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L’importanza della cultura musicale italiana all’estero. Intervista a Paolo Sabbatini, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles

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di Gabriele Cupaiolo

Una prestigiosa carriera internazionale, da 41 anni, per metà passata alle Nazioni unite e metà ‘dedicata’ al Governo italiano, all’Italia, con le “Marche sempre nel cuore” e in particolare la zona del Fermano di cui è originario, Paolo Sabbatini, nato a Porto Sant’Elpidio,  è direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles.
Nella sua lunga carriera, Sabbatini è stato per lavoro in 70 Paesi occupandosi efficacemente nel tempo di risoluzione di conflitti, di poveri, diseredati e bisognosi, quando era all’Onu, ma anche di cultura e promozione negli ultimi prestigiosi incarichi. Tra i tanti ruoli ricoperti, il lavoro per il ministero degli Esteri, come esperto di Cooperazione allo sviluppo e capo operazioni Unicef in Pakistan, per la Farnesina è stato funzionario dell’Area promozione culturale, direttore dell’Istituto italiano di Cultura a Shangai, a Praga fino all’attuale stesso incarico a Bruxelles.


Buonasera dott. Sabbatini, è un piacere poterLa intervistare. Partiamo dai fatti più recenti: Lunedì 29 Novembre a Bruxelles si è tenuta la commemorazione del grande musicista Giacomo Puccini; proprio in questa città, lo ricordiamo, egli morì 97 anni fa. È grazie a Lei – attualmente direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles – che questa iniziativa ha avuto modo di concretizzarsi una volta per tutte. In cosa è consistito questo evento? Sappiamo che ha persino disposto del benestare di una deputata belga per la sua attuazione.

Direi di partire dal presupposto che Bruxelles ha rappresentato per Puccini la meta di un autentico ‘viaggio della speranza’, divenendo luogo indissolubilmente legato alla sua vicenda biografica: è proprio qui che egli raggiunse gli studi del professor Louis Ledoux, al fine di cercare la cura ad un tumore alla gola diagnosticatogli poco tempo prima, così come è proprio qui che egli scrisse le ultime pagine del terzo, interrotto atto di Turandot. All’epoca, la cosiddetta medicina isotopica intraprendeva i suoi primi passi, sussisteva di una tecnica applicata ancora incerta e in fase di sperimentazione, perciò è inutile ricordare che tutti i tentativi di guarigione risultarono vani, e che, come ha ricordato lei stesso, il Maestro morì proprio a Bruxelles il 29 Novembre del 1924. Nel luogo ove un tempo sorgeva la clinica di cura – la sede dell’Institut du Radium – adesso si erge un palazzo sul quale è affissa una splendida targa commemorativa; l’argomento cardine e lo spunto dell’iniziativa hanno riguardato proprio il restauro di quest’ultima, del quale ci siamo presi carico, operando in breve tempo e con risultati più che soddisfacenti – inutile dire in quali condizioni versasse questo splendido manufatto, da tempo trascurato. L’evento è stato inaugurato alle 12 (con un ritrovo all’Avenue de la Couronne 1, nel quartiere Ixelles) e ha goduto della presenza di numerose personalità: penso al vicepresidente del Parlamento europeo, l’Onorevole Fabio Massimo Castaldo, all’ambasciatore d’Italia Francesco Genuardi, a Monsignor Luigi Casolini di Sersale, canonico della cattedrale di Tivoli e rettore dell’associazione Cavalieri di San Silvestro (il quale ha anche benedetto la targa celebrativa) e al Sindaco di Lucca Alessandro Tambellini. Io ho parlato a nome del governo italiano, mentre il consigliere dell’Ambasciata d’Italia Andrea Della Nebbia ha operato quale Chargé d’Affaires per conto di Sua Eccellenza l’ambasciatore, il quale, nel frattempo, presenziava al seguito dei Regali belgi in visita di Stato in Italia; questa coincidenza ha contribuito ad instaurare una corrispondenza implicitamente indicativa di un asse di scambio culturale oggi più vivido che mai. Che dire riguardo alla mia responsabilità per la realizzazione di questo evento? Già due anni fa, quando arrivai a Bruxelles, la deputata belga Nathalie Gilson, consorte del mio fraterno amico Gianfranco Dell’Alba, mi aveva prospettato la progettualità di un’iniziativa in memoria di Puccini che fino a quel momento non si era potuta concretare. Questa idea si poneva da tempo al centro del dibattito culturale cittadino, in seguito all’evidenziazione di un’apparente svista presente sulla lapide bronzea, la quale riporta come data di nascita del Nostro il 23 dicembre 1858 – Puccini, come ben sapete, è nato il giorno prima. Successivamente alla scoperta che fosse un curioso vezzo del Maestro quello di far riferimento ai propri natali secondo questa nozione, di modificare o sostituire la data non se ne è parlato; dunque, molto probabilmente la targa era stata fabbricata tenendo conto di questa sua peculiare volontà. Dopo due anni di pandemia, in poco più di un mese ho provveduto alla gestione di tutto il necessario affinché l’evento potesse realizzarsi nel migliore dei modi, e al pubblico abbiamo parlato anche di questa stravaganza del nostro eccentrico conterraneo, nella speranza di suscitare ancora più curiosità nei confronti della sua personalità.

 

Si è sentito appoggiato nella realizzazione di questo appuntamento? Esso rappresenta un segnale di ripresa e di vivacità sociale, specie in seguito alle fasi più buie dell’emergenza sanitaria?

Assolutamente sì, a trainare l’aratro non si può mai essere soli. Molte persone hanno sostenuto con fermezza il mio lavoro: penso innanzitutto a Nathalie Gilson, come dicevo, e al sindaco Doulkeridis (che purtroppo non ha potuto presenziare all’evento), ma anche al mio carissimo amico Simone Billi, onorevole deputato italiano e presidente del Comitato per gli Italiani all’Estero, che ha fatto da importante intermediario per il dialogo col nostro Parlamento, così da poter presentare la proposta tramite comunicazione telematica; ancora, ho in mente il prima menzionato Alessandro Tambellini, sindaco di Lucca, e Ilaria Del Bianco, presidente dell’Associazione Lucchesi Nel Mondo, società che ha dato un contributo fondamentale all’organizzazione dell’evento, specie nelle sue fasi embrionali. Sono molto grato anche a tutti i miei amici impresari, grazie ai quali godremo della presenza di artisti del calibro di Walter Fraccaro, di Rossella Ragatzu e di Andrea Edina Ulbrich. Per quanto riguarda la simbologia sociale dell’appuntamento, certo che essa sussiste: le ultime direttive parlamentari in merito alle restrizioni fanno supporre l’esercizio di una politica ancora di estrema cautela nei confronti del virus, ma la realizzazione di questa iniziativa denota la presenza di sentimenti collettivi rassicuranti e carichi di positiva vitalità.

 

Qual è la Sua visione delle linee guida che determinano i rapporti culturali fra Italia e Belgio, specie sotto il profilo artistico?

In Belgio il nostro Paese è tenuto in gran considerazione: traspare tanta italianità dai cartelloni e dai programmi culturali di ogni realtà cittadina. Questo implica anche, però, che le aspettative verso i nostri connazionali siano altrettanto importanti e complesse; qualche giorno fa, mentre ero a pranzo presso la residenza dell’Ambasciata d’Italia, ho incontrato il maestro Quatrini, il quale, dal momento che a dicembre dirigerà Norma al teatro de La Monnaie, mi parlava di come sia sempre più difficile sorprendere chi conosce a fondo la nostra cultura. Di qui l’impellente necessità di escogitare trovate di una certa raffinatezza: per esempio, proprio per la commemorazione di Puccini, avevamo commissionato al maestro Angelo Gregorio la trasposizione di Crisantemi (un Elegia per quartetto d’archi) per ottetto di fiati, nonché il compito di eseguire gli inni nazionali con qualche adattamento di sapore jazz. In un’epoca in cui è sempre più agevole conoscere l’altro, per poter mandare in visibilio il pubblico occorre curare dettagli di questo tipo.

 

Per il futuro più imminente sono già in programma altri progetti a sfondo prettamente musicale?

Abbiamo in mente la realizzazione di un interessante progetto culturale già in corso d’opera, ossia l’accrescimento e il consolidamento dell’orchestra da camera dell’Istituto Italiano di Cultura, un unicum nella storia dell’istituzione e della diplomazia culturale italiana in generale. Abbiamo già radunato giovani virtuosi che ci permettono di formare un’orchestra d’archi, il cui operato si mantiene a stretto contatto con l’Orchestra Italiana Bruxelles, fondata nel 2013 dal prima menzionato Maestro Angelo Gregorio. Abbiamo già in programma un concerto in onore di Matteo Ricci, padre gesuita che trascorse gli ultimi trent’anni circa della sua vita in Cina e che si occupò, fra l’altro, di determinare i rapporti che intercorrono tra vari aspetti della teoria musicale cinese e occidentale. La data dell’esibizione sarà l’11 Maggio 2022, giorno d’anniversario della nascita del musicista; successivamente si terrà una replica a Macerata, città natale dello stesso, presso l’arena dello Sferisterio. Sarà per me un piacere portare all’attenzione del pubblico una figura così interessante, in grado di operare da intermediatore fra due culture secolari già a cavallo fra il XVI e il XVII secolo.

 

Lei ha avuto la possibilità di viaggiare molto per motivi lavorativi (fra gli altri ruoli ha rivestito quelli di Funzionario delle Nazioni Unite in Marocco, negli USA, in India e in Cina, di Capo delle operazioni dell’UNICEF in Pakistan, di Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Praga e di Shangai, di Consigliere Culturale dell’Ambasciata Italiana d’Egitto): in seguito a simili esperienze, come giudica la solidità delle istituzioni culturali in Italia a confronto con quella di altre realtà estere?

Je suis en enfant de la brousse, potremmo dire in francese: grazie al duro lavoro ho fronteggiato e superato ostacoli di qualsiasi tipo in ogni parte del mondo. Come ricordava, ho raccolto esperienze provenienti dall’America e del Medio Oriente, dall’Estremo Oriente e dall’Europa, dunque da realtà che versano in condizioni profondamente diverse sotto ogni aspetto. In tutti i Paesi in cui mi sono trovato ad operare, però, mi è saltato all’occhio un tratto condiviso dalla maggior parte degli appassionati di musica (a partire dagli esecutori e dai compositori, giungendo fino ai direttori di coro, d’orchestra e di teatro – ma in generale potremmo parlare di chiunque si rapporti al pubblico secondo modalità di condivisione artistica), quello per cui, anche nelle condizioni di maggiore difficoltà, essi riescono ad attingere alla qualità fondamentale dell’indomabilità. Le istituzioni restano in piedi anche nei momenti più bui grazie alla resilienza e alla determinazione di questi grandi lavoratori, e un tale impegno non rientra necessariamente entro le esigenze della dovuta professionalità. Un ricordo particolarmente vivido? A Il Cairo ho avuto il piacere di approfondire la conoscenza del grande Aldo Magnato, che, pur molto anziano, col megafono continuava a dirigere il coro del Teatro dell’Opera cittadino, pieno di un’energia fuori dal comune e forte del suo ben noto entusiasmo. È sorprendente la misura in cui la passione e la tenacia possano determinare i nostri pensieri e le nostre azioni, permettendoci di superare anche le difficoltà apparentemente insormontabili. Auguro a chiunque di vivere sensazioni del genere sulla propria pelle, io grazie a questo sono ancora molto carico!

 

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