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Il violinista che fotografa le stelle. Intervista a Cristiano Gualco.

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di Giorgiana Strazzullo

Dallo Stradivari al profondo universo. Il primo violino del Quartetto di Cremona, ci svela il segreto delle sue fotografie pubblicate dalla Nasa.
Il 2000 ha realizzato un sogno a quattro giovani musicisti genovesi!
Un sogno grande, ambizioso, figlio di sacrificio e talento: il Quartetto di Cremona.
Vent’anni di carriera con premi internazionali vinti, incisioni discografiche e concerti in festival e sale tra le più prestigiose al mondo.

Il Quartetto di Cremona, formato da Cristiano Gualco e Paolo Andreoli ai violini, Simone Gramaglia alla viola e Giovanni Scaglione al violoncello, è il primo quartetto italiano a suonare per un tempo prolungato gli strumenti del Paganini Quartet di Antonio Stradivari, in prestito dalla Nippon Music Foundation di Tokio grazie al progetto internazionale Friends of Stradivari.

Il sole di questa intervista è Cristiano Gualco: uomo dotato di una spiccata vivacità intellettuale, generoso e instancabile esploratore. Per anni ho avuto l’occasione di parlare di musica con lui ricevendo preziosi insegnamenti. Sono felice di poter dare voce ai suoi molteplici talenti.

 

C’era una volta…Cristiano Gualco ci racconti la tua storia? Come ti sei avvicinato allo studio del violino?

 Sono nato a Genova il 16 settembre del 1974, ho intrapreso lo studio del violino a sette anni scoprendo lo strumento del nonno in casa, anche lui suonava in un quartetto, non era un quartetto classico, ma con il banjo e la batteria: durante la guerra guadagnava due soldi suonando il violino in maniera amatoriale, non era un professionista.

Uno dei ricordi più vividi che ho della mia infanzia è la prima lezione di solfeggio.

All’epoca non abitavo a Genova ma in un paesino in Piemonte e lì c’era una scuola privata a Ovada. Ero in classe con ragazzini di quattordici anni, nonostante ne avessi sette, mi ricordo che il professore di solfeggio ha cominciato a dettare qualcosa, pensavo fosse il dettato che ti fanno fare a sette anni a scuola – ti danno una sillaba, tu la scrivi, ti dicono casa e tu hai venti minuti per scrivere la parola casa – e invece lui è partito come se io conoscessi la stenografia: sono rimasto scioccato!

 

 

L’essere nato sotto il segno della Vergine, che ti conferisce quel portamento da uomo di scienza, ti ha sicuramente agevolato nel resistere, nonostante lo shock iniziale, nello studio del violino. Com’è proseguito il viaggio?

Mi sono diplomato al conservatorio di Genova con il massimo dei voti. Ho iniziato un percorso di perfezionamento che mi ha portato a Londra, dove ho conosciuto mia moglie Yoko, a Cremona dove nel 2000 ho fondato il mio quartetto e in Germania dove ho incontrato Beethoven (metaforicamente). Sono totalmente dedito al lavoro di primo violino nel Quartetto di Cremona e sviluppo la mia ricerca musicale anche insegnando presso l’Accademia Walter Stauffer di Cremona.

Dal 2011 sono docente del Corso di Alto Perfezionamento – Stauffer Artist Diploma in Quartetto d’archi.

 

 

Nel 2019 avete festeggiato il vostro ventesimo compleanno registrando il disco monografico su Schubert per Audite, in compagnia di Eckart Runge dellArtemis Quartet, suonando gli strumenti del Paganini Quartet di Antonio Stradivari. In programma La morte e la fanciulla (Quartetto in re minore D. 810 scritto nel 1824) e il Quintetto per archi con due violoncelli D. 956 in do maggiore scritto nel 1828.

Questo disco è stato sicuramente un importante regalo di compleanno! Sei d’accordo?

 

Sicuramente! Sono molto legato a questo disco innanzitutto perché si tratta di Schubert!
Negli ultimi anni ho cominciato a rivalutarlo come autore: nella sua musica traspare la fatica nel vivere e le sue gioie.
Questo mi succede soprattutto quando suono il quintetto di Schubert!
Il quintetto in do maggiore fa parte dell’ultima, straordinaria costellazione di composizioni schubertiane: ultimato a poche settimane dalla morte.
Non c’è stata una singola volta in questi anni in cui non abbia amato suonarlo.
In particolare il secondo movimento, il movimento lento; ricordo la mia commozione dopo averlo finito di registrare. Ero consapevole che non avrei registrato nulla di così importante e di così bello in futuro.
E allora ho avuto questo momento in cui ho quasi pianto ma di gioia.

 

Grazie alla Nippon Music Foundation di Tokio avete avuto l’opportunità di incidere il disco suonando gli strumenti del Paganini Quartet di Stradivari. Ci racconti questa esperienza?

 Abbiamo avuto l’occasione di suonare quattro strumenti Stradivari appartenuti a Paganini. Io suonavo in particolare uno strumento che lo stesso Paganini aveva suonato in concerto: il violino Conte Cozio di Salabue del 1727. Il Conte è stato uno dei primi dell’epoca ad interessarsi alla compravendita di strumenti ed entrò in contatto con Paganini proprio per questo strumento. Suonarlo è stata una gioia incredibile. Il valore economico è incalcolabile, anche se è stimato intorno a qualche milione di dollari, ma la reale ricchezza è storica, e sopratutto, sonora. Il set è formato da: i violini Conte Cozio di Salabue del 1727 e Desaint del 1680; la viola Mendelssohn del 1731 e il violoncello Ladenburg del 1736, ritenuto l’ultimo costruito da Stradivari. Paganini acquistò ciascuno strumento singolarmente e, dopo la sua morte, furono separati cambiando di mano numerose volte prima di essere riuniti negli anni Cinquanta dal commerciante newyorkese Emil Herrmann. Acquistati dalla Nippon Music Foundation nel 1994, sono stati suonati dal Tokyo Quartet fino al 2013 e successivamente dal Hagen Quartet.

 

C’è stata intesa con Eckart Runge?

Abbiamo avuto questa collaborazione straordinaria con Eckart, che io seguivo fin da ragazzo: ho sempre ascoltato i suoi dischi, i suoi concerti.
Penso che sia il musicista più completo che abbia mai incontrato, almeno nell’ambito della musica da camera. Tra di noi si è instaurato un rapporto di fratellanza. È stato bellissimo!
Anche per questo ascolto, con grande piacere, la nostra incisione del quintetto di Schubert.

 

 

Ti concedi qualche distrazione?

 La subacquea e l’astrofotografia.

 

  

Nella tua foto profilo sui social, per diverso tempo, ti abbiamo visto nuotare al fianco di uno squalo balena. Non è da tutti…

Gli squali balena sono veramente innocui. In quella stessa gita che ho fatto con mia moglie, c’erano anche dei bambini.
Ti portano con un motoscafo e ti fanno saltare quando lo squalo sta arrivando.
Gli squali balena non mangiano pesci, filtrano l’acqua cercando il plancton. Per cui non hanno mai attaccato un uomo.
Ho fatto snorkeling anche con squali martello e squali grigi (più pericolosi), ma se fatto di giorno gli squali sono i pesci più pacifici del mare. Lo squalo balena è incredibile per mole, può misurare fino a quindici metri di lunghezza, è grande  come un autobus, è una figura ancestrale: un dinosauro. Nuotare al suo fianco è stato un momento naturalistico tra i più belli della mia vita condiviso con Yoko.

 

 

All’inizio della pandemia, a marzo 2020, da violinista di fama internazionale a subacqueo nel tempo libero, Cristiano Gualco scopre la passione per l’astrofotografia mentre tutto il mondo cercava di comprendere come utilizzare il lievito di birra nelle ricette…

Io sono sempre stato appassionato di fantascienza, mi interessa la scienza che studia l’universo.

Mi è capitato durante un’eclissi di luna di avere un binocolo amatoriale tra le mani e guardarla, è stato meraviglioso! Ho deciso di comprare un telescopio e ho cominciato a scrutare la meraviglia dei pianeti Saturno, Giove e i loro satelliti. Applicando la reflex al telescopio ho cominciato a muovere i primi passi nell’astrofotografia, cimentandomi nonostante le carenze tecniche. Ci vuole tanta precisione, avendo tanta cura nel sovrapporre le foto con Photoshop.

Mi interessa fotografare quello che tutti i giorni si ha sotto gli occhi ma che non si può percepire perché è al buio. I colori delle mie foto sono naturali e raccontano distanze incredibilmente lontane.

Alcune delle galassie che ho fotografato sono a distanza di 20 milioni di anni luce. Distanze che mi affascinano! Ci penso tutto il giorno!

 

 

Per fotografare il profondo universo servono diverse ore di esposizioni notturne, per una singola foto bisogna stare fuori tutta la notte! Qual è il tuo segreto? Ascolti musica oppure preferisci il silenzio?

Spesso a farmi compagnia è proprio la nostra incisione del lento del Quintetto in do maggiore D. 956 di Schubert.
Stare sotto il cielo stellato e ascoltare Schubert è stata la cosa più bella che potessi fare. L’astrofotografia è molto complessa: da un punto di vista tecnico tocca essere attento al computer, alcune ore passano a controllare parametri e a trovare rimedi alle mille cose che possono andare storte.
Quando invece tutto procede per il meglio a volte guardo un film, dormo e ascolto musica.

 

 

Per Cristiano Gualco l’astrofotografia è una forma di spiritualità?

Aprendo il cuore ad una confessione personale, ad aprile 2020 era scoppiata da poco la pandemia ed è venuta a mancare mia madre per il Covid. Questa passione per l’astrofotografia mi ha aiutato a non pensare al dolore, a liberare i pensieri del non averla potuta vedere e sentire. Mi ha aiutato a venirne fuori senza troppi traumi.

 

 

Hai elevato la tua energia rivolgendoti verso l’universo. La bellezza salva sempre! Sorge spontanea una domanda sul tempo: pensando in anni luce cambia la percezione di suonare a 140 di metronomo?

Devo dire che essere padre ha già relativizzato la difficoltà di suonare uno strumento.
Mi ha cambiato le prospettive, speravo durasse di più la liberazione dello stress da carriera, ahimè trovo che ancora 140 di metronomo sia una bella sfida. Scegliendo di suonare la fuga finale a 80 di metronomo nel Quartetto op.59 n.3 di Beethoven, ci siamo chiesti tante cose! Resta il sapore della sfida virtuosistica.

 

 

Il 1 febbraio 2022 alle 19:30 debutterete al Lincoln Center di New York nella Alice Tully Hall. Cosa eseguirete?

 Per l’occasione eseguiremo il Quartetto di Prokofiev n. 1 in si minore op. 50 (1930), il Quintetto di Weber con il clarinetto in si bemolle maggiore op. 34 (1811-15) e il Quartetto di Schoenberg n. 1 re minore op. 7 (1904-1905). Questo è un concerto molto importante, che va a sostituire l’evento dello scorso aprile alla Carnegie Hall cancellato per il Covid. Il programma intensissimo si chiude con una delle opere più belle, complesse e poetiche mai scritte per quartetto di Schoenberg, ancora in stile tardo romantico, con derive politonali ma con un finale lento e sublime in re maggiore.

 

 

Il 20 settembre 2021 all Nasa una commissione di astrofisici e scienziati sceglie una tua foto per la pagina Astronomy picture of the day (Apod)…

Sui social ho scritto, scherzando, che “sebbene non me lo meriti affatto, ne sono molto onorato!”. Il soggetto della foto ritrae l’incantevole Linda Dark Nebula 1251 a 1.000 anni luce di distanza. L’astrofotografia ha molto in comune con la musica: c’è sempre da migliorare! Farlo mi ha aiutato ad ampliare gli orizzonti e sentire meno il peso delle difficoltà. È bello condividere con tutti le mie foto e verificare che la semplice passione e la volontà di andare oltre sia stata apprezzata e abbia ispirato gli altri.

Posso ritenermi soddisfatto.

 

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