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Il Bel Canto (del flauto) sopra ogni cosa. Intervista ad Andrea Oliva.

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di Nadir Garofalo

Andrea Oliva, primo flauto dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, a quarantatré anni è uno dei più importanti e versatili flautisti al mondo, con un passato straordinario alle spalle. Allievo di Betti, Montafia, Cambursano, Gérard e Galway (che lo ha definito una stella brillante nel mondo del flauto), già vincitore del Kobe International Flute Competition (2005, primo e unico italiano), si è esibito in sale prestigiosissime come la Carnegie Hall di New York, il Museo d’Arte Contemporanea di Londra in presenza della Regina Elisabetta, alla Bunka Kaikan Hall di Tokyo, all’Hong Kong Academy.  Professore del Conservatorio della Svizzera Italiana a Lugano e all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma, suona uno splendido Muramatsu 14k all gold SR. Tra i progetti futuri c’è l’uscita di un nuovo CD con Roberto Arosio al pianoforte e una collaborazione con Giampaolo Bandini per il suo nuovo disco dedicato a Castelnuovo-Tedesco. Soprattutto, c’è da segnalare il suo debutto come direttore dell’Orchestra Filarmonica di Benevento, previsto per la prossima stagione. Lo abbiamo incontrato per Tgmusic.it a Torre del Lago, in occasione del ritorno dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia al Festival Puccini dopo settantanove anni di assenza.

 

Il momento in cui si sceglie il proprio strumento musicale è spesso indefinito, casuale, magico. Raccontaci come è avvenuto il tuo incontro con il flauto.

A dirla tutta, il flauto non è stato il mio primo strumento. A sei anni, in garage, suonavo una tastiera elettrica dove riproducevo a orecchio i brani che avevo ascoltato nelle pubblicità della televisione. Alle scuole elementari, allora, mia madre e gli altri genitori decisero di farsi carico delle lezioni private di un maestro di musica; il pianoforte lo conoscevo già, così optai per il flauto dolce. Mi ricordo che anche alle scuole medie mi assegnavano i brani più difficili, così approfondivo, studiavo, anche se ero attratto dal canto, volevo diventare un tenore. Seppi che al Conservatorio uno dei corsi paralleli allo strumento era Canto Corale, perciò mi iscrissi nella classe di Pianoforte. Forse dovrei ringraziare anche quella professoressa di Modena che dopo un anno e mezzo mi cacciò con la media del quattro (definendomi “anti-musicale”) e mi suggerì di provare il flauto traverso. A quattordici anni, decisi di raccogliere quel suggerimento e da lì, grazie anche al mio primo maestro, Gabriele Betti, è iniziata la mia storia d’amore con questo strumento. Mi sono diplomato in cinque anni anziché nei sette previsti dall’ordinamento.

 

A proposito di “incontri”, parliamo di Sir James Galway: l’Uomo, il Maestro.

Ho conosciuto Galway attraverso le audiocassette che mi regalavano i compagni di corso. Rimasi folgorato dal suo suono: tutto ciò che realizzava mi era sembrato impossibile fino a un momento prima. Con il suo vibrato, la luce, la vitalità della musica, è diventato un modello, un’ispirazione continua. Al termine del mio percorso di studi a Modena, conobbi una ragazza più grande che studiava con Claudio Montafia [allievo di Galway n.d.r.]: fu l’occasione giusta per avvicinarmi al quel mondo, quindi iniziai le lezioni con lui. Non appena ebbi acquisito il bagaglio tecnico necessario per conoscere finalmente il mio mito, Galway smise di insegnare.

Nel 2003, quando ero già primo flauto dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di  Santa Cecilia, Andrea Griminelli invitò Galway a Reggio Emilia e lì, finalmente, feci la mia prima e unica lezione col Maestro. Negli anni siamo diventati amici, ho capito come pensa la Musica e ho scoperto che io stesso “vedo” il suono del flauto come fa lui. Non è un caso, in fondo: un flautista ti attira più di un altro perché senti vibrare le tue stesse corde, come in una sorta di “empatia sonora”.

 

Da circa vent’anni collabori con le maggiori orchestre del mondo, sotto le bacchette dei più grandi direttori. Quali sono gli insegnamenti più preziosi che hai ricevuto? In generale, cosa cerchi in un direttore, da solista e da orchestrale?

In un direttore cerco la visione olistica, l’ascolto reciproco, il grande rispetto del testo. Da ognuno ho imparato qualcosa e il bello è stato proprio questo: fare una “somma” di esperienze e di lezioni. Se dovessi citarne qualcuno in particolare, direi sicuramente Claudio Abbado, perché ha rappresentato una costante nel mio percorso professionale. Lo incontrai la prima volta quando avevo diciott’anni, alla Gustav Mahler Jugendorchester, poi ancora all’Accademia Karajan a Berlino. Più avanti mi volle come docente dell’Accademia dell’Orchestra Mozart ed ebbi ancora occasione di lavorare con lui a Santa Cecilia. Quello che mi ha insegnato è che davvero si può ottenere tutto col solo carisma, o col gesto, parlando molto poco. Era molto esigente, questo sì: fin quando non otteneva il colore, il suono, l’insieme che desiderava, non si andava avanti. Poi, sicuramente ho un ottimo ricordo di Seiji Ozawa al Festival di Tanglewood, il suo “essere zen”, il controllo assoluto di ogni cosa. Tra i più giovani, ci sono Daniel Harding e Gustavo Dudamel, con la loro capacità di lettura profonda della partitura e l’abilità di suggerire delle immagini diverse di brani che magari ho suonato per una vita.

 

Sei il primo flauto solista dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dal 2003. Ricordi il tuo primo giorno? Come ha condizionato la tua esperienza da musicista?

Sì, c’erano le prove dell’Ottava Sinfonia di Mahler con Myung-whun Chung. Il sovrintendente era Luciano Berio e di lì a breve avremmo inaugurato la Sala Santa Cecilia, tra le più grandi di Europa. Chung aveva una gestualità sempre molto “in avanti” rispetto al suono, così io ero quasi sempre in anticipo. A un certo punto si fermò e mi disse: « Lei mi segue troppo!». All’inizio fu un problema quasi “culturale”, nel senso che il suono dell’insieme era separato da quello che si vedeva nelle braccia del direttore e mi ci sono voluti anni per adattarmi a questo tipo di traduzione. Suonare in una sala da quasi tremila posti, poi, mi ha costretto a cambiare quattro flauti, per avere più sonorità, più proiezione.

 

Ogni orchestra, ad alti livelli, ha il “suo suono”. Qual è il vostro?

Quello che mi fa riconoscere subito la nostra orchestra, anche in radio, è l’affondo, l’attacco potente, gli armonici gravi. All’inizio, il suono può sembrare quasi aggressivo, noi tutti ci spendiamo tantissimo e alla fine delle prove siamo spesso molto stanchi. Ma la soddisfazione nel riascoltare le registrazioni, quello che siamo riusciti a creare, è impagabile. Io ho la fortuna di avere una famiglia di fiati formidabile. Sono colleghi, amici e ci sentiamo molto uniti. Siamo tutti un po’ solisti, a dir la verità, meno compatti di un’orchestra tedesca, ma credo che il nostro suono, la vocalità, il vibrato siano perfettamente distinguibili, proprio per questo.

 

L’attività di docenza è un dato fondamentale della tua storia professionale. Hai avuto centinaia di allievi in alcune fra le più prestigiose istituzioni europee. Cosa cerchi di trasmettere a un tuo studente?

Si trasmettono tante cose stando a contatto con l’allievo, anche indirettamente: l’umanità, l’umiltà, la semplicità. Io ho imparato questo dai miei maestri e oggi non mi sento per niente arrivato, ma credo di essere a metà di un percorso. Poi bisogna essere grati, magari non espressamente, ma dentro di sé, come io lo sono verso i miei genitori che mi hanno lasciato la libertà di percorrere la strada che mi ha portato fino a qui. Ai miei studenti, specialmente quelli più talentuosi, chiedo di rispettare il testo più di loro stessi, di non anteporre la loro personalità alla musica.

 

Da solista hai un repertorio vastissimo, dal Barocco al Novecento. Guardando al futuro prossimo, che consiglio possiamo dare ai giovani compositori che vogliano scrivere per flauto?

È semplice: pensare alla melodia e alla cantabilità. Non esagerare con gli effetti, ma bilanciare espressività e ritmo. La direzione odierna, purtroppo, sembra andare ormai verso la destrutturazione del canto, o la sua totale censura. Questo genere di composizioni contemporanee non mi attira. Quando penso a ciò che mi piace della modernità, mi viene in mente la musica da film.

 

Andando indietro nel tempo, invece, quali sono i tuoi brani preferiti?

Il Prélude à l’après-midi d’un faune di Debussy, Daphnis et Chloé di Ravel, la Sonata in La maggiore di Franck, anche se non è originariamente per flauto, la Sonata in Re maggiore di Prokofiev, la Suite per flauto e pianoforte di Widor, il Concerto in Re maggiore di Mozart e il Concerto in Mi minore di Mercadante.

 

Se ci fosse un giorno migliore di altri nella tua vita professionale, quale sarebbe? E il peggiore?

Ce ne sarebbero tanti da raccontare, ma il momento più bello l’ho vissuto a ventitré anni, mentre ero in una strada soleggiata, a Berlino, sorseggiando un cappuccino. Mi arrivò una telefonata e mi dissero che sarei stato primo flauto aggiunto dei Berliner Philharmoniker. Era un sogno che si realizzava (da piccolo avevo quasi solamente CD dei Berliner) e per questo devo ringraziare il mio docente dell’Accademia Karajan, Andreas Blau.

Il giorno peggiore fu sempre a Berlino in un concerto con Simon Rattle, ero terzo flauto. Avevo un piccolo passaggio da solo ma, preso dall’emozione, quando arrivò il mio momento, mancai l’entrata. C’è anche un episodio più divertente che negativo: fu a Valencia oltre dieci anni fa. In sala c’erano una manciata di persone e, come se non bastasse, scoprii che sul libretto avevano tradotto in spagnolo anche il mio cognome: Andrea “Aceituna”.

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