Renato Zero racconta “Alt”, in uscita oggi venerdì 8 aprile: Gesù, i sindacalisti, i politici e le famiglie non tradizionali. Ascolta ‘Chiedi’

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Renato Zero arriva, incassa l’applauso dei giornalisti e attacca un lungo monologo: «Non mi arrendo. Dovrete sopportare la mia scelleratezza, il mio modo di combattere una discografia che non tiene più conto dell’essere umano e preferisce macchinette robotizzate che portano a casa denari. Non chiamatela più leggera, questa musica, e salvatela cercando di dialogare con questi Internet, con tutti questi atolli, questi arcipelaghi che stanno disperdendo le nostre forze, la nostra semina. Se vuole fare un mestiere, l’artista deve farlo a 98 gradi più i 98 gradi che merita il pubblico. Bisogna rendersi conto che il giorno che un artista indossa le pantofole e scopre un sederino ha smesso di dire qualcosa al mondo. La sofferenza è un’amica e anche se la rifuggiamo è madre della crescita, della saggezza, della sopportazione, madre della rivoluzione. E questo disco vuole rivolgersi a quelli che non vogliono stare in panchina assenti e rassegnati al tempo e all’ISIS, che è diventato un discorso ovvio e niente affatto preoccupante perché abbiamo uno stadio e un’amante a cui dedicare il nostro tempo».

Detto in altre parole, il cantautore romano presenta il nuovo album “Alt”, che contiene sì canzoni in cui racconta amore, amicizia, la sua età (65 anni), ma anche altre e forse più significative in cui parla a modo suo dell’Italia del 2016: sperequazioni, società dello spettacolo, mancanza di fede, intolleranza, politica, persino rivoluzione. «Con questo disco mi sono inventato il mestiere del sollecitatore. Mi piace stimolare interventi della gente, di chi ha voce esile, di chi non ha raccomandazioni. L’album racconta il sentirsi al mondo in queste ore ed è insolito per me, abituato alle veggenze. Questa nostra Italia ha svenduto praticamente tutto e i politici non fanno nulla per produrre esempi che ci confortano. Sentivo la necessità di un contatto, in un momento in cui abbiamo tutti bisogno di accarezzarci e rassicurarci. La canzone è un atto d’amore, una forma alta di coinvolgere gli altri in un sentire, in un momento magico».

L’album sarà presentato l’1 e 2 giugno all’Arena di Verona. «A Verona ho perso tre malleoli», dice Zero ricordando l’incidente che costò l’interruzione del tour del 1998, «e vado a reclamarne il conto». E poi se la prende con i «pischelli» che ieri hanno messo il suo album «su questi canali di Internet». Li chiama sorcini, ma sono «sorcini sprovveduti che non conoscono il mio percorso, che meriterebbe maggiore rispetto. Pensavano di dire al mondo: ho battuto Renato. Si sono battuti da soli. Una preghiera: non venite più ai miei concerti e non acquistate più i miei dischi, grazie». Zero è in forma. Quando gli chiedono se lui era il Bowie italiano dice scherzando che Bowie era lo Zero inglese.

Incita i quotidianisti fatti accomodare in prima fila a saggiare la consistenza delle sue gambe, e loro tentennano, chiede di ricevere «il massimo della critica, come ai tempi in cui non si vedeva l’ora di comprare il quotidiano per capire dove avevamo fatto bene e dove male». Parla dei sindacalisti citati nel singolo “Chiedi”, quelli che «poi vanno a finire a Montecitorio e che si frappongono fra chi lavora e chi dà lavoro, mentre un tempo c’era dialogo fra proprietario e operaio». Dice che l’assenza di Gesù, cui è dedicata una canzone, «si sente moltissimo. E ne abbiamo visti tanti di Gesù, vittime massacrate dalla mafia. Gesù deve tornare a casa e il fatto che ritorni qui dipende dalla nostra volontà». Qualcuno gli dice che oggi è la Giornata Mondiale della Salute e lui racconta che in Svizzera «c’è un ragazzo di 20 anni che sta combattendo la malattia con la chemio. Gli ho mandato dei messaggi vocali. Mi ha telefonato il fratello. M’ha detto che doveva fare una trasfusione, ma non trovavano la vena e allora gli hanno appoggiato sul braccio il telefono con il mio messaggio vocale e la vena gliel’hanno trovata immediatamente».

Zero parla del passato, di quando faceva l’autostop e i camionisti lo prendevano a schiaffi e i militari a cazzotti, e di «questa MTV dove gli artisti, specie le femminucce, sembrano uscire da un collegio, da una realtà di omogeneizzazione. Le canzoni di Bob Dylan mica hanno l’incisetto o lo specialino o la strofetta facile. Quello che manca da noi è questa scrittura magnifica, la riscoperta degli arrangiatori. È offensivo trattare i musicisti come colf. Una domanda la faccio io: c’è un disegno più alto di noi che ci vuole ignoranti?». Schiva le domande sulle elezioni a Roma, dice solo che alla sua «Smartina elettrica» manca un segnale che avvisi di dossi e buche e che in centro non si trovano più pizzicagnoli e quindi la gente si mangia le scarpe di Prada con dentro il prosciutto. Dice che la sua sulle trivellazioni l’ha già detta quando si schierò con Lucio Dalla a difesa delle Tremiti e che comunque il petrolio che si tira su, gliel’ha detto qualcuno di esperto, «non ha consistenza, è come annacquato». Aggira la domanda su un progetto con Maria De Filippi, «la mia testa ora è a Verona», e se la prende con «questo Internet. I giovani devono avere il coraggio di uscire da questi network. Sono strumenti che vanno presi con le molle, c’è tanta solitudine dentro questa Rete che degenera in depravazione perché la solitudine quando si ammala sono cavoli».

E infine, parlando di un brano sull’intolleranza titolato “Vi assolverete mai” ricorda che un tempo erano gli ultraquarantenni a gridargli dietro «frocio» e che oggi gli intolleranti sono ragazzini, «perché non c’è più controllo in famiglia». E la famiglia è importante: «L’Italia funziona quando c’è un padre e una madre, quando c’è una famiglia, qualunque essa sia, in grado di garantire solidità». E dice la sua, con passione, su chi critica le famiglie non tradizionali: «Nessuno si può prendere il lusso di giudicare. Conta il modo di amare, la quantità di amore, non i sessi. Non c’è amore di serie A o di serie B, esiste un rapporto disciplinato dal rispetto reciproco. La famiglia è comunque un bene. Io ho adottato un figlio perché non voglio stare da solo. Ora ho due nipoti, perché mai tutto questo deve essere un problema? È un problema solo per gli stronzi che non amano». Però poi se dovesse incontrare di nuovo quelli che nel ’68 gli gridavano «’a froscio!» su Ponte Vittorio Emanuele II a Roma li abbraccerebbe, perché gli hanno fatto scrivere canzoni meravigliose. ‘Anzi, se l’incontro gli do due ventiquattresimi de Siae, me vojo rovinà’.

 

Fonte: Rockol

renato zero

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