Ritornare all’origine del suono tra spazio e tempo. Intervista a Francesco Cera.

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di Biagio Quaglino

Dopo gli studi di organo e di clavicembalo conclusi sotto la guida di Luigi Ferdinando Tagliavini e di Gustav Leonhardt, si è affermato tra i migliori interpreti italiani della musica antica, apprezzato per una consapevolezza stilistica che abbraccia diverse espressioni musicali, dagli strumenti storici a tastiera alla musica vocale e strumentale del periodo barocco.

Francesco Cera ha collaborato con le più importanti compagini di musica barocca, dal Giardino Armonico, agli inizi, ai Barocchisti di Diego Fasolis, solo per citarne alcuni.

Nel corso degli anni ha inciso in sostanza tutto il repertorio tra Cinquecento e Settecento.

Attivo nella valorizzazione degli organi storici, è consulente per le Soprintendenze di Salerno-Avellino e Basilicata.

 

Partiamo dalle origini, qual è il primo contatto con la musica? C’è un’esperienza che ha un valore simbolico, un incontro, che cosa l’ha fatta innamorare della musica?

L’incontro con l’organo è stato un impatto da innamoramento fulmineo, dopo aver ascoltato l’organo antico della mia chiesa parrocchiale quando avevo sette anni, ho desiderato subito imparare a suonarlo, conoscere le note; quel suono evidentemente è entrato in vibrazione con qualcosa che avevo dentro, come capita a tutti quelli che scelgono il loro strumento di elezione. Per il clavicembalo, invece, l’incontro risale a parecchi anni dopo, ascoltando Gustav Leonhardt, quello che sarebbe diventato un giorno il mio maestro, in un magnifico e indimenticabile concerto di Clavicembalo a Pistoia.

 

Lei ha appreso direttamente alla fonte, ha avuto la fortuna di studiare con Luigi Ferdinando Tagliavini e Gustav Leonhardt. Cosa le hanno trasmesso? C’è un aneddoto che vuole raccontare, che conserva come una sorta di testamento spirituale?

Ciò che mi ha colpito maggiormente nell’aver studiato con questi due grandi maestri è legato agli ambienti in cui tenevano le loro lezioni; nel caso di Luigi Ferdinando Tagliavini è stata la sua casa di Bologna, dove conservava tantissimi clavicembali e spinette affastellate in modo incredibile, è qui che ho avuto la possibilità di accedere ai suoni autentici per imparare la poetica della musica italiana tra il Cinquecento e il Settecento.

Poi la meravigliosa casa di Gustav Leonhardt ad Amsterdam, una bellissima casa storica, che lui stesso aveva arredato con cura, dove facevamo lezione.

Quello che mi hanno trasmesso è sicuramente il rispetto per la partitura, analizzarla in modo da farsi delle domande sulla volontà del compositore più che sulla struttura musicale, trovare quei segnali che ci possano far capire quale fosse l’intenzione esecutiva che spesso si evince da dettagli apparentemente normali. Poi certamente ho approfondito l’aspetto interpretativo legato alle varie scuole nazionali, il saper inserire la musica in un contesto culturale che il musicista deve necessariamente conoscere.
Questo, insieme alla sensibilità personale è la direzione da seguire nello studio e nell’interpretazione, vorrei continuare a fare per me stesso e trasmetterlo ai miei allievi.

 

Ha al suo attivo una vasta produzione discografica, dal 2001 al 2019, dischi sempre accolti con numerosi riconoscimenti dalla critica internazionale.
Dopo così tanti dischi dedicati principalmente alla musica antica, questa impegnativa incisione sulla musica di Frescobaldi sembra un ritorno al punto di partenza, alle origini.

Nelle note di presentazione si legge: “L’arte musicale di Frescobaldi è in grado di affascinare profondamente l’ascoltatore di oggi, pur senza mai farsi afferrare del tutto…” e ancora “Un poetare attraverso le note, muovendo gli affetti”.

Quale messaggio profondo ha ancora questa musica da raccontare all’uomo moderno? Quali affetti può suscitare, quali cambiamenti utili per le nostre vite?

La musica di Frescobaldi porta a un’interiorizzazione, ad uno scavo interiore dentro se stessi.

È musica non semplicemente piacevole, ma molto densa, in cui c’è una buona parte di contemplazione, in certi casi anche di estasi mistica come nella musica per organo. Anche nella musica di clavicembalo c’è questa profondità, data dalle armonie, dal moto delle parti: è questa la forza della musica di Frescobaldi, una grande profondità interiore che ètrasmessa anche a chi ascolta.  

Certamente ciò può portare a un arricchimento dell’animo, è musica che innalza lo spirito nel senso più alto del termine.

 

Si dice che è lo strumento che fa la musica. Io credo sia vero, almeno nell’ambito della musica antica. Qual è il suo rapporto con gli strumenti antichi e quali, in particolare, ha usato per l’incisione di Frescobaldi?

Per me gli strumenti antichi, realizzati con tanta cura oggi da tanti cembalari e organari, ci mettono davanti a uno spettro meraviglioso di colori diversi dati da tantissime variabili, dinamiche e timbriche, per esempio anche il diapason dell’epoca era variabile, addirittura nello stesso momento storico in varie zone d’Italia.

Nella mia registrazione discografica, volutamente, ho scelto strumenti con cinque diapason diversi. La varietà di colori sui diversi brani è una cosa affascinante.

Tra gli strumenti che ho scelto, in particolare, voglio porre l’accento su due organi di scuola Romana degli anni in cui Frescobaldi viveva e componeva a Roma.

Uno è l’organo di Giovanni Guglielmi del 1612 custodito nella chiesa di Santa Maria in Vallicella, e l’altro di Ennio Bonifazi del 1638 che si trova nella chiesa di Sant’Oreste.

Tra i clavicembali, vorrei citare uno strumento rarissimo, copia di uno strumento napoletano di fine cinquecento, conservato nel museo di San Colombano a Bologna, in realtà non è uno strumento antico ma è la copia di uno strumento originale custodito nello stesso museo di Nicolò Albana risalente al 1584. Questa copia, però, ha un valore straordinario perché, grazie agli studi del maestro Tagliavini, è stato possibile ricostruire lo strumento e riportarlo alla sua struttura originaria e quindi anche al suo suono originale e alla sua vera estensione, infatti la tastiera adesso arriva fino al Do6 e questo mi ha permesso di suonare nella tessitura di quattro piedi, cosa che ho fatto con grande gusto nelle varie partite o danze.

 

Il luogo in cui si sceglie di vivere è importante per tutti, e per un artista credo sia fondamentale, perché lo spazio che decidiamo di abitare ci influenza, per clima, cultura, usanze e tanto altro. Recentemente è stato intervistato da Valentina Lo Surdo che, nei suoi reportage come Ambassador di Italia Slow Tour, ci ha fatto conoscere il Cilento e questo bellissimo palazzo storico in cui abita di Laureana Cilento, dove custodisce i suoi preziosi strumenti musicali insieme ai frutti di anni di studio e ricerca.

Quanto e come influenza la sua persona e la sua vita lo stare in un posto così intimo e pieno di storia, dal punto di vista umano e come musicista?

Io pur essendo molto grato alle grandi città in cui ho vissuto come per esempio Bologna, la mia città di origine, oppure Milano e Roma che mi hanno dato tantissimo, ma, a un certo punto della mia vita ho scoperto la dimensione del paese, in particolare questo paese, che è legato al mio compagno, quindi alla mia vita sentimentale, nel quale abbiamo deciso di tornare.

È stato come un ritorno alle origini, anche se mi sento adottato da questo paese, ho trovato la mia giusta dimensione di essere umano e musicista.

Non potrei più vivere in una grande città perché il silenzio che si respira e i suoni della natura mi fanno veramente bene, mi danno un senso di appagamento, una tranquillità positiva.

 

La musica è sempre collegata alle altre arti, è bello notare, infatti, come all’interno delle note del cofanetto si accostino i dipinti alla musica.

Quant’è importante questa visione sinestesica nella sua vita e come influenza il suo modo di essere musicista?

L’insieme delle tante cose apprezzate e conosciute mi arricchisce costantemente. La pittura, principalmente quella italiana a cavallo tra Cinquecento e Seicento, fa sì che io possa ritrovare quei colori e quelle forme anche nella musica.

Nell’interpretare, nel far vivere le partiture di quel periodo, sento questa consonanza meravigliosa tra musica e arte visiva. Quest’unione di sensi diventa una fonte di grande arricchimento e comprensione.

La mia ultima bellissima esperienza nella galleria del Palazzo dei Diamanti a Ferrara è stata una situazione ideale per unire i due aspetti, sia per me, sia per chi ha potuto ascoltare guardando anche le opere d’arte.

Vorrei tanto che in Italia, che è il paese dell’arte in assoluto, si potessero fare molto più spesso musica e concerti nei luoghi d’arte. Questo non si fa ancora abbastanza, si usano troppo i teatri per i concerti o gli auditorium, quando invece ci sarebbero luoghi meravigliosi in cui l’ascoltatore può unire la sensazione della musica alla sensazione nel vedere affreschi, architetture, quadri o sculture, per creare un turbine di emozioni piuttosto che ascoltare la musica a occhi chiusi in un freddo auditorium.

All’estero si fa tanta musica nelle chiese antiche, spesso anche nei musei. In Italia vorrei che fosse fatto di più.

 

L’organo come anche il clavicembalo, sono strumenti che sopravvivono agli uomini, A qualche mese di distanza, il mondo della musica ricorda con gratitudine Liuwe Tamminga, custode degli strumenti del museo di San Colombano a Bologna e di San Petronio.

Quale eredità ci lascia e personalmente quale insegnamento importante le ha lasciato nei numerosi anni di collaborazione?

Il maestro Tamminga, in maniera molto generosa, ha dedicato veramente tantissimo tempo della sua vita a portare organisti, musicisti, persone appassionate, per decine di anni nella chiesa di San Petronio e nel museo San Colombano.

Ci ha lasciato una grande lezione di amore per l’arte e per la musica. È stato un fantastico organista e improvvisatore, ha dimostrato il suo impegno nel valorizzare gli organi di San Petronio e i numerosi strumenti che fanno parte della collezione Tagliavini.

È stata una stagione straordinaria di pagine inedite, di accostamento tra musica popolare e colta, combinazioni particolarissime di strumenti che normalmente non si sentono, da ricordare l’idea degli omaggi musicali alle città, da Napoli qualche anno fa, a Bologna, volevamo fare anche una giornata della musica dedicata a Venezia. Si tratta d’idee straordinarie.

In più di un’occasione ho avuto l’onore di collaborare con lui con grande piacere. Sicuramente, raccogliamo una grande eredità, abbiamo un esempio da portare avanti.

È passato molto tempo dagli inizi con il Giardino Armonico, da allora ha maturato tanta esperienza. Ha fondato anche l’Ensemble Arte Musica con la quale affronta pagine bellissime del repertorio vocale italiano.

Nella sua attività da didatta, qual è l’insegnamento più importante che sente il bisogno di trasmettere agli allievi, dal punto di vista musicale e umano? Quale consiglio darebbe ai giovani musicisti che vogliono entrare nel meraviglioso mondo della musica antica e vorrebbero fare un percorso simile al suo?

Quello che voglio trasmettere sono due cose unite, la prima è entrare in contatto con la complessità delle espressioni artistiche di ogni epoca, l’altra direi, è più essenziale se non di più, ed è quella di suonare col cuore, cioè di scavare dentro se stessi, e cercare di conoscere le proprie sensazioni e far sì che questa sensibilità interiore sia il vero veicolo dell’interpretazione.

Questa è una cosa su cui io batto tantissimo, fare in modo che l’allievo si metta in contatto con la propria interiorità e sensibilità e senta la necessità di esprimerla attraverso la pagina che sta interpretando.

Credo che senza quest’apporto interiore non valga veramente la pena di suonare, di fare musica. Non è facile, non sempre si riesce a guardare dentro se stessi. Certamente bisogna aiutare gli allievi a fare questo percorso e a renderlo possibile, soprattutto a livello umano cercando di scuoterli, facendo in modo che loro sentano questa necessità. L’insegnante ha un ruolo fondamentale, nella cura della relazione, con lo sguardo rivolto verso la sfera umana.

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