“Serate Musicali tra Mendelssohn e Perosi”.

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di Massimo Ravazzin

Del concerto tenutosi il 13 giugno 2022 presso la Sala Verdi del Conservatorio di Milano per “Serate musicali”, che ha aperto un miniciclo proposto dall’Insubria Chamber Orchestra di tre serate dedicate ai Concerti del giovane Mendelssohn, una valutazione critica non può limitarsi semplicemente all’apprezzamento delle belle esecuzioni, ma anche alla scelta oculatissima nonché originale del programma, che accostava un giovanissimo Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847) ad un maturo Don Lorenzo Perosi (1872-1956).

Ne consegue una breve riflessione sulla connessione tra i due: il primo visse indiscutibilmente nel periodo romantico ma, grazie anche all’adesione e assimilazione dei concetti goethiani, difficilmente si addentrò nelle ombre oscure dell’incertezza che l’ego si poneva nei confronti della vita, ma, al contrario, mirava a solidità, chiarezza e solarità della forma, tanto da potersi definire il compositore più “romanticamente classico” del primo Ottocento. Il recupero della grande tradizione musicale tedesca da Bach a Beethoven avvenne grazie al suo infaticabile lavoro.

Giorgio Rodolfo Marini e la sua inseparabile Insubria Chamber Orchestra, ci hanno regalato una bella esecuzione della decima sinfonia per soli archi in si minore, una delle dodici scritte tra gli undici e tredici anni. Il tutto si svolge in un tempo unico, Adagio introduttivo e introspettivo, che già con le note ribattute iniziali (una metà più due quarti) sarà protagonista di un secondo elemento tematico dell’Allegro successivo, preceduto però da un primo incipit (il quarto puntato con l’ottavo discendente cromatico), una seconda idea che varia melodicamente senza alterare la dinamica temporale, poi il ritornello come nelle sinfonie “classiche”, gli sviluppi, dove convergono tutti gli elementi citati, una ripresa e una stretta finale come coda.

Nel concerto in la minore per pianoforte e archi, nonostante la giovane età (13 anni!), già si trova la netta aspirazione al superamento di un gusto imperante, carico di superficiale esteriorità, che vedeva sempre più ridotto il ruolo dell’orchestra per dar risalto alle doti virtuosistiche del solista. Ecco allora la ricerca di contenuti nuovi, dove il dialogo tra orchestra e pianoforte ritrova una sapiente scrittura genuina e cristallina che, come succederà nei due concerti di Fryderyk Chopin, supera la barriera imposta dal gusto Biedermeier. Un lavoro, questo, che porterà il nostro Felix alla concezione del più famoso concerto n.1 op.25 che diventerà (dieci anni dopo) prototipo per nuove ispirazioni (vedi i concerti di Liszt) in unico tempo, suddiviso in episodi dove i temi si richiamano tra loro.

Un tentativo, quindi, che porterà i suoi frutti negli anni a venire, ma già riuscitissimo. La suddivisione è ancora quella classica in tre tempi, con l’ultimo che mantiene il gusto della brillantezza esecutiva carica di eleganza, dove il pianista Carlo Levi Minzi si trova perfettamente a suo agio, sempre sapientemente seguito dall’Orchestra di Giorgio Rodolfo Marini. Anche nel quartetto del tortonese Don Lorenzo Perosi siamo al recupero delle tradizioni contrappuntistiche di altri tempi, aprendo nuove vie distanti dal neo classicismo, spogliate dalle tematiche tragiche del melodramma, con il mantenimento di una evocazione gregoriana, una lontananza dal romanticismo conflittuale per approdare a una sintesi serena dell’animo umano. Tutti temi molto cari al mondo “Ceciliano”, che comporta proprio le varie sfaccettature che ho cercato di indicare.

Ma questo è solo un aspetto perché la personalità di Don Lorenzo è ancora più complessa. “Perosi non cambia una nota di ciò che ha scritto perché il profumo della sua Musica sta tutto nella sua semplicità”, diceva il grande Arturo Toscanini. La “semplicità”, ovviamente, è sinonimo in musica di grande chiarezza e spontaneità, dove le “rivisitazioni” di Lorenzo Perosi si sintetizzano nel gusto della sonorità mistica ed estatica, per approdare verso uno stile assolutamente autentico e personale.

Ben venga, allora, questa trascrizione per archi di Adriana Azzaretti, con l’aggiunta dei contrabbassi, di questo quartetto, che acquista, così, una maggiore “spazialità” sonora! Gli interpreti della serata vanno ringraziati anche per averci guidato all’ascolto di composizioni che, purtroppo, sono raramente eseguite.

Carlo Levi Minzi è stato capace (non succede sempre con altri esecutori) di rinunciare all’attrazione della “bravura” fine a se stessa; minor brillantezza, quindi, sostituita però da una profondità di suono lontano da facili esteriorità.

Sulla stessa linea il Direttore Giorgio Rodolfo Marini che ha saputo cogliere alla perfezione gli stili, tra avventura e rivisitazione, di queste Musiche, guidando con la solita destrezza gli encomiabili archi della Insubria Chamber Orchestra.

Il pubblico ha mostrato di apprezzare con calorosi  applausi, contraccambiati dal Solista con due Romanze senza parole e dall’Orchestra con la replica di parte della Sinfonia. Meglio di così…

Al prossimo concerto, quindi, dedicato al giovane Mendelssohn, che si terrà il 5 novembre prossimo, sempre nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano.

 

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