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Esplorazioni tra musica barocca e contemporanea. Intervista a Raffaele Pe.

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di Gianmarco Savi

Raffaele Pe è uno dei più apprezzati controtenori del panorama internazionale. Con la sua voce abbraccia un vastissimo repertorio che spazia dal recitar cantando all’opera settecentesca, fino alla musica contemporanea.

La sua intensa attività concertistica e di recital lo ha portato a cantare in alcune delle sale da concerto più prestigiose d’Europa tra cui il Musikverein di Vienna, il Concertgebouw di Amsterdam, la Berliner Philharmonie, la Philharmonie de Paris, il Palau da Musica e il Théâtre des Champs-Élysées.

Avrei dovuto incontrare Raffaele il 26 ottobre, in vista del debutto di Aci, Galatea e Polifemo di Haendel al Teatro Municipale di Piacenza, previsto per sabato 31; ma il DPCM del 25 ottobre, che, tra l’altro, ha chiuso i teatri, ha modificato i piani. Ci siamo incontrati qualche giorno dopo, quando era chiaro che lo spettacolo sarebbe stato reso pubblico via streaming.

Lo spettacolo è stato registrato il 3 novembre e sarà trasmesso gratuitamente sul canale YouTube di Opera Streaming domenica 15 novembre 2020 a partire dalle ore 15:30.

 

 

 Avrei voluto cominciare diversamente questa intervista, ma l’attualità impone una riflessione.

 

Sì, purtroppo dobbiamo chiudere le porte del teatro ma, fortunatamente, i mezzi tecnici attuali ci permettono di offrire ugualmente lo spettacolo in streaming, dandoci la possibilità di trasformare un limite in un’opportunità artistica. Quello che vedranno gli spettatori sarà un prodotto quasi filmico, che prevede tempi, inquadrature e modi di pensare lo spazio scenico tali da renderlo più vicino al cinema che al teatro.

Già in un’intervista per Amadeus, in tempi non sospetti, avevo dichiarato come questa modalità potesse essere una reale possibilità, ma molti direttori artistici mi dissero che non era assolutamente possibile pensare uno spettacolo in questo modo. Purtroppo, la realtà mi ha dato ragione. Oggi la situazione storica ci impone maggiore creatività, maggiore flessibilità e di creare nuove prospettive anche in situazioni critiche.

In questi mesi ho definitivamente capito che il potersi esprimere artisticamente è fondamentale e, per fortuna, ci sono tanti mezzi per poterlo fare: disco, film, video, documentario. Io e la mia orchestra la Lira di Orfeo ci siamo attivati molto in questo senso, anche tramite la collaborazione con il gruppo di video making Tokio Studio di Piacenza, proprio perché credo che nei prossimi mesi sarà molto importante arrivare attrezzati per affrontare eventuali altri lockdown.

 

 

 Ma, in questo modo, che ne è del contatto con il pubblico?

 

Eh, in questi mesi io ho avuto la fortuna di potermi esibire e ritrovare tutti i nostri ammiratori: avevano veramente fame di musica, di teatro, di performance, di riascoltarci e rivederci dal vivo. In queste occasioni ho sentito di nuovo il nostro ruolo di artisti come fondamentale o comunque di aiuto per potersi sentire ancora uniti, ancora una società civile. Proprio per questo motivo, nei giorni scorsi, ho fatto una campagna sui social sull’importanza di tenere aperti i teatri: se non è possibile per il pubblico pagante, che lo sia almeno per chi, come noi, lo vede come il luogo privilegiato per la costruzione dell’arte. Ecco, mi piacerebbe tanto che in questo momento di chiusura per il pubblico i teatri rimanessero attivi come dei laboratori, come una grande casa degli artisti.

Ci tengo a sottolineare l’aiuto che abbiamo avuto dal direttore artistico del Teatro Municipale di Piacenza, Cristina Ferrari, che, più di altri, ha sentito e colto questo campanello di allarme e, nonostante la situazione, ha creduto in noi e ha investito su di noi per avere di nuovo questo teatro attivo.

 

E, in più, questa apertura al repertorio barocco, dopo il Serse sempre di Haendel dello scorso anno con l’Accademia Bizantina, è piuttosto inedita per Piacenza.

 

Sì, questa è senza dubbio una terra verdiana, ma Verdi non è scevro del passato a lui precedente. Anzi, io credo che, più di altri, i romantici italiani vivessero, in realtà, in una sorta di classicismo in cui risuonavano tanto gli echi del passato. Il Bellini di cui lui aveva piene le orecchie vive grazie a Piccinni, uno dei padri assoluti del barocco maturo napoletano, di appena poche decine d’anni prima. Quindi, siamo noi, dopo la modernità, dopo la cesura del contemporaneo, che sentiamo l’antico come qualcosa di molto lontano. Secondo me, Verdi, invece, avrebbe molto apprezzato un’operazione come questa (ride).

Quando vado a sentire Puccini, ci ritrovo Monteverdi: per me questo è chiarissimo perché coltivo Monteverdi quotidianamente. Ma per chi invece non lo frequenta, Puccini resta un qualcosa a sé, che va preservato per se stesso. Invece, secondo me, oggi la continuità storica è la chiave di tutto, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove non c’è distanza tra un prodotto artistico di oggi e uno del Seicento, perché c’è lo stesso DNA culturale, lo stesso linguaggio che ci accomuna, il modo in cui noi percepiamo e diciamo le cose, che è profondamente italiano. È qualcosa che, al di là della globalizzazione, sopravvive, e quindi è un patrimonio da preservare.

 

 

Parlaci di questo nuovo spettacolo, Aci, Galatea e Polifemo.

 

Sono molto affezionato a questo titolo, che non può essere definito un titolo d’opera, perché si tratta di una serenata, quindi più contenuto nell’ambizione drammaturgica e nei tempi. Il libretto si muove in un ambito molto chiaro, che è quello delle Metamorfosi di Ovidio, della trasformazione di Aci in fiume e della creazione del paesaggio a nord di Catania.

Anche Haendel era particolarmente affezionato a questa serenata, se è vero che non ha mai smesso di scriverla nel corso di trent’anni, dal 1708, anno in cui fu messa in musica per la prima volta, fino al 1738-39. Quasi senza soluzione di continuità, anno per anno, Haendel ne ha trasformato leggermente la versione adattandola a organici, cast, occasioni e lingue differenti: si è partiti con un matrimonio napoletano di alto rango per finire con una rappresentazione operistica al Teatro Haymarket di Londra. È incredibile, come di tutte le opere e di tutti i grandi successi che il compositore ha avuto nella sua carriera di operista, in realtà, quella che, di fatto, non ha mai voluto lasciare è quella che sembrava la più umile: una serenata.

Nel nostro caso, è stato bellissimo poter lavorare non tanto sulle due edizioni pubblicate oggi e  considerate i riferimenti, una in italiano del 1708 e una in inglese del 1732, ma su quello che è successo in mezzo, che è molto ben documentato nel manoscritto Egerton 2953 della British Library. In questo volume sono confluite moltissime musiche alternative, singolarmente scritte su testo italiano ma con aggiunte successive e ripensamenti, in cui il ruolo di Aci non è più affidato alla tessitura di soprano, come nell’originale napoletano, bensì al contralto. Tra le pagine, infatti, troviamo chiaramente il nome di uno dei suoi interpreti castrati più amati in assoluto, il Senesino. Allora, dato che né la versione napoletana, né quella londinese accettate dalla critica presentano la possibilità per Senesino di comparire sulle scene, lo faremo noi, avendo ricostruito questa versione mai eseguita in tempi moderni.

 

 

C’è dietro anche un grande lavoro di ricerca, dunque.

 

Sì, al mio fianco in questo progetto ho avuto due grandi collaboratori, Fabrizio Longo e Luca Guglielmi, che ringrazio, ma vorrei citare anche Giulia Giovani e Carlo Vitali per avere aiutato in questo immenso lavoro, realizzato in pochi mesi quando di solito ci vogliono anni. L’entusiasmo e l’occasione hanno permesso questa sinergia inedita e molto fruttuosa tra musicologi. Si è studiato il manoscritto londinese ma sono emerse anche fonti che non pensavamo, come ad esempio una versione senese in italiano che però attinge a quella inglese per la musica. Questo ci dimostra quanto questo titolo abbia avuto nel tempo una sua incredibile vitalità e una continua riscrittura, non soltanto da parte di Haendel.

 

 

 …quindi, a maggior ragione la diffusione via streaming e la registrazione assumono una grande importanza.

 

Penso che oggi lasciare una traccia per una performance sia fondamentale, perché la musica è la più effimera delle arti: c’è in quel momento. Allora, poterla fermare ti permette anche a distanza di tempo di riflettere sua cosa è stato fatto.

 

 

Vuoi ricordarci anche i tuoi compagni di viaggio?

 

In questa versione, Galatea, da contralto, cambia registro e io non troverò mai parole abbastanza entusiastiche per ringraziare Giuseppina Bridelli. Piacentina e meravigliosa cantante dalla voce duttile a sufficienza per poter sostenere questo ruolo di donna fortissima, come vuole Ovidio, dal carattere instabile, una ninfa del mare e, quindi, piuttosto selvatica, in qualche modo.

Dall’altra parte, la più selvatica di tutte le voci liriche: il basso profondo, straordinario, di Andrea Mastroni, uno degli artisti che in assoluto stimo di più in questo momento. Andrea è arrivato al barocco dopo avere arricchito la sua voce con Verdi, Rossini, Puccini e ci è arrivato con una diversa consapevolezza vocale che gli permette di intonare queste difficilissime arie che richiedono un’estensione immensa, una grande flessibilità e anche una conoscenza del linguaggio; tutti elementi che Andrea padroneggia in modo impressionante.

Sono contento che Luca Guglielmi sia alla guida della Lira di Orfeo, il gruppo che sento come la mia famiglia e che sono onoratissimo di portare a Piacenza. Sono musicisti con i quali c’è grande sintonia e intesa e lavorare sempre con loro permette di creare un percorso, a differenza di quando si è ospiti di altre orchestre.

 

Tu, adesso, sei fresco reduce da un altro titolo haendeliano, Giulio Cesare in Egitto, al teatro di San Gallo in Svizzera.

 

Sì, quest’anno ho fatto tanto Haendel, che per me è la più grande benedizione.

 

 

Ma non solo: hai scritto che Giulio Cesare è il tuo eroe preferito. Qual è il tuo rapporto con questo personaggio?

 

Giulio Cesare è stato, in realtà, il motivo per cui ho iniziato a cantare come controtenore. Avevo una grande passione per la musica tastieristica del barocco, nella quale ho sempre trovato una certa facilità come interprete. Verso la fine del liceo mi capitò di ascoltare la mia prima opera barocca, che fu proprio Giulio Cesare: mi colpì moltissimo il fatto che l’eroe, che nel nostro immaginario collettivo è un grande monumento di forza e di efficacia, venisse interpretato da un contralto. Ecco, questo fatto mi ha molto sorpreso ed è come se mi avesse posto una domanda a cui dovevo rispondere: come mai? Da allora, io voglio trovare una voce che veramente rispetti l’importanza che questa figura storica richiede, mostrandone tutte le sfaccettature. Come è noto, il libretto di Giulio Cesare è un libretto di grande trasformazione: la storia del condottiero che ha appena vinto la guerra in Egitto, di fatto, finisce con la prima scena dell’opera e piano, piano, il condottiero si addolcisce fino al massimo del lirismo che Haendel poteva immaginare: la grande invocazione agli dei Aure, deh, per pietà, dove resta ormai solo un filo di voce; però che voce, però che fascino, però che umanità! E questo sentire l’ho trovato straordinariamente espressivo e coinvolgente, e devo dire che anche il pubblico di San Gallo si è molto commosso.

 

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

 

A brevissimo, con La Lira di Orfeo, registreremo un contenuto video, commissionato dal Ministero degli Esteri, che possa essere esportato e divulgato da Ambasciate e Istituti di cultura. Il nostro progetto è stato selezionato tra numerosi candidati, per rappresentare lo stato dell’arte e della ricerca tra repertorio antico e contemporaneo. Vorremmo realizzarlo proprio qui a Piacenza, in questo bellissimo teatro che ormai sentiamo come casa nostra, un luogo di straordinario valore storico che ritengo sia adattissimo a raccontare l’Italia per come era e per come sarà. È un programma tutto dedicato ad Alessandro e Domenico Scarlatti, con la partecipazione della compositrice romana Silvia Colasanti, che ha scritto per noi una nuova versione di Frammenti di lettere amorose.

Nella nuova stagione si affacciano diversi ruoli scritti apposta per me, ad esempio all’Opera di Strasburgo interpreterò Emone, il promesso sposo di Antigone, in un’opera bellissima scritta dall’artista e compositore franco-libanese Zad Moultaka su libretto di Paul Audi, filosofo esistenzialista, fratello del regista Pierre. Il compositore, per raccontare il dramma di Emone che per colpa del padre perde la promessa sposa, ha immaginato di poter scrivere un ruolo che nell’arco di un’ora toccasse tutte le estensioni, dal baritono fino a quella di soprano, accompagnando la trasformazione del personaggio con la trasformazione della voce.

 

 

….un continuum di esplorazioni insomma, dall’antico al moderno.

 

…sì, sì, ci  tengo moltissimo, perché non mi interessa vedermi solo come un antichista, ma come un musicista che ricerca in tutti gli stili e in tutte le epoche.

 

www.raffaelepe.it

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