L’avvocato della musica. Intervista a Don Franzen.

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di Ruben Marzà

Domingo, Kauffman, Bartoli, Grigolo: sono solo alcuni dei musicisti che si sono avvalsi della consulenza dell’avvocato californiano Don Franzen. Esperto di industria dell’intrattenimento, contratti discografici, cinema e televisione, copyright, all’edizione 2023 di Cremona Musica International Exhibitions and Festival la sua presenza sarà una preziosa occasione per illuminare il complesso rapporto tra arte, legge e mercato, e per comprendere come valorizzare pienamente il patrimonio musicale italiano.

 

 Dottor Franzen, com’è nato il suo interesse per la musica?

Pur non essendo io stesso musicista, sono sempre stato un grande appassionato. Già da adolescente ascoltavo e amavo molti generi, tra cui anche il pop-rock degli anni Sessanta e Settanta, ma sono sempre stato un profondo amante della classica e specialmente dell’opera, la mia passione più grande. Dopo una prima laurea in Filosofia ho portato a termine gli studi in Giurisprudenza, per poi intraprendere la carriera di avvocato in California. Quasi per caso, alcuni amici musicisti avevano bisogno di una figura di riferimento in campo legale, e così ho avviato questo percorso, all’inizio soprattutto con rock band di Los Angeles. Ma la mia passione è sempre stata la classica, quindi negli anni mi sono rivolto in quella direzione, includendo poi jazz e world music. Da allora ho potuto collaborare anche con alcune importanti realtà culturali californiane: sono stato uno dei fondatori della Los Angeles Opera, dove ricopro tuttora una posizione onoraria.

 

Con quali artisti ha avuto l’occasione di lavorare?

La lista sarebbe lunga: in campo operistico, non posso non menzionare Placido Domingo, mio cliente dagli anni Ottanta, ma anche Jonas Kauffman, Vittorio Grigolo, Ben Heppner; o grandi voci femminili come Renée Fleming, Cecilia Bartoli e Denyce Graves. Fra i compositori ho avuto clienti importanti come Jake Heggie, la cui opera Dead Man Walking aprirà a settembre la stagione del Metropolitan Opera House di New York. In ambito jazz ho collaborato con artisti innovativi come Kneebody e Ben Wendel.

 

E in campo didattico?

Da sette anni sono professore associato all’UCLA (University of California, Los Angeles) dove propongo tre corsi: Music and Law (su come e dove musica e legge si incontrano), Recording Industry (industria discografica) e Copyright. Ho un incarico per insegnamenti simili anche al Peabody Conservatory di Baltimora, parte della John Hopkins University. Al tempo stesso, sono editore della Los Angeles Review of Books, per la quale curo recensioni di libri, e di recente sono diventato co-editore, insieme alla mia collega all’UCLA Judith Finell, di una newsletter che si occupa di industria musicale e tecnologia, chiamata Your Inside Track [link in calce all’intervista].

 

Tra i suoi clienti ci sono numerosi musicisti di fama mondiale. Sorge spontanea la domanda: perché un artista ha bisogno di un avvocato?

Sono molte le ragioni per cui un musicista può rivolgersi a me: gestire un contratto discografico, tema di cui sono ormai esperto, oppure stipulare accordi riguardanti merchandising o diritti personali, questioni pubblicitarie o di immagine. A volte hanno bisogno del mio aiuto per l’organizzazione di un tour, per royalties e pagamenti; in altri casi per motivi piuttosto spiacevoli come problemi fiscali o di tassazione… le ragioni sono molteplici.

 

Conservatori e scuole di musica, in Italia, hanno concesso finora ben poco spazio a queste tematiche. Si tratta di una carenza diffusa anche a livello internazionale?

È proprio ciò che vorrei contribuire a cambiare. Il mio impegno didattico ha avuto inizio dopo che mio figlio si è diplomato alla Eastman School of Music, un istituto di ottimo livello: ne è uscito con una grande conoscenza di teoria musicale e di pratica esecutiva, ma senza alcuna idea di ciò che avrebbe dovuto effettivamente affrontare: denaro, contratti, diritti, tutto quello che il vivere da musicista comporta. Per questo decisi di rivolgermi all’UCLA proponendo un corso sulle basi della legislazione: un giovane artista deve essere in grado di orientarsi e difendersi nel difficile mondo degli affari.

 

Tra i suoi studenti ci sono musicisti di ogni genere, dal pop alla classica: ha potuto riscontrare approcci differenti nei confronti di questi temi?

Ho a che fare con gli ambiti più diversi, e a molti ragazzi non interessa neanche il lato performativo e concertistico, sognano semplicemente di lavorare nel mondo della musica. All’UCLA è adesso possibile ottenere un undergraduate degree [una laurea di primo livello] in Music and Industry contemporaneamente a un corso di studi principale in Violino, ad esempio. Occorre dimostrare delle conoscenze musicali di base, ovviamente, ma il programma si concentra sul lato non-performativo dell’essere musicista: quindi magari, invece che diventare violinista, si intraprende la carriera dell’agente, del manager, del promotore, del produttore. Sempre più scuole stanno imboccando questa strada, come il Peabody Conservatory, che come vi dicevo mi ha invitato a tenere nuovi corsi. Per fortuna questi argomenti stanno diventando sempre più parte integrante dell’istruzione universitaria americana.

 

Passiamo al suo rapporto con il nostro Paese: se non sbaglio, mastica anche un po’ di italiano…

Sì, parlo un po’ di italiano, quando ci vedremo a Cremona  potremo scambiare due parole! [in italiano, ride] Ho viaggiato molte volte nel vostro Paese, ma sarà la mia prima visita nella città di Stradivari, non vedo l’ora. Ritengo che eventi come Cremona Musica rappresentino una grande opportunità per chiunque graviti intorno a questo mondo: un’occasione per condividere esperienze e creare nuove connessioni. Personalmente, parteciperò a una tavola rotonda sulla conservazione e promozione del patrimonio musicale italiano insieme a rappresentanti di importanti fondazioni e archivi: sarò felice e onorato di portare le mie conoscenze e diffondere consapevolezza su come la legge possa aiutarci a valorizzare la nostra storia e i suoi tesori.

 

Un’ultima curiosità. Da appassionato non musicista, se potesse scegliere uno strumento, quale sarebbe?

Credo che, potendo padroneggiarne uno, sceglierei il pianoforte: avere la tastiera sotto le dita ti avvicina davvero alla sensazione di avere un orchestra nelle tue mani. Ma, se potessi invece allargare magicamente la scelta, il massimo sarebbe essere direttore, e avere davvero un’orchestra a disposizione per dare forma alle mie idee musicali.

 

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