sottolineano. Una menzione di merito va fatta alla base, molto accattivante e assolutamente ben selezionata in rapporto al messaggio affidato al testo.

La traccia numero 10 vede la partecipazione di Massimo Pericolo, rapper dal passato burrascoso, che ha vissuto sulla propria pelle la reclusione in carcere. Si intitola “L’ultima volta” ed è uno dei pezzi più riusciti dell’intero album, dove autobiografia e storytelling si intrecciano perfettamente e ci narrano l’amicizia tra due ragazzi cresciuti insieme, le cui strade a un certo momento si separano per condurre uno al successo discografico e l’altro in prigione. Il primo scrive una lettera al recluso, lo prega di leggerla e di uscire al più presto per riabbracciarsi. Quello che colpisce l’ascoltatore è l’umanità e il rispetto che trasudano dalla strofa di Massimo Pericolo, dove il legame di amicizia è più forte anche della pena del carcere, e la forza per non mollare nasce da ciò che si è vissuto insieme all’ombra dei palazzi del blocco di periferia.

“La mia prigione” è un brano del solo Emis Killa, un’amara confessione accompagnata da un uso massiccio dell’autotune, dove i ricordi spingono l’artista a riflettere su una prigione, quella mentale, dalla quale, per quanto si scappi, è impossibile liberarsi una volta per tutte.

“Toro Loco” segna una nuova virata verso l’autocelebrazione da parte dei due rapper, e le loro rime descrivono relazioni usa e getta e rapporti sessuali con partner sempre differenti. Ancora una volta, quando il flow non è sostenuto da una volontà comunicativa di un’esperienza reale, i brani non riescono a sostanziarsi in messaggi che possano smuovere una riflessione nell’ascoltatore. Ma forse il loro scopo non è questo.

Troviamo come traccia numero 13 “Gli amici miei”, e torna Lazza per il featuring: l’uso massiccio dell’autotune non annacqua l’amalgama della base e delle rime. Tornano al centro i rapporti di amicizia-malavita che la vita di periferia sviluppa in fratellanze a tratti simili a cosche mafiose. Siamo di nuovo faccia a faccia con la contraddizione, con racconti di vita vissuta non facili da interpretare a un primo ascolto, e che rivelano tutta la complessità del rapporto fra il rap, la musica della strada, e la vita della strada.

È un aut aut il quadro che risalta dalle barre di brani come questo o il già menzionato “L’ultima volta”: o la musica e il rap innamorano il giovane cresciuto nel blocco, e lo portano a dedicarsi alla carriera da artista, oppure i furti e le rapine sono l’unica altra scelta possibile.

“Medaglia” è il secondo singolo estratto dall’album, e probabilmente il brano più bello. Certo, la bellezza è soggettiva, ma il livello di compenetrazione tra la confessione stimolata dai ricordi e la musica raggiunge qui una vetta solitaria. Il ritornello merita una citazione alla lettera per la forza comunicativa: ‹‹ La faccia è l’unica cosa di me che cambia, e questa strada ha il valore di una medaglia, perché la mia benzina non saranno i soldi mai, ho sogni così grandi che se dormi non li fai. ››.

Ciò che più risalta è la rivendicazione di quanto il dedicarsi con passione a qualcosa porti a risultati certi, non importa come e quando. La vera difficoltà sta nel rimanere fedeli, nel non mollare quando si ha un sogno, e di sognare in grande.

La traccia numero 15 si intitola “Il seme del male”, la più debole senza dubbio, e una conferma dell’andamento sinusoidale della tracklist: ripercorrendo quanto ascoltato finora, l’alternarsi di pezzi intrisi di voglia di rivalsa nei confronti di una scena musicale troppo cambiata rispetto al passato, e brani che sondano il passato producendosi in quadri a tinte fosche di carriere indubbiamente fondamentali per la storia del rap italiano, sono due facce della stessa medaglia in un album che programmaticamente vuole dare una scossa ad un conformismo sentito come soffocante.

Il gran finale si compone in un dittico con “Cowboy”, che vede il featuring di Tedua, rapper della scena genovese, e “Quello che non ho”.

Il primo brano è ancora una volta uno scavare nei ricordi per affermare per l’ultima volta quanto il successo sia soltanto la punta dell’iceberg di una vita dedicata alla musica e alla strada, dove quello che conta è la passione per il rap, e si sottolinea implicitamente l’importanza del non arrendersi e di credere in se stessi.

Infine “Quello che non ho” è l’agrodolce conclusione di un percorso autocelebrativo che si percepisce come vano, nonostante tutti gli sforzi fatti e il successo, perché, e qui lasciamo la parola agli autori: ‹‹… se avevi niente, fra, non è mai troppo…››, e ancora ‹‹…se nasci con un buco in pancia, fra, non sei mai sazio…››.

Arrivati al termine del viaggio attraverso la tracklist di “17”, vogliamo menzionare la partecipazione in veste di producer, tra gli altri, di Big Fish, figura storica dell’hip hop in Italia, autore delle basi di “Amore tossico”, “Lontano da me” e “Medaglia”.

Volendo scegliere una top-three tra i brani da ascoltare consigliamo vivamente la numero 4. Renèe e Francis, la numero 14. Medaglia e la numero 16. Cowboy.

Questo lavoro merita indubbiamente il plauso della scena rap per lo scopo prefisso e per le vette raggiunte nei brani dove le rime aprono scorci autobiografici in quadri concreti, malinconici, veri. Non sempre la voglia di tornare alle origini riesce a creare brani solidi e comunicativi, e sfocia nel puro esercizio di stile.

Ci sarebbe piaciuta una maggior insistenza sui concetti del non arrendersi alle difficoltà e sognare in grande, considerando soprattutto l’età media di coloro che andranno ad ascoltare questo lavoro (oltre ai nostalgici che hanno seguito Emis e Jake fin dalle prime prove risalenti a una decina d’anni fa).

La strada è quella giusta, magari al prossimo album.

 

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