La poesia della musica, la musica della poesia. Intervista a Inna Faliks.

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di Alessio Zuccaro

Se siete curiosi di scoprire le possibili connessioni tra musica, teatro e poesia, Inna Faliks potrebbe essere l’artista che fa per voi. Pianista ucraina nata a Odessa, ma da anni residente negli Stati Uniti, è docente di Pianoforte alla UCLA (University of California-Los Angeles): fra i suoi numerosi progetti, ha scritto un libro autobiografico da cui ha tratto un originale one woman show in cui racconta e mette in musica la sua vita avventurosa. L’abbiamo incontrata in vista della sua partecipazione a Cremona Musica International Exhibitions and Festival, dove sarà in giuria alla finale della PianoLink International Amateurs Competition e porterà il suo contributo a una tavola rotonda sulle prospettive di studio internazionale per i giovani musicisti.

 

Seguendo le sue attività si ha l’impressione che la connessione fra più linguaggi artistici – musica, poesia, recitazione – sia per lei una missione. È davvero così?

Sì, è un’esigenza che ho avvertito durante tutta la mia carriera. Io sono ucraina ma di lingua russa, e propria la poesia russa ha rappresentato per me un tesoro da custodire e memorizzare sin dall’infanzia. Qualunque autore stessi studiando, da Beethoven a Chopin, da Rachmaninov a Schumann, quelle immagini poetiche davano sempre nuova freschezza alle mie interpretazioni. Così, mentre vivevo a New York e lavoravo come pianista concertista, ho realizzato che spesso i musicisti sono come segregati nel loro mondo, e che la città stessa presenta diversi piccoli universi sconnessi – quello della musica, della poesia, del teatro – che non comunicano fra loro. Ho pensato, allora, di impegnarmi a portare il pubblico che ama la musica ad ascoltare poesia, e così è nato il progetto Music/Words, dove note e parole si alternano: ho iniziato a creare dei programmi dove unisco musiche e poesie capaci, perlomeno ai miei occhi, di compenetrarsi e dar vita a una narrazione emotiva. È diventato un progetto piuttosto noto sulla scena newyorkese e non solo.

 

Ma questo dialogo fra le arti l’ha coinvolta anche in prima persona, grazie all’incontro con il teatro. Ci parla del suo progetto autobiografico?

Tutto è nato quando mi è stato chiesto di collaborare con l’attrice Lesley Nicol [celebre per l’interpretazione di Miss Patmore in Downton Abbey, ndr] in un’opera intitolata Admission – One Shilling, basata sulla vita della grande pianista britannica Myra Hess, che è stata la maestra della mia insegnante. Così sono entrata in contatto con il teatro. Nel frattempo stavo scrivendo un libro autobiografico: dopo essermi trasferita a Los Angeles per insegnare all’UCLA, qualcuno ne ha letto i primi capitoli e mi ha suggerito di farne un one woman show. È stato allora che ha visto la luce Polonaise-Fantasie, Story of a Pianist, recentemente presentato in traduzione italiana all’Accademia Musicale Chigiana di Siena. Il libro è invece in uscita in ottobre e si intitolerà Weight in the Fingertips. Sto registrando, inoltre, un CD dal titolo Manuscripts don’t burn, in cui ogni brano sarà legato a dei testi, tra cui una suite intitolata The Master and Margarita ispirata al capolavoro di Bulgakov. In parole povere, l’idea di mettere in relazione più linguaggi artistici è finalizzata a smuovere il pubblico, a invitarlo in questo mondo bellissimo per mostrargli che l’arte non è qualcosa di esclusivo.

 

Ha citato Myra Hess, grande pianista della prima metà del Novecento. Ascoltando le registrazioni del tempo, si scoprono delle interpretazioni che oggi farebbero storcere il naso a molti. Cosa ne pensa?

Credo che l’approccio all’esecuzione pianistica sia cambiato significativamente nel tempo, e in un certo senso non sempre per il meglio. I tanti concorsi hanno alzato a livelli altissimi gli standard tecnici del suonare, ma spesso questo non incoraggia i giovani pianisti ad avere consapevolezza di sé, della propria personalità. Bisogna possedere un vocabolario emozionale per plasmare la propria arte; per questo occorre incoraggiare i musicisti a fidarsi del loro istinto, specialmente nell’età della tecnologia, dov’è facile copiare. Ci vuole tempo per ascoltare se stessi, per riflettere, meditare, e la letteratura aiuta in questo processo; mentre la tecnologia, con la sua velocità e facilità d’accesso, non sempre può farlo. Gli artisti del passato non avevano paura di prendersi dei rischi, ed è nostra responsabilità aiutare i giovani a fare altrettanto.

 

Qual è il suo approccio allo studio di un nuovo brano?

Naturalmente dipende dal repertorio. Attualmente mi sto dedicando alla Sonata op. 11 di Schumann, un pezzo che ho interpretato e studiato con i miei allievi moltissime volte e che quindi è già, in un certo senso, “formato” dentro di me. Se si tratta di qualcosa di completamente nuovo, lavoro molto lentamente, nota per nota; se poi è stato scritto per me, è utile sintonizzarsi il più possibile con il compositore. Mi viene in mente la versione a quattro mani della Sesta sinfonia di Mahler trascritta da Zemlinsky: ho studiato attentamente la partitura e ascoltato almeno 15 incisioni differenti, per conoscere bene le parti di tutti gli strumenti.

 

Ha qualche consiglio da dare ai giovani pianisti che stanno iniziando la loro carriera?

Tieni sempre la mente aperta e non dire di no, anche se ti sembra di star rischiando troppo o che si tratti di una sfida troppo ardua. Crescendo le occasioni sono sempre meno, purtroppo, perché la vita diventa più ricca e si riduce il tempo per fare nuove esperienze. Inoltre fai domande, senza basarti sull’autorità, sul «l’ha detto lui». Ragiona con la tua testa, come diceva il mio insegnante. E sii molto disciplinato e organizzato. L’idea fondamentale del mio libro è questa: se ti ritrovi a chiederti «Dovrei far musica o specializzarmi in qualcos’altro?», hai già la risposta. Se la musica è tutto ciò a cui vuoi dedicarti nella vita, vai fino in fondo.

 

Da tempo si interessa alla tecnologia Disklavier. Di cosa si tratta?

È un sistema Yamaha con cui puoi connettere due pianoforti in ogni parte del mondo. Qualunque cosa io suoni sul primo viene replicata con altissima fedeltà sul secondo, istantaneamente. Questa tecnologia permette, per esempio, di tenere lezioni a distanza di alta qualità. Tra l’altro, come sappiamo bene, Cremona Musica presenta da alcuni anni eventi e competizioni, come il Disklavier Composers Contest, dedicati proprio a questa innovazione.

 

A proposito di Cremona Musica, cosa si aspetta da questa nuova edizione?

Sono incredibilmente grata al mio caro amico – nonché fantastico pianista – Roberto Prosseda, che mi ha introdotto a questa bellissima realtà; veniamo dalla stessa scuola, quella di Boris Petrushansky a Imola. Per me non c’è nulla di più emozionante che scoprire una nuova città, suonare e vivere la musica insieme al pubblico e a tanti amici e colleghi: ogni volta che vengo a Cremona ho la sensazione di poter condividere senza paura i progetti più arditi!

 

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