Amare la musica in sé, e non se stessi attraverso la musica. Intervista a Boris Petrushansky.

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di Giulia Vazzoler

 

Cremona Musica International Exhibitions and Festival ha ospitato anche quest’anno il leggendario pianista moscovita Boris Petrushansky. Ultimo allievo di uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, Heinrich Neuhaus, raffinato erede della scuola di tradizione romantica che ha dato i natali a Richter e Gilels, Petrushansky vive in Italia da trent’anni, dove insegna all’Accademia “Incontri con il maestro” di Imola. Dopo l’edizione 2022, nella quale ha presieduto la commissione del PianoLink International Amateurs Competition, alla kermesse cremonese Boris Petrushansky ha stavolta presentato la sua ultima fatica discografica: il Live Recital at Gran Teatro La Fenice, pubblicato a febbraio 2023 per Da Vinci Classics. L’album, un doppio disco che raccoglie le Variazioni in Fa minore di Haydn, i quattro Improvvisi op. 142 di Schubert, la sesta Sonata di Prokofiev e un bis, il celeberrimo studio La campanella di Liszt, offre la registrazione di un monumentale concerto alle Sale Apollinee (oltre 90 minuti di musica), felice connubio fra l’arte del maestro e la potenza sonora del grancoda Fazioli F308.

 

Maestro Petrushansky, questo programma attraversa una varietà di stili, e possiede al tempo stesso una grande unitarietà. Come l’ha composto?

Inizia con una domanda molto pertinente, perché io tengo moltissimo che vi sia un filo conduttore a legare i brani dei programmi concertistici. Ho sempre odiato i calderoni: un recital non può essere semplicemente una successione di musiche che stanno bene insieme. Deve esserci un tema ben preciso che sottende la scelta. In particolare, per questo recital, ho creato il programma basandomi sui rapporti tonali fra i vari brani, e sulla dicotomia fra i rapporti maggiore-minore.

 

Cominciamo con le Variazioni… si legano al primo e all’ultimo Improvviso, anch’essi in Fa minore.

Proprio così, la prima parte del concerto è quasi unitonale. Anche dal punto di vista della scrittura c’è consequenzialità: Schubert, nella sua purezza, nella sua introversione, ha interiorizzato e maturato lo stile alabastrino di Haydn. È importante analizzare anche la dicotomia maggiore-minore. Le Variazioni di Haydn sono scritte su due temi, uno maggiore e uno minore. Poi, c’è l’esplosione finale nella coda del ciclo delle Variazioni, come avverrà anche nel ciclo degli Improvvisi, e il contrasto fra la stessa tonalità maggiore e minore è perfettamente acquisito – e perfezionato – in Schubert. Direi quasi che è il suo “neo sul volto”.

 

E per quanto riguarda Prokofiev?

La Sonata inizia con una triade di La maggiore alla mano destra: La, Do diesis, Mi. Subito dopo, il Do diventa bequadro. C’è di nuovo il contrasto fra maggiore-minore, anche se in Prokofiev siamo di fronte a una specie di sorriso che diventa smorfia, piuttosto che a una dicotomia fra opposti. Ma c’è la stessa chiarezza della scrittura.

 

A parte il terzo tempo, che è un po’ più abbondante come sonorità…

È vero, ma la sesta sonata ha una scrittura schietta e trasparente. È un pezzo che definirei quasi neoclassico, non ci sono sfarzi e opulenze. Per non parlare delle forme… la danza del secondo movimento è una gavotta, ci fa rimbalzare indietro nel Settecento. Poi ci sono dei legami storici fra Schubert e Prokofiev. Quando Prokofiev ha composto la sua prima sinfonia, il suo modello di riferimento erano le sinfonie di Haydn, e si interessò anche di Schubert, con le trascrizioni per due pianoforti dei valzer.

 

C’è un filo conduttore anche per il bis?

No, è un pezzo a sé stante. Ho suonato La Campanella in omaggio all’Italia e al pubblico veneziano.

 

Come mai ha scelto di registrare un album live?

Registrare un concerto dal vivo ha i suoi pregi e i suoi difetti. In studio si può lavorare molto più meticolosamente, e forse ci si sente più liberi. Durante il concerto ho dovuto fare uno sforzo per liberarmi della percezione del microfono, ma la grande bellezza di questo disco è che la musica segue il respiro del momento, l’energia del pubblico.

 

Qual è la caratteristica più importante che deve avere un musicista, secondo lei?

Il talento, che è un dono. Poi, questo dono va sviluppato con vari ingredienti: la solidità della tecnica, la maturazione personale, lo sviluppo dell’orecchio, la conoscenza delle materie teoriche e storiche. Non ci sono ricette, ognuno segue il suo percorso. L’importante è che poi si arrivi a questo insieme di qualità che ogni pianista dovrebbe possedere, amando la musica di per se stessa e non se stessi attraverso la musica.

 

I pianisti che più apprezza?

Se parliamo della generazione fra i 30 e i 50 anni, mi colpisce Daniil Trifonov. Alexandre Kantorow mi ha particolarmente impressionato quando ha vinto il Tchaikovsky mentre io ero in giuria, e una menzione speciale va senz’altro a Leonora Armellini. Poi non posso non citare due allievi straordinari: Federico Colli, che suona come un uccello paradisiaco, e Ingrid Fliter, un talento folgorante, talmente apprezzata in tutto il mondo da essere stata scelta come presidente di giuria al Busoni. Se dobbiamo parlare dei giganti, le dico Grigory Sokolov e Martha Argerich: da loro non si finisce mai di imparare.

 

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