L’eclettismo del direttore d’orchestra che cattura il grande schermo. Intervista a Enrico Melozzi.

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di Smeralda Nunnari

Enrico Melozzi, uno dei protagonisti indiscussi di Sanremo 2023 è un compositore, violoncellista, direttore d’orchestra e produttore discografico teramano.
Ha iniziato a studiare il pianoforte all’età di 8 anni, per poi dedicarsi e concentrarsi sul canto lirico. Assistente, nel 1999, di Michael Riessler, ha collaborato con celebri musicisti come Sabine Beyer, Paolo Fresu e Simon Stockhausen.

Il poliedrico artista spazia con grandiosa versatilità nell’universo dei vari ambiti musicali, componendo opere liriche, colonne sonore per teatro, cinema, ecc…

Ideatore e direttore, con il violoncellista Giovanni Sollima, del progetto 100 Cellos, direttore dell’Orchestra Notturna Clandestina, creatore del format Rave di Musica Classica. Viene definito da Morgan il nuovo Hector Berlioz, famoso compositore francese dell’Ottocento.

 

Maestro, molti ritengono che il vero vincitore di questa 73ma edizione sanremese sia lei. Ciò rivela il potere della musica, anche, in un festival dove si celebra il trionfo della canzone italiana o dimostra che lei ha saputo conquistare i cuori delle varie generazioni del pubblico sanremese? Con quali argomentazioni sostiene o confuta queste tesi?

Mah, innanzitutto, grazie! Mi fa molto piacere quello che si dice… No, purtoppo, ahimè, non sono affatto il vincitore del festival di Sanremo (ride, ndr). Neanche per sbaglio! Sarebbe ben altro… sarebbe una vita completamente diversa che, comunque, io dedico alla musica classica, alle mie orchestre, alla composizione. Il mio è un mondo completamente diverso da quello sanremese, dove, in un periodo dell’anno e, negli ultimi anni sempre più, mi chiamano anche per produrre canzoni. Gli artisti mi cercano perché, grazie a tutto il lavoro che sto facendo da anni, la considerazione dei musicisti classici, in quell’ambiente sta ritornando e mi chiedono di fare sempre di più: scrivere insieme i pezzi, produrre i brani, andare in studio, stare con loro, seguirli. All’inizio, era veramente solo un mese l’anno, mano a mano, sta diventando sempre più… Ecco, secondo me, principalmente, è un motivo squisitamente di comunicazione. Innanzitutto, Sanremo è l’unico spazio al mondo, dove viene annunciato un direttore d’orchestra, questo non succede neanche alla Scala, ricordiamocelo! E sarebbe, invece, molto bello! Perché non è detto che chi entra alla Scala sappia chi sia a dirigere. Si deve leggere il manifesto, il programma… Però, non è che gli costa tanto fare questo annuncio, è gratis! Il microfono è a disposizione, dentro un teatro. Visto che dicono di spegnere i telefonini, potrebbero anche dire il nome del direttore d’orchestra! Comunque Sanremo, rimane l’unico posto in cui viene annunciato il direttore d’orchestra. E, in quei tre secondi che tu vieni inquadrato, di fatto, là ti giochi tutto, perché quello è il tuo momento. Poi, è ovvio, che, nelle interviste… se tu lavori bene, l’artista si sente protetto da te, curato, così come faccio andandoli a assistere sotto tanti punti di vista. Perché, una volta, ero nuovo anch’io, adesso, sono un veterano, quindi, conosco le dinamiche, il regista, il direttore artistico… riesco a essere da tramite, per le esigenze degli artisti. Questo fa’ sì che loro si sentano sostenuti da me e, poi, rilanciano il mio messaggio nelle loro interviste, mi salutano dal palco o mentre cantano si avvicinano con gesti d’affetto nei miei confronti… Questo moltiplica la comunicazione rendendo, di fatto, chi ne usufruisce un paladino della gente e mi fa molto piacere, perché il mio obiettivo è quello di avvicinare la musica, amichevolmente, alla gente! Noi della musica classica, per troppi anni, abbiamo comunicato, principalmente, un’austerità, una severità, che non ha portato a… Forse, all’ora, in un’epoca austera, chi più era austero, era più vicino alla gente. Oggi, invece, purtoppo, non è così. È il contrario, addirittura! Vediamo la comunicazione dei politici, che è molto più familiare, amichevole, con i social, ecc… La musica classica è rimasta ancorata: «Noi siamo bravi, voi non capite niente!», «Noi siamo quelli esperti, voi siete quelli ignoranti!» Invece, io ho sempre combattuto contro quest’approccio e ho cercato d’avvicinare la gente, incoraggiarla, fargli capire che, in fondo, quello che noi facciamo è a disposizione di tutti e non c’è bisogno di essere esperti! Perché, se tu incominci a dire che, per ascoltare un concerto di musica classica, devi esserne un esperto, hai ridotto la tua platea praticamente a zero! E questo, a parte che è una falsità, poi, non è una scelta intelligente, neanche, a livello di marketing. Sto facendo una mia piccola rivoluzione! E se, poi, mi dicono: «Il vincitore del festival sei tu!», «Sei stato un grande: bravo, bravo, bravo!» Io, non sono altro che contento, mi fa piacere per i miei artisti, perché sono stati affiancati da qualcuno che ha, in qualche modo, dato un valore aggiunto alle loro performance.

 

L’abbiamo vista dirigere più volte. Vorrebbe raccontarci qualcosa su queste orchestrazioni, su come ha vissuto questo, per lei, ricco Sanremo?  

Ormai, quando faccio le orchestrazioni, le faccio in maniera inconscia, neanche me ne rendo più conto. Lo faccio d’istinto, di getto! Prima, erano molto più riflessive. Adesso, mi butto lì e sono molto veloce per cercare, da un lato, di rispettare l’impostazione del brano data dall’artista e non fargli arrivare agenti esterni che lo differenzino troppo, rispetto a come l’ha, già, in mente. Dall’altro, devo trovare un ruolo a tutta quella gente sul palco, che rischierebbe di stare ferma (mi riferisco all’orchestra). E, quindi, dopo anni e anni d’orchestrazioni, non le conto neanche più quante ne ho fatte per Sanremo, ne avrò fatte un centinaio, ho sviluppato una tecnica che mi avvicina molto all’istinto. Ecco, io credo che un musicista debba avere una grande tecnica, affinché i suoi istinti siano velocemente impressionati sulla carta. Cioè la tecnica serve a quello, come una fotografia: quando tu hai una macchinetta fotografica buona, in meno millisecondi, l’immagine rimane impressionata sulla pellicola o sulla memoria… Io sto lavorando, perché la mia tecnica faccia sì che, nel minor tempo possibile, il mio istinto rimanga intrappolato nella carta, in modo tale che quanto scrivo sia potente e abbia una sua forza. È effettivamente funziona! L’orchestra suona tranquillamente senza problemi… Ecco, forse, un po’ nell’arrangiamento di Grignani più tecnicamente spinto, con tonalità difficili, modulazioni continue, perché parte in Mi minore, poi va in Sol, in La, in Si, in Sol e a un certo punto ricomincia in Si. Insomma, un brano con cambi di tonalità, di chiavi… Ricordo le parole dei musicisti: «Dovete metterci le luci più forti, perché quando ci arrivano i pezzi di Melozzi, rischiamo di sbagliare!». Infatti, sono abbastanza ricchi di note. Io sto cercando di ridare all’orchestra il suo ruolo originario di scrivere parti violinistiche e non tastieristiche. Purtoppo, da troppi anni, gli arrangiamenti di musica pop sono scritti con la mano. Cioè un artista, un arrangiatore mette la mano sul pianoforte, suona un tappeto, diciamo a mano e, poi, divide le parti: il mignolo suona i violini, l’anulare tutti i violini, il dito medio le viole, il pollice e l’indice i contrabbassi e i violoncelli. Quando va bene, succede così! È ovvio che una mano non può scrivere una parte di archi, lì bisogna comunque tener conto di un’impostazione contrappuntistica, in qualche modo. Quindi, io scrivo, sempre linea per linea, cercando di dare dignità alla scrittura, anche se il fine è quello di una canzone pop o di un brano che viene trasmesso in televisione, dove le frequenze non si sentono bene, come in un disco. Però, cerco, sempre, di valorizzare una nostra tradizione contrappuntistica. E lo faccio con piacere, insomma…!

 

In riferimento a questi momenti diversi, quale l’ha emozionato maggiormente?

Sicuramente, quando ho scelto di dividere il podio con Vessicchio, nella serata delle cover, consapevole che, in quel momento, avrei avuto i fari puntati. Ho cercato di dirigere, provando a non prevaricare troppo sul mio collega, tentando di mettermi un po’ più da parte. Non so se ci sono riuscito… Però, quanto meno, ho provato a mandare un messaggio di fratellanza, soprattutto, tra di noi, tra musicisti. Perché vedo che, proprio il mondo della musica è il mondo più critico nei confronti della musica stessa. La gente ama i musicisti e le canzoni, sono pochi i non musicisti che fanno critica. Loro si prendono la canzone di chiunque sia, magari quella che non gli piace non l’ascoltano, ma non stanno lì a criticare e attaccare! Invece, il mondo dei musicisti, ultimamente, sta diventando sempre peggio, con scontri, critiche… Vediamo Uto Ughi che attacca i Måneskin e io sono costretto a intervenire. Ma perché? Mi domando… Allora, ho voluto mandare un messaggio, dire: Vedi, io sono qui! Il podio, di solito, è dedicato a una sola persona e io, questo podio, lo voglio dividere con una persona che mi sta simpatica e stimo. E, come Fra’ Martino, darle un pezzettino del mio mantello. Non che Vessicchio abbia bisogno di me o del palco! Però, mi è sembrato un gesto diverso, rivoluzionario, all’interno di un mondo individualista, come quello dei musicisti, direttori d’orchestra e compositori, dove tutti sempre da soli, sempre un uomo solo al comando. No, due uomini al comando! Che c’è di male? Poi, tra l’altro, con Giovanni Sollima, i 100 Cellos, sono undici anni, ormai, che suoniamo e, poi, dirigiamo a quattro mani.  Effettivamente, è utile e comodo avere un direttore d’orchestra, come figura e riferimento unico. Ma, il significato del mio messaggio alla gente è quello di un mondo che si vuole bene, non di individualisti…

 

Lei, in parte, ci ha raccontato e motivato questa sua scelta di condividere il podio con il mitico maestro Beppe Vessicchio, nella quarta serata dedicata alle cover e ai duetti, per il brano Destinazione Paradiso, interpretato da Gianluca Grignani in coppia con Arisa. Ma, ci potrebbe svelare la giusta chiave di lettura che si cela sotto questa scelta di una doppia direzione? Si tratta di un passaggio di testimone, una sorta di benedizione o…

Allora, io credo che ci siano diversi aspetti da considerare: innanzitutto, il passaggio di testimone. Che dire? Sicuramente, sono certo che Beppe non avrebbe accettato proposte del genere da altri colleghi, probabilmente da alcuni sì, ma da altri no… Sono sicuro che lui con me l’ha fatto perché mi conosce, sa benissimo quali sono i miei obiettivi e che la mia attività principale non è quella di Sanremo. Tutti quanti continuano a dire: «Sei l’erede di Vessicchio!». E lo affermano con amicizia e rispetto. A me fa un piacere enorme! Però, io vorrei tentare di essere… di fare un’altra carriera, ecco! Quello che ha fatto Vessicchio è la storia del festival di Sanremo. Perché dirigere ventisei anni praticamente di fila, quel festival, è un traguardo enorme, che denota il fatto che Beppe è nato per fare quel lavoro e nessuno più di lui, può… Quindi, non può avere eredi, ecco! Questa è la mia versione, diciamo, dal punto di vista umile, proprio di umiltà! E, poi, a me piacerebbe che Sanremo fosse una parentesi nella mia vita e che, invece, ci fosse altro… Per esempio, io sogno il teatro lirico, le stagioni dei concerti sinfoniche, nuove mie opere alla prima della Scala, ecco… Sono queste le cose che, nel mio intimo, sogno! Anche se, dirigere Sanremo era uno dei miei grandi sogni e l’ho potuto realizzare. Devo dire che, con questa condirezione con lui, tutta l’Italia mi ha benedetto, mi ha accettato come un direttore d’orchestra affidabile, popolare, uno bravo. Poi, non si vede neanche tanto in televisione, quello che noi facciamo lì. Ci inquadrano pochissimo… Però, è bastato vederci vicini per poter dire: «Oh, cavolo! Se Vessicchio dirige con questo, evidentemente, è bravo, no? È un giovane Vessicchio!» Quindi, da quel punto di vista lì, mi ha fatto molto, molto piacere! Ma, ti ripeto, il passaggio di testimone, secondo me, è sbagliato, perché io non lo prenderei, mai, “il testimone di Beppe” e non mi permetterei mai di toglierli quel primato! Lo dico In maniera molto umile, senza alcuna presunzione. Per quanto mi riguarda, non lo merito, ecco!

 

Un suo commento sull’imprevisto tecnico su cui è inciampato, anche, il suo Gianluca Grignani che ha saputo risolvere saggiamente, rispetto alla reale o apparente irascibilità di Blanco.

Mah… Gianluca, è stato un grande, perché, comunque, i problemi tecnici ci sono sempre e, quindi, ci sono diverse decisioni che uno può prendere… Normalmente, il 99,999% degli artisti preferisce la strada del: «The show must go on!», cioè purché vada, arriviamo alla fine e, dopo, facciamo i conti… Invece, lì, Gianluca, si è preso una responsabilità enorme, quella d’interrompere lo spettacolo, perché si è reso conto che quell’aspetto tecnico stava compromettendo l’emotività che passava e arrivava a casa. Perché noi non dobbiamo dimenticare che il tecnico non è altro che una persona che si occupa di prendere un’emozione e fa’ sì che, passando attraverso i fili, i mixer, le antenne… vedi a casa, in maniera più o meno intatta. Quando lui ha capito che quest’emozione non stava passando, perché lui non riusciva a trasmetterla, allora, ha chiesto d’interrompere, dando, tra l’altro, una lezione di maturità, un po’ a tutti quanti. Da un lato, l’ha data a sé stesso, chiedendo scusa, prendendosi le responsabilità, ringraziando i tecnici, i fonici che si sono, addirittura, meritati l’inquadratura. Infatti, l’unica inquadratura a Sanremo ai fonici è stata fatta durante quel brano e quindi… I lavoratori dello spettacolo, sempre in prima linea, sempre santificati da parte nostra. In secondo luogo, secondo me, lui, ha voluto spezzare una lancia, anche a favore di Blanco, non rimproverarlo. Ma ha voluto, piuttosto, dire alla gente: non prendetevela con un ragazzino, perché, magari, io, a vent’anni, fosse successa una cosa del genere, avrei reagito diversamente. Oggi, ne ho cinquanta, reagisco così… Secondo me, è stato, veramente, un padre! Ha fatto una mossa che è piaciuta moltissimo a tutti gli italiani, proprio perché ha perdonato e ha detto a tutti di non prendersela con i più piccoli. Ecco, quello è stato il messaggio che ha voluto lanciare. Molto imprevedibile! Sono rimasto stupito, in quel momento… Comunque, io ero molto nervoso e particolarmente teso in quegli attimi. Poi, quando ho visto che siamo arrivati in quel punto… C’è stata, all’inizio, un’ulteriore indecisione, sempre allo stesso punto, ma, dopo, si è sbloccato e ha incominciato a cantare perfettamente. Dentro di me, da autore, mi sono ritenuto soddisfatto, considerato che, la prima parte della canzone è la più difficile da comprendere, perché più forte emotivamente e armonicamente più complessa. Dove, se non comprendi perfettamente tutto quello che succede, a livello drammaturgico, non riesci a goderti la seconda parte, che è quella di tutti i ritornelli, uno vicino all’altro. Quindi, sono stato contento, perché abbiamo avuto l’opportunità di fare un doppio passaggio, in qualche modo, e di far capire meglio quella parte lì! E, infatti, tutti quanti hanno detto di non aver capito quella canzone, la prima volta, ma la seconda sì! Anche perché Gianluca, quella prima parte, l’ha cantata due volte, di fatto, quella sera, a distanza di tre minuti, ce l’ha fatta risentire. E la gente ha familiarizzato con il pezzo. Non era preparato, perché se no, l’avrei saputo, me l’avrebbe detto e, comunque, sarebbe stata una scorrettezza. E, invece no, è andata proprio così! Lui se l’è giocata alla grande e la canzone ci ha guadagnato!

 

Ci può raccontare qualcosa sulla genesi del progetto 100 Cellos, che lo vede ideatore e direttore artistico – musicale con il violoncellista Giovanni Sollima?

Il progetto 100 Cellos è nato al teatro Valle Occupato, nel 2011, a dicembre, quando ci siamo incontrati io e Giovanni Sollima, per la prima volta. Lui è accorso a vedere cosa stava succedendo… Ne parlava tutto il mondo di questi ragazzi che occupavano il teatro e stavano facendo una piccola rivoluzione, che poi si è rivelata essere una grande rivoluzione culturale per tutto il pianeta, per quanto mi riguarda (visibilmente soddisfatto, ndr). Perché, quello che è successo al Valle, in quei tre anni e mezzo, purtoppo, non sta accadendo più. Ma accade, di riflesso, in tutti gli altri teatri del mondo che, in qualche modo, hanno assunto, come modello, quel modo di fare. È nata lì, quasi per gioco, per scherzo, da due persone che si conoscono a mala pena, ma si trovano in grande sintonia e si scambiano idee. Quindi, abbiamo iniziato a spararla sempre più grossa, fino a quando non c’è venuto in mente di provare a farne cento! Vediamo che succede, facciamo una call e quando arriviamo a cento ci fermiamo. Ci siamo riusciti! Perché abbiamo superato di gran lunga, siamo arrivati, quasi, a centocinquanta. L’edizione è stata indimenticabile, sicuramente, la più bella, pura, libera e organizzata. Fu una settantadue ore no stop di musica, che ci ha legato moltissimo. Poi, da lì, siamo andati avanti, siamo all’undicesimo anno e abbiamo fatto concerti, praticamente in tutto il mondo, da Dubai, a Tokyo, a Budapest… in tutti i teatri più importanti d’Italia, dalla punta fino allo stivale. In Sicilia, fino a Palermo. Abbiamo toccato i luoghi del terremoto, l’Aquila, in Abruzzo, poi, siamo stati a Pavia, a Milano, a Roma… Abbiamo fatto il primo maggio, di fronte a ottocentomila persone, a Ravenna, occupando la città per una settimana e trasformandola in cellolandia. Ciò ci ha fatto crescere tanto, entrambi credo. Abbiamo scoperto tante cose, lavorando a questo progetto e, principalmente, quello della condivisione della musica, come atto creativo, per cui, insomma, senza i 100 Cellos, noi non saremmo gli stessi.

 

Lei è direttore dell’Orchestra Notturna Clandestina e ideatore del format innovativo Rave di Musica Classica. Potrebbe farci una breve descrizione di queste sue attività, delineando ciò che le accomuna e distingue?

L’Orchestra Notturna Clandestina, in qualche modo, nasce dall’idea dei 100 Cellos, cioè dall’idea che lanciando un appello su internet, sicuramente, troverai qualcuno che la pensa come te e che vuole venire a suonare con te. E, quindi, parte da zero, semplicemente, con la voglia di fare! E, così, è nata l’Orchestra Notturna Clandestina. In una notte, ho fatto un altro post: «Siamo sempre tutti soli, dentro le nostre case, a suonare, tanto vale che ci riuniamo, stiamo da qualche parte e suoniamo insieme!» Così, è nata l’Orchestra Notturna Clandestina, ormai, sette anni fa. Abbiamo fatto tantissime pubblicazioni, molti dischi e tanta strada. Tra cui, è nata l’idea di questo Rave di musica classica: la stessa che vuole farsi conoscere dal mondo giovanile. Proporre la musica classica come forma di ribellione e trasgressione, per cercare di avvicinarsi ai giovani e fargli capire che, in fondo, quella musica, è molto, molto, molto più trasgressiva della trap, dal rap, ecc… E ci siamo riusciti! Perché abbiamo attirato migliaia e migliaia di persone ai nostri concerti ed è rimasto un format mitologico, cult, praticamente! A brevissimo, lo replicheremo, perché con il covid non abbiamo potuto farlo. Invece, adesso, che il covid, per fortuna, è solo un lontano ricordo, sono sicuro che, lo rifaremo e sarà un grande successo!

 

Nel suo percorso musicale ha incontrato ostacoli, oppure no?

Ne ho incontrati tantissimi di ostacoli e li continuo a incontrare quotidianamente. L’unica cosa importante è come si superano gli ostacoli o come si metabolizzano le sconfitte. Se una sconfitta è un ostacolo insormontabile, come quello che, in questo momento, vivo nei confronti dell’opera lirica, perchè sarebbe un mio sogno riuscire a lavorare quotidianamente, tutti i giorni, con l’opera lirica e non riesco. Forse, sono ancora troppo giovane, non sono pronto, non lo so… Io mi sento pronto! Però, evidentemente, il teatro non è pronto ad accogliermi. L’importante è cercare, sempre, di rimanere in attività e non scoraggiarsi mai, non fermarsi, trasformare i problemi in opportunità! Se riusciamo a trasformare in oro il piombo, che poi è la legge sacra dell’alchimia, siamo vincitori e riusciamo a andare avanti nella vita. Se, invece, ci fermiamo, vuol dire che quella non era la nostra strada. Quindi, ti ripeto, di problemi e ostacoli, ne ho avuti tantissimi. Non tutti sono riuscito a superarli, ma la gran parte sì! Per cui, oggi, sono qui, abbastanza sereno, a parlare della mia musica, con te!

 

I suoi modelli li ha trovati vicini a lei o li ha dovuti cercare lontano o magari tra i libri?

Eh, sì, sicuramente! Perché, al di là di Giovanni Sollima, che, insomma, è un modello vivente, gli altri miei modelli, sono tutti defunti da circa trecento anni… Quindi, i miei veri idoli sono morti. Sono persone che conosco perfettamente. Io ci dialogo, ho addirittura delle chat finte, in cui io parlo con Mozart, Beethoven, Bach. Li vedo vivi, per me, sono personaggi ancora vivi, in vita, perché con la loro musica mi emozionano, ancora oggi, e mi influenzano. Io mi rifaccio molto ai modelli classici, la mia musica s’ispira tantissimo alla musica, impropriamente detta, classica. E, quindi, i miei veri grandi modelli sono quelli… Sono persone che non esistono più, ma con la loro musica hanno avuto la capacità di influenzare decine, decine e decine di generazioni, anche dopo la loro morte. Quindi, io cerco sempre di trasmettere la bellezza di questi grandi autori, come Mozart, Bach, Beethoven, Brahms, Schubert, Schumann, Mahler, Stravinskij, Šostakovič, Čajkovskij, Prokof’ev, Dvořák, Rimskij-Korsakov. Come di autori propri di opera lirica: Puccini, Verdi, Mascagni, Rossini, Respighi. E Morricone, un altro grande che io amo! Poi, ho avuto la fortuna di lavorare, anche, accanto a tanti musicisti che mi hanno influenzato, da quando ero ragazzino, nella musica leggera. Ma, confermo che, effettivamente, i miei veri modelli li ho trovati fra i libri e nei dischi, ecco!

 

Il più bel ricordo del suo percorso artistico musicale.

Probabilmente, quando vincemmo Sanremo con i Måneskin, per me fu una grande soddisfazione. Però, anche, quando allestirono la mia prima opera, in Australia, quella sera, non la dimenticherò mai: un teatro enorme, una grandissima produzione costosissima e al centro c’era la mia musica. Oppure, quando venne messa in scena una mia opera al Regio di Parma, Il Piccolo Principe, pure lì, fu un grande momento per me. Però, io credo che il più bel ricordo… ancora non l’ho vissuto! Credo e spero che il più bel ricordo dovrà ancora arrivare…!

 

Melozzi pittore, se dovesse tracciare su un quadro uno schizzo per descrivere la propria attività artistica, che forma e colore sceglierebbe?

Mica è facile questa domanda… (scherzoso sorride, ndr). Sicuramente, per il colore, utilizzerei il rosso che, secondo me, è molto forte e esprime molto la mia personalità. E, poi, la forma, potrebbe essere quella di un triangolo, che ha una base e un suo apice, il basso e l’alto. Quindi, il triangolo rosso!

 

Tra i tanti problemi che attualmente ci attanagliano, quale desta maggiore preoccupazione in lei?

Mah, oltre la guerra, a me preoccupa, una sorta di decadenza culturale, in cui siamo dentro da anni e, raramente, scorgo inversioni di tendenza. Vedo, comunque, che i conservatori, con le riforme sono peggiorati, non sono migliorati. Una volta era meglio… Tutto era meglio una volta, oggi è tutto peggio! Per cui, sono preoccupato, perché le nuove generazioni, a mio avviso, non hanno un ottimo servizio, da parte dello Stato. Mi impensierisce il decadimento culturale della nostra nazione.

 

C’è un argomento che le sta particolarmente a cuore, di cui vorrebbe parlare? Può fare conto di aver ricevuto la mia domanda bianca.

Un argomento di cui vorrei parlare è che, se i teatri lirici non mettono in scena, almeno il 30 – 40 % delle opere nuove in un anno, allora, sarebbe bene chiudere le classi di composizione dei conservatori. Perché, se le teniamo aperte, noi, a questi ragazzi, qualcosa dobbiamo far scrivere! È inutile tenerle aperte e, poi, alla Scala, si continua a fare Verdi, Mascagni, con tutto il rispetto per questi grandi! Ma, essendo che le prime, nei teatri, sono le date più sicure, dove i biglietti danno sold-out, pure se non succede niente sul palco, anche se si fa scena muta, la gente compra lo stesso il biglietto… Non sarebbe il caso che, in queste prime, vengano messe in scena opere nuove? Altrimenti, non è il caso di dire ai nostri giovani: Scordatevelo! Noi le opere, già, ce le abbiamo. Voi potete solo imparare a suonarle, cantarle. Quindi, apriamo le classi di strumento, orchestra, per cantanti… Ma quelle di composizione chiudiamole, perché così sarebbe più serio, da parte dello Stato. Non illudere chi vuole comporre, che lo Stato dia a disposizione i mezzi… Perché ti insegnano a scrivere e, poi, non ti fanno scrivere. E questo è un grave problema!

 

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