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La sublimazione degli ottantotto tasti: Intervista a Elisa D’Auria.

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di Smeralda Nunnari

Grande artista del pianoforte, dal virtuosismo affascinante, valorizzato da molteplici qualità, con la musica nell’anima e nella mente. Attratta dal suono del pianoforte, in tenerissima età, nella sua casa di Salerno, inizia la carriera di docente di Conservatorio a Messina, riceve numerosissimi e ambiti premi, fa’ brillare le sue esecuzioni nelle sale da concerto più prestigiose.

Che cos’è la musica per lei?

La musica per me è una parte imprescindibile della mia vita, perché ha sempre fatto parte di me, fin da piccolissima, essendo figlia di una pianista a mia volta. Non credo di avere ricordi che non includano la musica, neanche nella mia infanzia. Ho iniziato a studiare piuttosto presto, già a cinque anni, quindi è diventata un vero e proprio elemento strutturale. Per me la musica è bellezza, qualcosa a cui non rinuncerei mai, anche se non potessi per qualsiasi motivo praticarla in prima persona, non riuscirei a immaginare la mia vita senza la musica. A mio avviso rappresenta un elemento salvifico all’interno società, ha un potere enorme.

 

Com’è nata la sua storia d’amore con il pianoforte?

Mia madre è un’insegnante di pianoforte, quand’ero piccolissima potevo ascoltarla studiare oppure vederla impartire lezioni ai suoi allievi, è stato quindi molto naturale avvicinarmi al pianoforte. Un giorno mi hanno trovata, intorno ai quattro anni, intenta a riprodurre a orecchio i jingle delle pubblicità e da lì i miei genitori hanno capito che forse era il momento di cominciare a farmi studiare in maniera più sistematica.

 

Lei è indubbiamente un vero talento. Quando ha capito di esserlo?

Non so neanche se l’ho mai capito… Non credo di essere mai stata consapevole di avere un talento o un dono particolare. Direi piuttosto che coltivo il mio fortissimo amore per la musica tutti i giorni. Ho la percezione di avere, o di aver sviluppato, una certa sensibilità musicale, e sono talmente entusiasta e grata per ciò che faccio che in qualche maniera sento che tutto mi conduce verso la musica.

 

Noi ci siamo conosciute a Messina, all’inizio della sua carriera d’insegnante di conservatorio, cosa ricorda di quell’anno?

È stato un anno bellissimo, si trattava di una delle mie prime esperienze didattiche in un conservatorio e, al di là del mio amore sconfinato per la Sicilia, che ritengo una terra meravigliosa da infiniti punti di vista, ho trovato molta simpatia e cordialità, oltre a un profondo senso dell’accoglienza. Ovunque, sia da parte dei colleghi, sia da parte della direzione del conservatorio. Ho avuto anche la fortuna di avere degli studenti eccezionali, tu ne sei un esempio, e mi sono sentita arricchita non solo dal punto di vista professionale, ma anche dal punto di vista umano.

 

Quali sono stati i Suoi modelli del passato e quelli attuali?

Premetto di non aver avuto dei veri e propri modelli, tuttavia mi sono lasciata ispirare senz’altro da alcune personalità particolarmente significative nel panorama musicale. Da giovanissima ero molto affascinata dai racconti di mia madre su Clara Schumann. In seguito ho avuto l’onore di studiare con Maria Tipo, di cui si sono appena celebrati i novant’anni: una figura molto importante nella mia formazione che ha sempre suscitato in me profonda ammirazione. Ho avuto anche il privilegio di conoscere e ricevere dei consigli preziosissimi da Maria João Pires, una donna e un’artista straordinaria, le cui esecuzioni mi esaltano e mi commuovono allo stesso tempo.

Si è esibita nei teatri più importanti del mondo, c’è, tra questi un concerto, un luogo e un pubblico che ricorda particolarmente con affetto, che Le è rimasto maggiormente a cuore?

Sono particolarmente legata agli Stati Uniti perché lí ho avuto la fortuna di vivere delle esperienze artistiche importanti. Diciamo che la risposta che mi viene un po’ di getto è il pubblico della Carnegie Hall di New York, perché è estremamente caloroso, come gli americani sanno essere, così amichevoli e accoglienti. Ecco, mi sono sempre un po’ sentita a casa. Poi, essendo trapiantata a Milano da molti anni, nutro un affetto speciale per il pubblico milanese. Il pubblico di Sala Verdi è un pubblico a cui sono molto affezionata, anche perché Sala Verdi è la nostra sala di elezione per il repertorio pianistico.

 

Ha vinto numerosi premi, ce ne è uno che l’ha ripagata maggiormente?

Credo di aver ricevuto molto dall’esperienza dei concorsi in generale: si sono rivelati un training efficace per la vita concertistica vera e propria. Potrei citare dei premi in particolare, come quelli ricevuti in alcune competizioni internazionali a Gdansk, in Polonia, o a Hastings, in Inghilterra, a cui sono sicuramente affezionata, ma onestamente ritengo che l’aspetto veramente importante sia stato affrontare queste prove come una forma di allenamento per la vita professionale successiva.

 

Qual è il suo prossimo impegno pianistico?

A breve avrò un impegno a Mantova dedicato al repertorio bachiano, seguiranno dei recital pianistici a Milano e in altre città del nord Italia. In autunno sono previsti una serie di concerti all’estero, pandemia permettendo, in Messico e anche in Scandinavia, quindi speriamo bene!

 

Ha collaborato con numerosi artisti, c’è un artista, con cui vorrebbe collaborare?

Non solo uno, tantissimi! Se devo fare un nome, potendomi avvalere di una immaginaria macchina del tempo, fantasticherei sulla possibilità di suonare con una delle artiste del passato che amo di più: la violoncellista Jacqueline du Pré.

 

Le Sue esecuzioni risultano al pubblico un perfetto connubio di impeccabile tecnica e intensità emotiva, c’è una parte che prevale in Lei, o è un equilibrio assoluto?

Cerco sempre di mettere la tecnica al servizio del messaggio musicale che voglio trasmettere e in tutto questo la parte emotiva è ovviamente l’elemento fuori controllo che tutti noi musicisti dobbiamo considerare e cercare in qualche modo di gestire, ma non troppo, perché credo che poi sia una delle parti più belle e coinvolgenti del fare musica e del fruire musica.

 

Ha in mente una nuova produzione discografica?

Ho diversi progetti in cantiere in questo momento. Preferisco non anticipare nulla sia per scaramanzia, sia perché non tutti i dettagli sono definiti, però spero che ci sia più di una sorpresa nei mesi futuri.

 

Come ha vissuto questo triste momento, legato al Covid-19 che ha stravolto le nostre vite, scombussolato i nostri ritmi e bloccato i rapporti con gli altri?

Credo che il primo lockdown sia stato terribile per tutti: per noi musicisti è stato particolarmente difficile perché siamo stati improvvisamente privati del contatto con il pubblico, che è una parte vitale del nostro lavoro. Lentamente abbiamo assistito a una ripartenza del settore artistico in cui tuttavia sono cambiati i presupposti: abbiamo imparato a conoscere e a convivere con una nuova realtà, molto più precaria e ricca di imprevisti. Trovo davvero encomiabile che tutti gli addetti ai lavori facciano sforzi enormi per dare continuità di programmazione ai teatri e alle sale da concerto fronteggiando difficoltà inaspettate e situazioni non facili a livello logistico: organizzare degli eventi aperti al pubblico è ormai un’autentica corsa a ostacoli, ma il fine ultimo e prioritario è poter continuare a far musica dal vivo per le persone.

 

Cosa ha in mente di fare quando questo oscuro periodo finirà del tutto e di esso rimarrà solo un triste ricordo?

Sarebbe auspicabile per me riuscire a non perdere le consapevolezze che ho acquistato in questo periodo. Come in tutte le esperienze, anche in quelle negative, credo di aver imparato qualcosa. Spero davvero che gli insegnamenti che ho tratto da questa situazione emergenziale orientino un po’ le mie scelte per il futuro. Ho avuto la possibilità di ritagliarmi un momento di riflessione che, con i ritmi un po’ frenetici della mia vita abituale, non sarei riuscita ad avere: un’opportunità di introspezione e di approfondimento che credo sia stata molto importante.

Lei ha viaggiato molto, quanto contano le radici, gli affetti familiari?

Per me contano tantissimo, anche perché ho avuto la fortuna di avere una famiglia che mi ha sostenuta molto nel mio percorso artistico. Sapere, anche dopo viaggi molto lunghi, talvolta dall’altra parte del mondo, di poter tornare a casa e ritrovare degli affetti importanti e il calore di una famiglia per me è stato di grande supporto e ha rappresentato una forma d’incoraggiamento nei momenti più difficili, quando magari ero più giovane e inesperta.

 

Quali sono i suoi sogni nel cassetto?

Il mio sogno è poter continuare a vivere di musica, facendo musica, il più a lungo possibile o almeno per tutto il tempo che mi sarà concesso! Tutto quello che di bello verrà e tutti i progetti che si realizzeranno saranno i benvenuti!

 

C’è un artista, un’opera musicale, un capolavoro artistico, un motto, una canzone, un film, in cui si rispecchia particolarmente, determinante nella sua vita?

Non c’è qualcosa di definito legato a un’opera o a un film in particolare, tuttavia mi sono sempre lasciata guidare da un mio motto personale che mi incoraggiava a “dare il meglio che potevo in quel preciso istante” e questo mi ha aiutata notevolmente ad affrontare varie situazioni, quasi come una sorta di training autogeno.

 

Se dovesse descrivere la musica con una forma geometrica e un colore, quale forma e quale colore sceglierebbe?

Come forma azzarderei un cerchio, perché non ha angoli: lo trovo estremamente inclusivo, quasi come un abbraccio, e ritengo che la musica debba essere proprio così, accogliente e inclusiva. Come colore, se posso sceglierne due, direi il bianco e il nero, come i tasti del pianoforte.

 

Se dovesse suonare in mezzo alla natura, sceglierebbe il mare o i monti e quale stagione?

Sono una grandissima amante del mare, anche perché le mie origini sono campane e Salerno è una città di mare, quindi la prima risposta è sicuramente il mare, in una stagione calda, possibilmente. Anche la natura però mi distende e mi rasserena molto: l’idea di un concerto nel verde, tra gli alberi ad esempio, mi piace moltissimo.

 

Un consiglio da dare a tutti i giovani che vorrebbero intraprendere questo percorso artistico.

Consiglierei innanzitutto di coltivare il proprio amore per la musica, che è il motore da cui parte tutto, poi di studiare con grande dedizione e, soprattutto, di perseverare, perché è un percorso costituito da tanti piccoli passi, a tratti complicato, ma può rivelarsi un toccasana per l’animo delle persone. Li incoraggio a crederci fortemente, a fare sacrifici e superare tutti gli ostacoli che si presenteranno.

 

Ha una domanda da suggerirmi su un argomento che Le sta a cuore?

Mi preoccupa sempre molto, soprattutto nel periodo storico che stiamo vivendo, che si riscontri un calo del pubblico che frequenta abitualmente le sale da concerto. Spesso mi interrogo su come sia possibile invertire questa tendenza e tenere vivo l’interesse. Non ho una risposta certa, ma inviterei tutti, soprattutto i musicisti più giovani, a essere creativi, avendo il coraggio di proporre nuovi modi di far musica, in modo da raggiungere un pubblico sempre più vario e numeroso. È importante, a mio avviso, non considerare il concerto come un rito imbalsamato, intoccabile, ma aver voglia di innovazione e sperimentazione anche nell’ambito della musica classica e perseguire l’obiettivo costante di sedurre e attrarre un numero di persone sempre maggiore nelle nostre sale da concerto.

 

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