Cora Gasparotti: poliedrica metartista

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di Veronica Ferretti

Sono rare le artiste che, grazie ad una indiscussa abilità di coreografa, danzatrice, cantante e attrice affermatesi in Italia e all’estero tra il 2016 e il 2022, possono oggi dirsi capaci, come Cora Gasparotti, di emergere da protagoniste nel panorama della screendance o in quello della digitalizzazione e delle performance artistiche nel metaverso.

Se si pensa che entro i prossimi quattro anni, un quarto della popolazione mondiale trascorrerà almeno un’ora al giorno immersa nel metaverso e che la metà di queste persone saranno under 30 Cora Gasparotti – che a soli 25 anni è già membro del Metaverse Standard Forum e del Collettivo di crypto-artistiBottega – può sicuramente dirsi un’artista d’avanguardia.

Un’artista capace di elevarsi al di là degli eccellenti risultati finora raggiunti sia come ricercatrice – vedi il suo workshop sulla Realtà virtuale presentato quest’anno al Politecnico di Milano – che come interprete di espressioni artistiche multidisciplinari.

A suffragare tali risultati stanno le competenze plurime del suo curriculum professionale: interprete e danzatrice laureata all’Accademia Nazionale di Danza e Membro dell’International Dance Council Unesco, Coreografa con attestato all’Università del Colorado del corso professionale di Sound and Sonification Design for Interactive Learning Tools, esperta di videomaking e consulente di performance in motion capture sul metaverso.

Una brillante carriera confermata dagli esiti di una intensa e fortunata attività che dal 2016 ad oggi si è svolta in una serie di esibizioni di propri progetti coreografici e multimedialidall’Argentina a New York, da Genova a Torino e Roma, fino ai meeting e Festival di screen dance e video- performance.

 

Cora, quali sono state le motivazioni che ti hanno indotto a compiere questa scelta di studio e successivamente professionale?.

Fin da giovanissima sono sempre stata affascinata dalla tecnologia e dalla danza. Il corso di laurea triennale che ho conseguito nel 2019 presso l’Accademia Nazionale di Danza a Roma mi ha dato la prima vera opportunità per studiare danza da più punti di vista. La scelta della mia tesi, in realtà, è avvenuta un po’ per caso come accade per le grandi cose della vita. Volevo guadagnare due soldi facendo volantinaggio, un lavoretto semplice che molti studenti si prestano a fare. Quel giorno si promuoveva la decima edizione della fiera Maker Faire Rome. Fu allora che mi nacque l’idea di voler stampare la danza in 3D.

Successivamente un decisivo passo in avanti nella mia ricerca l’hofatto quando il Centro Casa Paganini di Genova, esperti in ingegneria dei sistemi e robotica, ha accolto il mio progetto d’arte e mi hanno permesso di affrontare con loro dei processi  di avanguardia anche affiancandoli nelle loro ricerche. È stato un arricchimento reciproco. In breve, partendo dallo studio del massimo teorico della danza, Rudolf Laban, autore di un sistema di notazione dei movimenti denominato Labanotation, ho fatto sì che i parametri dell’effort spazio, tempo, flusso, peso potessero essere comprensibili da una macchina. Nel corso della laurea magistrale, invece, ho studiato come trasformare movimenti di danza in “dati suono”.

 

Questo entusiasmo nella tecnologia e nel mondo del metaverso che di fatto crea un distacco tra mente e realtà, tra mondo illusorio e la sua proiezione nella realtà aumentata, non pensi che abbia qualche risvolto negativo? Mi riferisco al dibattito tra i cyberottimisti e i biopuristi.

Credo che la tecnologia sia uno strumento neutro, che quindi non ha colpa. Se da un lato ha la possibilità di migliorare situazioni di vita, quando viene usato erroneamente può inficiarne altre.

 

Nella tua esperienza la digitalizzazione, il Metaverso o il mondo 3D hanno generato emozioni e conoscenze che ti hanno aperto, in un diverso spazio-tempo, nuove pratiche ti pensiero?

Personalmente ho superato un disturbo dismorfico alimentare cambiando proprio la percezione del mio “corpo forma”. Quando sono riuscita ad estrarre l’essenza di un movimento, muovendomi nello spazio e attivando un altro corpo diverso dal mio, l’effetto è stato terapeutico. Le molte versioni diverse di me oggi mi hanno permesso di diventare più forte e consapevole.

 

Immagino che questo processo di trasformazione comporti numerose ore di lavoro. Come realizzi questi avatar?

Parto modellando a mano una scultura con il das. Trasporto poi in forma digitale questo corpo e lo scansiono in 3D. Passo poi alla lavorazione sulla texture pensandolo, ad esempio, in marmo o in cristallo.

Successivamente realizzo un progetto artistico che tenga legati parametri di suono e movimento e creo una coreografia. Le statue vengono realizzate digitalmente, dipinte singolarmente e animate attraverso tecnologie di motion capture.

Dopo più di 5 passaggi in software diversi vengono poi inserite nel Metaverso OVR Metaverse e geolocalizzate nel luogo come in una specie di substrato della realtà, visibile solo attraverso la lente dello smartphone. L’intero processo, allo stato della tecnologia posseduta dalla coreografa oggi, dura una media di 50/60 ore di lavoro.

 

Di quali tuoi lavori sei particolarmente orgogliosa?

Il cortometraggio “Anul” e la performance “The artistis absent”. Il progetto prevede una serie di statue in movimento, derivate dalla scansione 3D di me stessa consentendomi di essere in più posti contemporaneamente senza davvero esservi presente fisicamente.

Alterando la concezione di corpo, presenza, spazio e staticità, ho inteso proporre una riflessione sulla nuova umanità digitale e le sue possibilità, lontane dai limiti del possibile e soggette alla sola possibilità creativa dell’immaginazione.

 

E quale è stato il riconoscimento, tra i tanti che hai ricevuto, che finora ti ha emozionato di più?

Sicuramente il premio per il Miglior Concept – nel 2021 – al Premio Roma Danza e il ruolo di giudice al Mobile Dance Film Festival di New York.

 

E il tuo prossimo progetto in cosa ti vedrà impegnata?

È un segreto tra me e Jack Lucas!

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