La musica come un triangolo isoscele. Intervista a Marco Attura.

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di Smeralda Nunnari

Talento, carisma, energica genialità e intensa espressività contraddistinguono l’eclettico Maestro.

Marco Attura, originario di Acuto, meraviglioso borgo della ciociaria, dopo i Diplomi in Pianoforte, Musica corale e Direzione di Coro, Composizione e Direzione d’Orchestra, si perfeziona presso la Regia Accademia Filarmonica di Bologna, lo Städtische Bühnen di Münster in Germania, il Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto e l’Accademia del Teatro alla Scala di Milano. Giovanissimo “dà il La” alla sua poliedrica attività artistica, con innata e grandiosa versatilità, ottenendo preziosi riconoscimenti e brillanti risultati. L’artista riesce a immergersi nelle multiformi e sublimi sfere della musica, riuscendo, sempre e in ogni situazione, a dare il massimo.

 

Maestro, la sua passione per la musica è nata spontaneamente o in qualche modo le è stata indotta? Quando ha capito che la musica, per lei, avrebbe rappresentato la sua Amata immortale, come la unsterbliche Geliebte per Beethoven?

Fui rapito dal suono di un harmonium che accompagnava una corale; uno strumento semplice, povero, a cui sono rimasto legato per tutta la vita (oggi possiedo un Alexander François Debain del 1848 che ho fatto restaurare qualche anno fa). Non ricordo esattamente se quello fu il primo incontro con questa Dama ma sono certo che quel confluire di dissonanze, consonanze e risonanze mi devastò così tanto che alla vista di quella sequenza distesa ed ordinata di tasti bianchi (in realtà ingialliti dal tempo) e neri decisi di studiare pianoforte ma presto capii che avevo bisogno di toccare qualcosa di inafferrabile, il pianoforte non bastava più, desideravo un’intera orchestra. Avevo 12 anni.

 

Lei è pianista, compositore, direttore d’orchestra, docente di Conservatorio, in quale campo sente di realizzare pienamente se stesso?

Il pianoforte, la composizione, i lunghi e severi studi accademici e l’insegnamento mi hanno permesso di scegliere il podio con la piena consapevolezza di ciò che sono e l’assoluto rispetto per quest’arte meravigliosa. E’ ciò che desideravo sin da bambino e sono felice che la dedizione, la tenacia, la caparbietà, abbiano dato col tempo gustosi e succosi frutti. Le lezioni ai miei studenti sono un distillato delle mie esperienze lavorative, credo fermamente che un buon docente sia completo quando riesce a dividersi fra il palcoscenico e le aule.

 

La musica sicuramente si appropria di tutto il suo tempo, riesce a ritagliarsi uno spazio distensivo per praticare un hobby, un passatempo preferito?

Adoro il modellismo navale (i piani di costruzione sono come delle partiture!), ma anche la scherma, le corse in sella alla mia MV Agusta e la distillazione di oli essenziali in corrente di vapore con l’alambicco.

 

Se dovesse descrivere la musica con una forma geometrica e con un colore, quale forma e colore sceglierebbe?

Immagino la musica come un grande triangolo isoscele, una sorta di vela che naviga controvento. Dei tre lati, quello in basso mi ricorda di restare con i piedi ben saldi a terra dove affondare profonde radici, i due laterali che culminano nel vertice superiore, di ambire sempre in alto e di tenere la testa fra le nuvole… perchè è lì che si fanno gli incontri migliori. Quanto al colore… un bel rosso porpora, la musica è sangue vivo, passione febbrile!

 

I suoi modelli, gli esempi migliori, i suoi giusti nocchieri li ha trovati sui libri, tra i grandi artisti del passato o li ha incontrati nella vita?

Un po’ ovunque. Dai libri ho imparato molto… Ho trascorso l’adolescenza leggendo Giacomo Casanova e Lorenzo Da Ponte! [risata, ndr] Ascoltavo Vivaldi, Mozart e gruppi metal, poi un improvviso e brusco cambio di rotta: Berio, Nono, Stockhausen, Sciarrino, la musica contemporanea era una sfida, mi offriva nuovi segni da decodificare, nuovi suoni da inventare, era e resta un linguaggio che non tutti riescono ad apprezzare e a “leggere”. Studiando e lavorando in Germania come Korrepetitor e Musikalische leitung ho avuto modo di apprendere il “mestiere”; Lulu, Parsifal, Tristano, Boris Godunov, sono alcune delle opere che mi hanno profondamente segnato ed hanno fatto il musicista che sono oggi. Vedere direttori bravi ed altri meno bravi è servito a rubare qualche segreto (ai primi), e a farmi da monito su cosa non fare mai! [risata, ndr] Tuttavia, ho tre fari che illuminano la mia notte: Carlos Kleiber, Leonard Bernstein e Sergiu Celibidache (non necessariamente in quest’ordine).

 

Qualche avvenimento piacevole, durante il suo percorso, potrebbe ricordarne qualcuno con noi?

Ricordo un divertente episodio in aereo con il soprano Giovanna Casolla, eravamo di ritorno da una Turandot in Cina ed io le chiesi: «Signora, come mai non avete mai interpretato in scena Butterfly? E’ un ruolo che potreste fare magnificamente!» E lei con accento tipicamente partenopeo: «Maestro… (sospira), pecche Puccini àggia cagnà o’ finale pe mme, io non mi sarrìa mai accisa pe chillo scèmo d’americano!»

 

Lei, ha diretto numerose prime esecuzioni, più di 50. Cosa significa dirigere qualcosa di nuovo, scritto in epoca moderna?

Sicuramente comporta una responsabilità maggiore poiché il compositore, essendo vivo, può maledirti se dai una lettura errata del suo lavoro.  [sorride, ndr]

Significa creare una versione madre, che potrà essere un riferimento per le future esecuzioni e messe in scena (nel caso di un’opera). Bisogna essere molto scrupolosi ed avere una cura maniacale per i dettagli senza tralasciare nulla. Conservo queste partiture molto gelosamente, contengono i miei appunti, le mie riflessioni, le impressioni… quando le apro è sempre un viaggio a ritroso nel tempo.

 

Vorrebbe parlarci dei suoi impegni artistici attuali?

Sono alle prese con una nuova opera contemporanea, “Delitto all’isola delle capre”, tratta dal dramma di Ugo Betti e con la musica di Marco Taralli, che dirigerò a fine Novembre al Teatro Pergolesi di Jesi e successivamente al Teatro dell’Opera giocosa di Savona. E’ una partitura pervasa da un erotismo sfrenato, dannatamente travolgente e che mi ha assorbito totalmente. Parallelamente sto studiando la “Rapsodia satanica” di Mascagni per un’incisione pianistica prevista a Dicembre.

 

In che misura, un pianista, un compositore, un direttore d’orchestra deve subire il fascino, il potere della musica e dominarla, per far sì che si riveli in tutta la sua natura sublime, catartica, divina?

Un musicista deve possedere diverse doti, dev’essere audace, trasgressivo, angelo e demone, dev’essere abile a smarrirsi per poi ritrovarsi, di nascere e rinascere tutte le volte che lo ritiene opportuno, di piangere e sorridere in un istante, dev’essere in grado di cogliere qualsiasi dettaglio, di sentire e vivere le emozioni in maniera profonda, amplificata, di essere capace a trasformare il niente in tutto, di avere la fede nell’intelletto se ha la sfortuna di non averla nel cuore; ma la cosa più importante è essere al servizio della musica, guai pensare il contrario! E’ la musica che ci sceglie da bambini, ci rapisce attraverso i suoni e ci svela il suo linguaggio segreto. A noi spetta l’essenziale compito di ringraziare ed onorare questo grande dono. Un pianista deve saper dominare la tastiera, un compositore il contrappunto, un direttore la sua orchestra; è lo strumento ad essere dominato, non la musica.

 

Un suo consiglio, un segreto da elargire benevolmente ad un giovane per consolidare le proprie potenzialità musicali?

Essere curiosi, intrepidi, avere desiderio e sete di conoscenza, di trovare il coraggio di andare oltre ciò che è scritto sui manuali e se necessario, di confutarlo. Ai miei studenti dico sempre: chi domina l’armonia domina il cuore degli uomini, poiché, al podio si arriva dopo un rigoroso studio della partitura e del contrappunto. Non è un piedistallo su cui elevarsi per celebrare il proprio ego ma uno scalino che ci pone sull’orlo di un baratro: alcuni vedono la grandiosità di una nobile arte, altri… il logico proseguimento verso l’abisso del nulla.

 

Cosa si aspetta, cosa vorrebbe dalla musica?

È una compagna fedele, so che non mi abbandonerà mai. Vorrei non vedere molti stolti che si improvvisano direttori d’orchestra senza avere alcuna preparazione a riguardo. Battere un 4/4 è cosa da tutti, sarei curioso di vederli affrontare una partitura di Donatoni o Battistelli.

 

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