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La ricerca del direttore. Intervista a Matteo Beltrami.

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di Gabriele Cupaiolo

Matteo Beltrami direttore d’orchestra tra i più attivi della sua generazione, oltre alle tante conduzioni in tutta Italia nei teatri più prestigiosi come La Fenice di Venezia, l’Opera di Firenze, Regio di Parma, Filarmonico di Verona, Massimo di Palermo, Festival Puccini di Torre del Lago, citando alcuni, ha avuto l’occasione di dirigere anche in prestigiosi Teatri all’estero, come NCPA di Pechino, Semperoper di Dresda, Opera Reale Svedese di Stoccolma, Staatsoper di Amburgo, Staatsoper di Stoccarda, Aalto Theater di Essen,Teatro dell’Opera di Montpellier, Staatstheater di Darmstadt, Theater Lübeck , Teatro Arriaga di Bilbao, Principal de Mahón, Festival Spoleto/Charleston (U.S.A), Xi’An Concert Hall,  Paphos Opera Festival, Baluarte di Pamplona, Miskolc Bartók Opera Festival, e con orchestre quali  Sächsische Staatskapelle Dresden, Orchestra Sinfonica di Goyania, Orchestra Filarmonica Nazionale Lettone, NWD Philharmonie, Orchestra Statale dell’Hermitage, Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo, Orchestra Sinfonica delle Baleari.

 

M° Beltrami, è un piacere e un interesse avere la possibilità di intervistarLa, specie dopo un anno che per Lei è stato davvero produttivo. Iniziamo dall’esperienza più recente: quali sono le sensazioni che si porta dietro dalla Royal Swedish Opera di Stoccolma, dove è stata registrata un’intramontabile Tosca da Lei diretta?

Che dire, innanzitutto è stata bellissima la possibilità di tornare a fare musica in loco, a teatro, potendo inoltre valicare nuovamente i confini nazionali: adesso sarebbe stato quasi un anno senza viaggi, i quali costituivano per me una vera e propria prassi prima dell’emergenza sanitaria, nonché fonte di una soddisfazione immensa: adoro arricchirmi di luoghi mai visti e di persone nuove. Specialmente durante la prima prova la commozione è stata forte, tanto per me quanto per l’orchestra (nonostante loro fossero fermi ‘soltanto’ da un mese e mezzo). In precedenza avevo già lavorato presso la Royal Swedish Opera di Stoccolma, e quanto di positivo mi portavo dietro dalla prima esperienza è stato a buon merito confermato in questa seconda occasione: dico così non solo per via dell’inevitabile partecipazione emotiva che ci ha fatti sentire tutti in particolare sintonia l’uno con l’altro, ma anche e soprattutto per il livello tecnico degli esecutori, sempre eccellente e finalizzato ad uno scopo ben definito. Le sonorità orchestrali che hanno accompagnato il mio lavoro, molto calde ed operistiche, sono state in grado di valorizzare al massimo il lavoro di Puccini, e l’impegno dei singoli è stato davvero il massimo che potessi aspettarmi: uno dei rischi maggiori è sempre quello di incappare in estremizzazioni di qualche tipo, poiché se da un lato qualcuno non evoca in pieno lo spirito ‘italiano’, decadendo nella freddezza e nell’eccessiva analiticità, altri lo esagerano, crogiolandosi nella bellezza del fraseggio e del timbro, nel sentimentalismo e nella pateticità di certi passaggi particolarmente rigogliosi, risultando così, comunque, non pertinenti alle finalità comunicative del compositore di Lucca. Puccini, chiaro ed esaustivo nella partitura, riesce a far trapelare con evidenza, attraverso un’orchestrazione a lunghi tratti limpida e, per così dire, cameristica, un’intima profondità che ben si adatta al carattere delle vicende rappresentate. Ancora, è stato curioso lavorare con una disposizione nuova degli elementi: l’orchestra era situata sul palcoscenico, mentre nel proscenio si trovavano i cantanti e il coro dei bambini; in sala erano situati (uno per palco) i coristi. Riascoltando le registrazioni ammetto di aver sperimentato un particolare senso di coinvolgimento e commozione, perciò non mi dispiacerebbe che novità di questo tipo potessero trovare un loro spazio anche in contesti di ordinarietà, non emergenziali.

 

Da poco meno di un mese è stato nominato direttore artistico dell’Ente Luglio Musicale Trapanese. Ha già in mente delle precise linee guida per i progetti futuri?

Proprio da poco ci siamo avviati alla fase di programmazione del nostro lavoro. L’obiettivo è quello di procedere come se l’emergenza non sussistesse, dunque avendo in mente le migliori idee possibili, ma è inevitabile che le incognite sussistano eccome. Certamente le opportunità che vengono offerte da questo progetto, nonostante esso abbia a che vedere con un vero e proprio teatro di tradizione, richiamano da vicino le istanze del festival: la possibilità di sperimentazione e di creatività sono decisamente ampie, ed è più facile coinvolgere, anche grazie al pieno utilizzo delle location cittadine, un pubblico variegato e, in molti casi, attratto per la prima volta dal mondo della musica classica. E’ una sfida che ho accettato volentieri: il lavoro di equipe sta funzionando molto bene ma, come detto, il problema maggiore è legato alle difficoltà di questi tempi: se alcuni di questi paletti, probabilmente, possono essere sfruttati in un’ottica intelligente per il futuro (basti pensare a come siano state approfondite le funzionalità delle tecnologie streaming, o, come dicevo in precedenza, a come sia talora cambiata la disposizione degli esecutori dal vivo), certamente molti altri sono gli ostacoli cui occorre trovare pronta soluzione. Un esempio: a patto che sia consentito aprire i battenti, come potremmo riportare la gente in sala, dopo mesi di terrorismo psicologico? Relativamente pochi sono stati i contagi avvenuti entro le mura dei teatri, dunque mi chiedo se queste preoccupazioni, così amplificate, siano state davvero adeguate ad uno stato che, seppur di emergenza, avrebbe forse tollerato qualche compromesso in più, o tutt’al più qualche spavento in meno. Si deve pensare (come spesso cerco di fare nel mio ruolo di coordinatore e direttore artistico) ad una programmazione che interessi i neofiti, specialmente i giovani, ma che allo stesso tempo riconquisti tutta quella porzione di pubblico (spesso di non giovanissima età) sì appassionata, ma forse anche spaventata ed incerta sul da farsi: a teatro si può andare senza rischi? E’ nostro dovere fare tutto il possibile affinché la risposta sia un deciso ed inequivocabile ‘sì’.

 

Già a Marzo aveva diretto Norma alla Staatsoper di Amburgo, dunque le esperienze all’esterno non sono mancate negli ultimi tempi: come giudica il rapporto fra esecutori ed artista fuori dai confini nazionali? E’ utile fare un confronto con le Sue esperienze italiane?

Certamente si sarebbe portati a pensare che ogni stile, ogni autore venga proposto all’ascolto in maniera quanto più impeccabile possibile da parte di esecutori plausibilmente più in sintonia con essi (innanzitutto, per esempio, per motivi geografici), ma ciò spesso non accade, sia in Italia sia all’estero: da noi non è raro assistere ad esecuzioni ricche di eccessiva enfasi e di molti fronzoli, in rapporto al trattamento degli autori connazionali. Oltretutto, quando viene esportato un prodotto nostrano, sovente l’obiettivo fondamentale pare quello di mettere in evidenza quei tratti tipicamente italiani (la cantabilità, le sonorità rigogliose di armonici, il calore emotivo), a prescindere dalla convenienza; queste operazioni andrebbero eseguite sempre in conseguenza di una certa onestà intellettuale e della conoscenza dell’opera d’arte eseguita, senza prendere decisioni aprioristiche e ideologiche. Se in Italia tendiamo dunque a mettere in evidenza dei vezzi ‘di tradizione’, all’estero ho notato che si è più propensi alla libertà d’esecuzione in più forme: ovviamente, e non dico niente di nuovo, l’equilibrio sta nel mezzo, dato che giova sempre il compromesso fra tradizione e innovazione, fra studio e creatività. Bisognerebbe evitare sia il ‘si è sempre fatto così’, percorrendo sentieri interpretativi tracciati da altri in passato, sia il ‘faccio tutto di testa mia’, evitando così di confrontarsi con decenni di interpretazione musicale.

 

Usciamo da poco da un 2020 certamente difficile. Com’è stata vissuta questa situazione decisamente anomala in relazione all’attività di musicista?

Da parte mia senz’altro male: la persona e l’artista sono tutt’uno, e specie quando arrivi a stabilizzare la professione ti rendi conto che senza gli strumenti e senza il podio vieni privato di una parte della tua identità. Si è legati indissolubilmente alla musica: ti domandi se sei ancora vivo, e la mancanza di obiettivi (in termini di esecuzioni in pubblico, di lavoro con l’orchestra, di registrazioni) porta sì ad avere più tempo a disposizione, ma pure a fare i conti con una qualità di apprendimento inferiore e con una minore motivazione allo studio. In particolare i giovani rischiano di farsi sfuggire treni importanti e di perdere di vista riferimenti fondamentali, specialmente se da poco inseriti entro un qualche circolo virtuoso di possibilità ed occasioni per esibirsi: nel corso dei mesi sono fortunatamente riuscito, sia in presenza che per il tramite online, a mantenere un contatto vivo con i miei allievi nel contesto dell’Accademia (il Maestro Beltrami è docente coordinatore dell’Accademia AMO, NDR), permettendo così un vicendevole sostegno che ha sicuramente giovato ad entrambe le parti. L’entusiasmo giovanile è stato un palliativo eccezionale contro la staticità e la negatività che mi assalivano, perciò a maggior ragione spero che i miei insegnamenti possano accompagnare, con continuità per il futuro, le loro carriere.

 

 

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