Andrea Portera – Canti dopo l’Apocalisse. Quartetto Indaco.

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di Gabriele Cupaiolo

A costo di esordire in medias res, è importante evidenziarlo immediatamente: nonostante le difficoltà che il criptico libro dell’Apocalisse possa offrire ad un artista che voglia ispirarvisi, il compositore Andrea Portera (su commissione di EMA Vinci) riesce a mettere il proprio stile a piena disposizione del misticismo di Giovanni evangelista, e l’esecuzione del giovane – ma già affermato – Quartetto INDACO non viene meno al suo compito, quello di saper cogliere le sonorità e le idee del compositore, iniettandole direttamente nella mente e nel cuore dell’ascoltatore. Perché è necessario affermare subito questo presupposto di merito? La spiccata connotazione simbolica di questo testo rifugge da ogni intento puramente narrativo, avvalendosi del proprio significato per comunicare un messaggio da decodificare e comprendere in profondità. Comporre musica su un lavoro letterario di questo tipo implica una notevole capacità di intuizione, finalizzata a sintetizzare in armonia, melodia e ritmo una valenza concettuale pluridimensionale, collocata su numerosi piani di interpretazione (e pure su questi si può discutere: oltre a quello letterario  quanti e quali sono?). Ciascuno dei sette brani del compositore prende le mosse dalla figura allegorica de I sette sigilli  apocalittici, i quali l’autore biblico dichiara di aver scorto all’interno delle sue affascinanti visioni mistiche. E’ molto affascinante interpretare le figure e i caratteri archetipi che Giovanni descrive in una chiave contemporanea: I sette sigilli sono figure emblematiche, da identificare in eventi che – a seconda del tempo in cui si leggano le pagine dello scritto sacro – di volta in volta riflettono ciascuna società, identificati in questo o in quella situazione catastrofica (o semplicemente epifanica; ‘apocalisse’ significa in primis ‘rivelazione’) da parte del fruitore; nella loro descrizione essi si presentano così: all’apertura dei primi quattro sigilli appaiono quattro cavalieri che seguono l’invito di creature e cherubini, i quali, con voce di tuono, dicono ‘Vieni’ (parola che, nella partitura, trova la corrispondenza di una formula musicale su cui edificare la struttura di ciascun movimento). I sette sigilli apocalittici contemplano la venuta di quattro cavalieri e il succedersi di tre situazioni emblematiche:

1) Il primo cavaliere compare cavalcando un bianco destriero, munito di arco e corona: dovrà vincere una battaglia in cui sarà coinvolto.
2) Il secondo cavaliere si manifesta in groppa ad un cavallo color fuoco; il suo compito è quello di togliere la pace dalla terra, e per questo gli viene consegnata una grande spada.
3) Il terzo cavaliere, che appare all’apertura del terzo sigillo, è su un cavallo nero e tiene in mano una bilancia.
4) Il quarto cavaliere è accompagnato da un cereo cavallo, il cui cavaliere è chiamato Morte; l’Ades lo segue da vicino.
5) All’apertura del quinto, Giovanni scorge un altare su cui giacciono i martiri, che in nome di Dio invocano giustizia, così da poter essere vendicati.
6) All’apertura del sesto sigillo la visione contempla un gran terremoto: il sole diventa oscuro, le stelle precipitano sulla terra, il cielo implode in sé stesso, isole e monti scompaiono.
7) Dopo un lungo silenzio, col settimo sigillo sette angeli suonano sette trombe, ed è dato l’inizio ad una serie di sette ulteriori avvenimenti catastrofici.

Il testo dell’ Apocalisse, nonostante le evidenti difficoltà che potrebbero emergere durante la stesura di musica programmatica ad esso inerente, risulta comunque del tutto adatto allo stile del Portera, il quale aggiunge un tassello di merito all’insigne scuola di composizione entro cui si è formato (suoi precettori sono stati nientemeno che Sciarrino e Manzoni); posto che l’assenza di vere e proprie guide tonali (caratteristica precipua di una buona parte della musica contemporanea) ben si presta alla narrazione densa e atemporale del capolavoro letterario, le scelte in termini di timbri, sonorità, ritmi riescono nel loro intento, quello di catturare l’attenzione dell’ascoltatore e di fargli vivere un’esperienza tanto musicale quanto – più genericamente – personale, suscitando ricordi, riflessioni, immagini cui attribuire un significato intimo e profondo. Inoltre, saper coniugare musicalmente tradizione e innovazione corrisponde a quell’intento biblico di ‘vedere avanti’ – avendo come argomento la fine dei tempi – pur recando insegnamento ai propri contemporanei; condizione primaria, al fine di apprezzare pienamente sia il testo giovanneo che i Canti dopo l’Apocalisse, è la conoscenza proprio di quella tradizione da cui entrambi gli autori ora traggono ispirazione, ora si distaccano: così come la lettura dell’Apocalisse non può prescindere da una conoscenza della valenza iconologica di numeri, colori, animali, materiali, allo stesso modo  l’ascolto della musica di Portera prevede una buona conoscenza del bagaglio classico. Solo così sarà possibile comprendere l’intento più profondo di chi si inserisce all’interno di un prestigioso genere e decide di rivoluzionarlo dal proprio interno, pur senza arroganza o malizia: tanto nella musica, quanto nella letteratura, quanto nella vita personale la crescita buona e mediocramente aurea deve sapersi divincolare fra le istanze di progressismo e quelle di conservatorismo, riuscendo ad avere da un lato il coraggio di osare e di esprimersi, dall’altro l’umiltà di apprendere e di confrontarsi.

Il confronto reiterato fra il Quartetto INDACO e il compositore (come si evince dalle parole del violoncellista Cosimo Carovani, durante la presentazione online dell’opera – lo scorso primo maggio) è stato utilissimo a stabilire un legame di sinergia efficace e costruttivo, in grado di conferire all’esecuzione coerenza formale ed eloquenza, cosicché le numerose idee non finiscano per disperdersi o mancare di collegamento fra sé. Ciascuna delle voci conduce la propria parte rivelandosi come guida dell’intuizione e non della ragione: la mancanza della retorica cadenzale classica fa sì che la mente sia catturata con particolare efficacia visiva dai colori ora del violoncello, ora del canto semi-sillabico (non a caso si parla talvolta di Debussy, uno dei primi a rinunciare pure solo parzialmente allo stile formulare tradizionale, come di un ‘impressionista’); questo processo pare proprio verificarsi alla stregua dell’esperienza mistica di Giovanni, la quale, in un flusso di nuovi elementi, mai perde di dinamicità e mutevolezza. I frequenti intervalli di quarta e di quinta conferiscono alla composizione un sapore arcaico, talvolta quasi modale, che non finisce però mai per infastidire o stancare l’ascoltatore; la gestione delle armonie e dei ritmi più arditi appare pienamente riuscita e mai sgraziata o inappropriata.

Per concludere, un gran bel lavoro. Il resto lo lasciamo alle vostre orecchie!

CANTI DOPO L’APOCALISSE – Quartetto Indaco – CD/VIDE

 

 

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