Il tour dei Pearl Jam e il futuro della band: parla Jeff Ament. Il bassista dei Pearl Jam racconta come si sente a iniziare il tour per i 25 anni della band e i progetti per il prossimo album

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La scusa di contattare Jeff Ament è stata il suo prossimo album e tour con gli RNDM, ma non potevamo evitare di parlare della situazione attuale dei Pearl Jam. Il gruppo partirà con il suo tour per il 25esimo anniversario l’8 aprile a Sunrise, Florida. Non c’è più stato un album da Lightning Bolt del 2013, ma Ament dice che la band sta iniziando a raccogliere le idee per un nuovo lavoro. Abbiamo anche parlato Rock and Roll Hall of Fame, della possibilità di sentire qualche classico durante questo tour e dove spera saranno i Pearl Jam nei prossimi anni.

I Pearl Jam hanno appena annunciato i primi sold-out. Ti sorprende il fatto che la band sia ancora così popolare dopo tutti questi anni?
Sì. E parte di questa sorpresa è causata dalle pause che ci prendiamo. Dopo un po’ mi dimentico di far parte di questo grande gruppo, quindi sono sempre sorpreso quando succedono queste cose. Non è mai una cosa scontata. È sempre eccitante essere in tour. Giri per hotel di lusso. Vai al soundcheck e l’amplificazione è perfetta. Parte della nostra crew gira assieme a noi da 15 o 25 anni e fanno un grande lavoro. Ti fa sentire tipo, «Wow, questo è quello che faccio davvero». Succede ogni volta che torniamo in tour dopo un po’ di tempo. Detto questo, molte volte ho paura, prima della partenza. Mi dico sempre «Oh, non voglio andare via da casa. Mi mancherà mia moglie, mi mancheranno i miei cani, mi mancherà dipingere. Tutte le piccole cose che faccio». E poi quando sei là fuori pensi solo «Wow, è incredibile, è tutto fuori di testa».

A che punto siamo con il prossimo album dei Pearl Jam?
Non so. Penso che dovremmo iniziare a unirsi e raccogliere un po’ di idee. Non c’è nessun progetto di album a questo punto. Quando siamo stati insieme in Sud America l’anno scorso, abbiamo parlato molto di come l’avremmo voluto fare e come avremmo voluto differenziarlo dagli altri, raccogliendo cosa ci è piaciuto dall’ultimo album. Siamo ai preparativi e tutti stanno decidendo quando è il momento giusto per noi. Di solito ci serve solo che qualcuno ci dica, «Hey, volete andare in studio il mese prossimo?». E non è ancora successo.

Sembra che non abbiate nessun legame particolare con gli album quando andate in tour, che vi lascia liberi di fare quello che volete.
Ed è la cosa migliore del mondo (ride). Fare un album e poi dover programmare un anno di date è sempre spaventoso. È spaventoso per tutti. Se lo fai vedere a tua moglie ti dice, «Quindi non ci sarai per nove dei prossimi 13 mesi?». È dura. Invece possiamo andare e suonare 30, 40 show dopo l’album. E poi prenderci una pausa e poi fare altri 30 o 40 show dopo un anno.

La mia parte preferita dei vostri live è la totale imprevedibilità del set. Sembra che ogni pezzo del vostro catalogo possa saltare fuori all’improvviso, fino a Bugs o Sweet Lew. Poche band del vostro livello fanno cose del genere.
Sì, è quello che ho imparato andando a vedere i Grateful Dead in passato. Mi ricordo della prima volta in cui li ho visti, la gente è impazzita a un certo punto. Io non conoscevo neanche quello che stavano suonando. Non conoscevo i Dead così bene allora. Mi sono chiesto, «Qualcuno si è tolto i pantaloni? La gente sta impazzendo!». E uno viene da me e mi dice, «Oh, non facevano questo pezzo dal 1968». Ho pensato che fosse la cosa più incredibile di sempre. La folla conosceva i pezzi così bene che dopo 30 secondi dall’inizio della canzone, tutti avevano capito. Stiamo per arrivare a quel tipo di relazione con i nostri fan ed è bellissimo.

Sarà strano per voi arrivare al quarto di secolo.
Sì, è metà della nostra vita. La cosa migliore è che va sempre meglio, siamo migliori amici che ci curiamo sempre di più uno dell’altro. È una enorme lezione di vita. A volte persone diverse hanno dei problemi uno con l’altro, e in qualche modo siamo andati oltre quella fase. A parte per un paio di batteristi, siamo rimasti intatti. Matt (Cameron, ndt) è stato con noi per circa 20 anni, che è incredibile.

Venticinque anni, vuol dire che voi siete pronti per entrare nella Rock and Roll Hall of Fame. È strano, no?
(Ride) È divertente. Ho dei pareri contrastanti su questa cosa. C’è una parte di me che si esalta e un’altra che… non saprei. Mi sento come se fossimo allo stesso punto di quanto abbiamo fatto il PJ20 (il documentario di Cameron Crowe sui vent’anni della band, ndt). C’è un po’ di nostalgia ad andare a scavare negli scatoloni vecchi, pescando ricordi belli e brutti. Quando ho visto il risultato finale del documentario, mi sono sentito male. Ci sono tantissime cose che vengono seppellite.

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Hai parlato dei batteristi. Come affrontereste questa cosa durante il concerto dell’eventuale cerimonia?
Oh, chi lo sa? Non capisco questa cosa. Come hanno fatto ad andare sul palco senza Ritchie Blackmore? È assurdo!

Penso che Ian Gillian si sia rifiutato di suonare con lui.
Uno degli amici di Ian Gillian avrebbe dovuto sedersi con lui per dirgli, «Amico, quel tipo ha scritto il riff di Smoke on the Water». Oltre a almeno altri 30 incredibili riff.

Pensi mai a dove potrebbero essere i Pearl Jam tra vent’anni? Come li vedi i 70 anni?
Ci continuo a pensare. C’è una parte di me che sarebbe perfettamente felice di ritirarsi al nostro picco. Ma per essere sinceri, sarebbe pazzesco avere 70 anni e trovarsi ancora per suonare insieme. Che sia su un palco, in studio, qualsiasi cosa. Mi mancherebbero certe situazioni, come stare in una stanza insieme e fare le stesse battute di 25 anni prima. Sono degli scherzi tra di noi, che nessun altro potrebbe capire. Amo quella parte.

Per tornare all’album. Pensi che le registrazioni possano iniziare quest’anno? Hai qualche idea sulle tempistiche?
No. Voglio dire, abbiamo un po’ da fare durante l’estate. Non abbiamo mai parlato dell’album dal Sud America. E anche quando ne abbiamo parlato i toni erano tipo, «Sarebbe figo farlo così o provare quest’altra cosa». Erano solo idee abbozzate. Niente date nè altro. Penso che sia perché tutti abbiamo una famiglia ed è sempre più complicato gestire queste cose. Ma credo che se qualcuno ci chiamasse per dire, «Andiamo in studio ad ottobre», lo faremmo. Ci serve solo quello.

Fonte: Rolling Stone Magazine

 

 

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