Compositrice d’opera in un mondo di soli uomini, brava al punto da essere apprezzata da Rossini e dai salotti parigini: questa è stata la fiorentina Carolina Pazzini Uccelli .È lei la protagonista di Liriche da camera, il nuovo disco dell’etichetta Tactus firmato dal mezzosoprano Marina Comparato, perugina di nascita ma fiorentina d’adozione, e della pianista Elisabetta Sepe, nata nel capoluogo toscano. In uscita il 6 novembre, propone in prima registrazione mondiale un repertorio che restituisce la sensibilità di un’autrice ancora oggi poco conosciuta.
Dopo Romantic Florence, dedicato a Luigi Gordigiani e premiato con l’Abbiati del Disco 2026, Comparato prosegue il suo percorso nella musica vocale da camera ottocentesca. Questa volta incontra una scrittura dalle risonanze rossiniane e belliniane, nella quale riconosce soprattutto leggerezza e tenerezza. Ne racconta le caratteristiche e il lavoro interpretativo condiviso con Sepe, ripercorrendo un incontro musicale che continua a suggerire nuove direzioni.
Come è nato il progetto di un disco dedicato a Carolina Pazzini Uccelli?
All’origine c’è il lavoro di una ricercatrice e musicologa toscana che ha portato all’attenzione di Elisabetta Sepe la figura di Carolina Pazzini Uccelli e le sue composizioni. È stata poi Elisabetta a coinvolgermi, proponendomi di affrontare insieme questo repertorio e di dedicargli un’incisione. La sua proposta incontrava un ambito musicale a me molto familiare: Carolina era contemporanea di Rossini e la sua scrittura presenta numerose affinità con il linguaggio rossiniano, al quale ho dedicato una parte importante della mia attività di interprete. È stato quindi naturale accostarmi a queste pagine, ritrovando nella musica di un’autrice poco conosciuta alcuni riferimenti stilistici che appartenevano già al mio percorso. Un invito a nozze, potrei dire!
Abbiamo parlato delle affinità con Rossini: ci racconta chi era Carolina Pazzini Uccelli?
Di lei sappiamo ancora relativamente poco e molte notizie arrivano dalle cronache dell’epoca. Di origine fiorentina, fu una delle poche donne dell’Ottocento a cimentarsi nella composizione operistica. La sua prima opera venne rappresentata al Teatro della Pergola di Firenze e ricevette il sostegno di Rossini: esiste una lettera del compositore pesarese al marito di Carolina nella quale lo incoraggiava ad appoggiare il talento compositivo della moglie. Il marito, che era un medico chirurgo più anziano di lei, la sostenne non solo emotivamente ma anche economicamente. Un’altra sua opera, Anna di Resburgo, arrivò invece sulla scena napoletana, ma ebbe la sfortuna di essere rappresentata poco dopo la prima di Lucia di Lammermoor. Il confronto con un lavoro che riscosse immediatamente un grandissimo successo non favorì l’opera, che comunque è arrivata fino a noi ed è stata riproposta anche in tempi recenti.
Com’è proseguita la sua carriera?
Rimasta vedova, Carolina si trasferì a Parigi con la figlia e si dedicò soprattutto alla musica da camera. Consultando online diversi volumi della Gazette musicale de Paris, ho trovato interessanti testimonianze della loro attività: Carolina accompagnava la figlia cantante al pianoforte, esibendosi nei salotti parigini, luoghi centrali della vita musicale dell’epoca. Fra le recensioni e le cronache compare inoltre la notizia della loro partenza per una tournée a Bruxelles. Ne emerge un’immagine che trovo particolarmente affascinante: due donne, madre e figlia, che nell’Europa dell’Ottocento costruiscono la propria carriera musicale viaggiando insieme e portando al pubblico la musica di Carolina, e non solo.
Quali composizioni avete scelto e come avete costruito il programma del disco?
Il disco riunisce brani di due raccolte, entrambe pubblicate già all’epoca, e una composizione autonoma. La raccolta più antica è costituita dalle Quattro ariette e due cavatine, nelle quali l’impronta rossiniana è molto evidente. In una si riconosce persino una citazione di un passo della Cenerentola, dal duetto fra Cenerentola e il Principe. L’altra raccolta, Mes rêves d’Italie, appartiene a una fase più matura della sua scrittura ed evoca i ricordi dell’Italia durante gli anni parigini. Abbiamo scelto di aprire il disco proprio con queste pagine, invertendo l’ordine cronologico, perché ci sembravano musicalmente più mature. Come intermezzo tra le due raccolte, invece, abbiamo inserito una barcarola in francese, il Gondolier de Venise. Le Quattro ariette e due cavatine sono presenti integralmente; da Mes rêves d’Italie abbiamo invece escluso solo i brani evidentemente destinati alle voci maschili, fra i quali un duetto per tenore e baritono.
Quali caratteristiche della sua musica vorrebbe far scoprire a chi non la conosce?
Quella di Carolina è una scrittura pienamente partecipe del linguaggio musicale del suo tempo: all’impronta rossiniana delle prime composizioni si affiancano, nei brani più tardivi, suggestioni belliniane e richiami allo stile donizettiano, con una sensibilità profondamente romantica. Sono affinità che abbiamo scelto di valorizzare nei concerti di presentazione del CD, affiancando le sue liriche proprio a quelle di Rossini, Bellini e Donizetti. Pur avendo scritto per il teatro, Carolina sceglie in questi brani una dimensione propriamente cameristica. La sua scrittura invita a un canto più soffuso e leggero, capace di assecondarne le sospensioni e la sprezzatura. A caratterizzare queste pagine è soprattutto una tenerezza che mi ha colpita molto e che sento particolarmente vicina.
Come avete valorizzato queste qualità della scrittura musicale in assenza di precedenti discografici?
La tradizione del canto ottocentesco è stata il mio riferimento per affrontare queste pagine senza il sostegno di precedenti registrazioni. Le affinità stilistiche con il repertorio dell’epoca mi hanno guidata nella ricerca di un canto soffuso e leggero. Ho inoltre trasposto alcuni brani per adattarli alla mia voce, poiché diversi erano destinati a registri più acuti di quello del mezzosoprano. L’intesa con Elisabetta è stata poi fondamentale. Ci conosciamo da tempo e la familiarità musicale ci ha permesso di lavorare sulle sfumature espressive di questa scrittura. Il suo tocco delicato, i rubati e il gioco di attese e ripartenze hanno contribuito a dare respiro e naturalezza al dialogo fra voce e pianoforte. Ci piacerebbe ora far conoscere questo repertorio attraverso i concerti, a partire dalla presentazione del disco di venerdì 6 novembre preso Villa Favard a Firenze.
Quale brano consiglierebbe per un primo “incontro” con Carolina e cosa le ha lasciato questa riscoperta?
Consiglierei Si tu m’aimais, «Se tu mi amassi». È una pagina che, nella delicatezza della sua espressione, sembra rivolgere quell’invito anche a chi ascolta: conoscere Carolina e lasciarsi conquistare dalla sua musica. Credo sia una piccola cartolina che offre un primo incontro con la sua sensibilità.
Avvicinarmi a lei mi ha poi permesso di ritrovare una figura alla quale tengo molto. Nelle cronache parigine ho scoperto che Carolina e la figlia si erano esibite alla presenza di Pauline Viardot, a cui ho dedicato un disco alcuni anni fa. È una musicista che ho studiato a lungo e che adoro, una straordinaria cantante e compositrice i cui salotti a Parigi e a Baden-Baden furono luoghi centrali della vita artistica dell’epoca. Scoprire che le loro strade si sono incrociate è stato emozionante! Quel piccolo episodio ha riannodato due esperienze del mio percorso e ha reso Carolina, in qualche modo, ancora più vicina.
La sua storia, come donna e come compositrice, continua a suggerirci nuove forme per raccontarla, e a me ed Elisabetta piace pensare che questo disco sia soltanto l’inizio.

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