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La pianista dai 24 colori. Intervista a Gloria Campaner.

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di Gabriele Cupaiolo

Poliedrica e brillante Pianista del nostro tempo, Gloria Campaner continua a deliziarci con bellissimi lavori discografici, tra cui il suo ultimo lavoro per la Warner Classics & Erato Italy: ” 24 Preludi di Chopin”.
A tal proposito ho avuto la possibilità di intervistarla, trovando in lei la pianista multicolore elegante e raffinata.


Buonasera Gloria, è davvero un piacere avere la possibilità di intervistarti. Nell’ultimo mese ti sei esibita al Festival Pianistico Internazionale di Brescia e Bergamo, nonché al Piano City Milano e presso la Reggia di Venaria per Lingotto Musica: quali sono state le sensazioni di suonare nuovamente dal vivo dopo questi mesi di tribolazione a causa dell’emergenza sanitaria? In generale, preferisci l’esibizione live o la registrazione in studio?

Le sensazioni che ho percepito sono state senz’altro bellissime, sia per la mente che per il corpo: è stato come se entrambi uscissero da uno stato di vera e propria atrofia, come se si rianimassero energicamente dopo molto tempo. Non è stato facile, lo ammetto, poiché in questo vortice di emozioni va annoverato anche il tipico stress da esibizione, che non è sempre scontato gestire e a cui almeno in parte ci si disabitua, se non lo si affronta con continuità. Sono stata molto contenta di aver avuto l’opportunità di rimettermi in gioco alla svelta e con un riscontro positivo da parte del pubblico; inoltre, fortunatamente, ho vissuto questi mesi di chiusura – avvilenti per tutto il mondo della cultura e dell’arte – come un’opportunità per dedicarmi pienamente al lavoro di ricerca e di perfezionamento sullo strumento, sia in vista delle esibizioni live che delle registrazioni in studio. Spero che da adesso la situazione sia in discesa, non sarebbe bello essere disillusi nuovamente: al momento aleggia un’incertezza generale che non mette nella condizione di poter lavorare del tutto serenamente. Riguardo alla seconda domanda, ammetto di preferire proprio l’esibizione dal vivo: il concerto è un momento di condivisione unico e irripetibile, che permette di entrare in diretto contatto col pubblico e di creare con esso un legame di speciale sinergia. Ormai tutto quello che è dal vivo viene registrato e anche riprodotto su CD – penso alle mie due ultime pubblicazioni -, è vero, ma l’unicità del concerto è data da tutta una serie di fattori ambientali che è impossibile rimpiazzare. D’altro canto, la registrazione in studio risponde ad altre necessità, come quella di prendersi particolare cura delle visioni dei paesaggi musicali che accompagnano il proprio viaggio artistico: è un po’ come scattare una foto che debba rappresentare al meglio tutti i dettagli del luogo, così da poterne mostrare tutti i pregi anche a chi non vi sia mai stato. Si perde in spontaneità, istinto ed immediatezza del legame emotivo con l’ascoltatore, ma si guadagna in intimità, assistenza e comodità; non è un caso se ci sono musicisti che hanno optato per una scelta di totale riservatezza – su tutti penso a Glenn Gould. A mio avviso quel che conta è, in ogni situazione, ricercare sempre la qualità del suono: la musica non è apparenza e gestualità, ed essa deve contenere solo al suo interno tutta la propria essenza, indipendente dalla presenza o meno di occhi puntati addosso.

 

A proposito di registrazione in studio: è fresco di uscita il tuo ultimo album per la Warner Classics & Erato Italy, contenente l’esecuzione dei ventiquattro preludi dell’op. 28 di Chopin. Com’è stato questo viaggio attraverso le tonalità? Ci sono preludi che ricollocheresti o che, seppur distanti, sono in realtà assimilabili tra loro?

È stato un vero e proprio viaggio nel profondo dell’animo umano, all’interno di tutte le possibili emozioni che lo caratterizzano. La parola ‘tonalità’ richiama il colore, quindi ciò che è vario e in grado di rappresentare ogni aspetto dell’esistenza; a questo proposito, è incredibile come il genio di alcuni autori permetta alla propria opera di dispiegarsi attraverso così tante sfumature fra loro differenti. Già la struttura composta da soli preludi rappresenta una scelta ardita e non scontata: tradizionalmente questa forma musicale serve ad anticiparne un’altra che, proprio in quanto preparata, deve rappresentare qualcosa di più complesso e definitivo – si pensi al Clavicembalo ben temperato di Bach, fondato sull’alternanza di preludi e fughe, principale modello di Chopin -: la scelta di servirsi di questa breve e sospesa intensità non è affatto banale, ma il risultato ottenuto non è indeterminato e incompiuto, bensì poetico, affascinante e, come George Sand scrive, in grado di ‘tratteggiare l’infinito’ nella mente dell’ascoltatore. Inoltre, la sequenza dei brani, disposti secondo il circolo delle quinte, conferisce dinamicità e continuità sorprendenti, che spingono l’esecutore a voler condurre l’opera da inizio a fine, come se ciascuna fermata assumesse particolare senso in relazione al capolinea: ne consegue che anche le possibilità interpretative diventino davvero numerose, e che un giorno io per prima possa pubblicare una nuova edizione di questo capolavoro – come d’altronde già accaduto ad altri pianisti. Che dire, quindi, deturpare questa maestosa architettura non è proprio la prima cosa che avrei in mente di fare: basti pensare al fatto che talvolta ciascun preludio termini con una nota che, seppure declinata in un’armonia differente, costituisce proprio l’inizio del brano successivo. Ce ne sono senz’altro di simili, ma all’interno di un mosaico così variopinto e complesso è difficile stabilire associazioni definitive: potremmo discutere per ore sulle somiglianze relative alla forma (alcuni assomigliano a studi, altri a notturni o a improvvisi), al carattere (alcuni sono infuocati, altri più riflessivi), agli aspetti della tecnica contemplata (priorità di scale, arpeggi, accordi), ma anche alla difficoltà interpretativa o alla lunghezza.

 

L’intervista che ti è stata fatta da Alessandro Baricco è stata molto originale: ventiquattro domande, una per preludio. Ce n’è uno a cui sei più legata che prima, dopo questo intenso dialogo? E c’è stata qualche domanda a cui hai ripensato e che vorresti approfondire, o, al contrario, qualcuna che ha toccato corde di profonda intimità e che ti ha fatto sentire quasi allo scoperto?

Questa intervista è stata molto intensa e utile, è vero. Dico ‘intensa’ perché ha dato voce ad un percorso privato, un percorso che ha dato vita alla mia più profonda ricerca interpretativa (che in merito ai preludi è iniziata fin dai primi anni della mia vita artistica); dico ‘utile’ perché proprio riflettendo sul mio stesso lavoro sono riuscita a trovare le parole più appropriate per descrivere emozioni e idee fino a quel momento soltanto intuite ed espresse musicalmente, ma mai elaborate verbalmente. Ammetto di essermi sentita un po’ timida di fronte alle domande che riguardavano gli aspetti tecnici dell’esecuzione: è sempre sottile il confine tra il rivelare apertamente i segreti del mestiere e il mettere a disposizione delle indicazioni per i più curiosi o per chi con gli stessi brani si confronta sul campo. Le domande erano comunque molto soggettive e calibrate, è stato un piacere rispondere.

 

Sempre dell’intervista di Baricco sono stati molto affascinanti i riferimenti alle tonalità: ciascuna di esse assume dei colori specifici nella tua mente?

Mi emergono subito dei ricordi di infanzia, quando coloravo le partiture in base alle dinamiche dei brani: l’associazione fra suono e colore è un’esperienza formativa nelle prime fasi della vita musicale, ma non solo. Immaginare le corrispondenze fra vista e udito è un esercizio misterioso e costruttivo, ma non mancano nella storia casi come quello di Skrjabin, che possedeva naturalmente un autentico dono di sinestesia. Nella pratica esecutiva è poi lo sviluppo del brano a influire su questa precisa associazione: per dire ancora meglio, il legame fra pura armonia (NdR: il carattere della tonalità viene espresso in pieno dal processo cadenzale e dalla risoluzione sulla tonica) e opera d’arte è biunivoco, ragione per cui ciascuno dei due elementi influenza l’altro. Prendo come riferimento il preludio n. 20 in do minore: il ritmo, le successioni armoniche, la melodia sono solenni, marziali, severi, quasi funebri; tutto ciò spinge le caratteristiche della tonalità (già di per sé tendenti ad un colore scuro) verso estremità che in altri contesti non sono presenti. Se pensiamo invece alla pura armonia, alle triadi di tonica affermate ed eseguite separatamente, senz’altro ciascuna di esse assume caratteristiche ben delineate: nel sol maggiore vedo un che di chiaro, nel si bemolle maggiore qualcosa di caloroso, nel re minore tante tenebre. Non per niente accade spesso che, storicamente parlando, a ciascuna forma musicale vengano associate più facilmente una o più tonalità (penso alle Messe da Requiem, solitamente in re minore): sono convinta che tutti i maggiori compositori abbiano in mente su quale base tonale porre le fondamenta dei loro lavori.

 

Abbiamo paragonato i Preludi ad un viaggio: come pianista concertista hai visitato molti luoghi nel corso della tua vita, sia in Italia che all’estero. Ce n’è uno o più a cui leghi particolari ricordi e al quale magari associ qualcuno dei preludi?

Mi sono interessata da vicino alle vicende che hanno accompagnato la stesura dell’opera 28 da parte di Chopin: ho letto i carteggi con i suoi contemporanei e con George Sand, nonché le note biografiche che lo riguardassero; mi sono chiesta in che misura ciascun tema debba la sua esistenza a quel che l’autore poteva udire a Maiorca, fra i suoni della natura e i canti popolari, oppure alla sua immaginazione. Ho tentato di visualizzare ciascun preludio come frutto di un’ispirazione all’aria aperta o all’interno di una stanza. Nonostante abbia visitato più volte l’isola spagnola, è stato un esercizio difficile da attuare, specie se si considera che Chopin ebbe a che fare con un clima invernale inaspettatamente durissimo: le speranze per il suo soggiorno furono irrimediabilmente frantumate, dunque è probabile che lo stesso carattere dei preludi – ricco di ossessioni, crucci, paure – non coincida con quello che avrebbe voluto destinare alla sua imminente composizione.

 

Quali sono i musicisti che preferisci eseguire? Chopin è uno degli autori a cui ti senti più affine?

È un autore che senz’altro amo molto: percepisco con vicinanza e partecipazione tutta la musica romantica, tant’è che essa costituisce una congrua parte del mio repertorio, ma devo dire che nel corso degli anni ho rivolto più attenzione proprio al suo esatto contemporaneo, Robert Schumann. Definirei quest’autore visionario – in tutti i sensi, sappiamo con quanta convinzione concepisse veri e propri personaggi immaginari -, problematico – non si sforzava certo di comporre agevolando il compito dell’esecutore, anzi -, e rivoluzionario – specie per il suo contributo all’estetica musicale. È stato l’inventore di quella criptica miniatura finalizzata ad un’architettura complessivamente ingente (penso alla Kreisleriana, al Carnaval, all’Humoreske), un ideale compositivo di cui si serve anche Chopin in casi come quello dell’opera 28 o degli studi, divenendone grande pioniere e modello per i posteri; al contrario, forme come la sonata o il concerto devono la loro fortuna alle possibilità che offrono di domare e di articolare grandi organismi sonori, più che alle garanzie di spazio adatto al lavoro di cesello e di sfumatura, e di questi tempi adoro lavorare nel particolare, dedicarmi alla pittura di intricati mosaici più che all’affresco di grandi pareti. In ogni caso, apprezzo Chopin anche per la sua restante produzione: scherzi, ballate, notturni e polacche sono lavori di grandissima ispirazione e suggestione in qualsiasi momento della propria vita.

 

Col tuo progetto C# See Sharp. La palestra delle emozioni ti proponi di aiutare il prossimo nella gestione dell’emotività: senz’altro la mente gioca un ruolo fondamentale di fronte ai banchi di prova di tutti i giorni. Hai dei consigli in anteprima per i giovani musicisti?

C# See Sharp è un laboratorio che svolgo già da molti anni e che col lockdown ho cercato di approfondire, avendo più tempo a disposizione, e di svolgere online: l’obiettivo è quello di offrire ai musicisti – ma non solo – la possibilità di saper gestire in maniera più efficace la propria psicologia emotiva. Le emozioni sono un segno di vitalità, ma controllarle è fondamentale per riuscire nelle piccole e grandi prove della vita (specie se prevedono l’elemento dell’interazione sociale), e, dal momento che esistono varie strategie finalizzate alla presa di consapevolezza e alla diminuzione dello stress psicofisico, ho avvertito il bisogno di parlarne, specie considerando che questi argomenti non sono diffusi nel mondo dello spettacolo come dovrebbero. Spesso si sente parlare di mental training per gli sportivi, più raramente per i musicisti: al performer artistico viene fatto intendere che dovrà cavarsela facendo affidamento solo sulle proprie gambe. I prossimi appuntamenti di questo progetto si svolgeranno nella mia residenza presso il teatro comunale di Vicenza dal 7 all’11 luglio, e poi al conservatorio Cherubini di Firenze il 28 settembre, per un open day che coinvolgerà anche figure professionali legate al mondo della filosofia e della psicologia.

 

Nuovi progetti più il futuro?

I prossimi mesi saranno davvero ricchi di appuntamenti, non posso che invitarvi a dare un’occhiata al mio sito: www.gloriacampaner.com

 

Photo Credits: Nicola Allegri

 

 

 

 

 

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