Bianca e Fernando: dal dramma di Carlo Roti all’opera di Vincenzo Bellini.

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di Smeralda Nunnari

«Questa sera va in scena al San Carlo l’opera Bianca e Gernando (Fernando no perché è peccato) del nostro Bellini: prima sua produzione bella, bella, bella e specialmente per la prima volta che scrive.» (Gaetano Donizetti, lettera al maestro Giovanni Simone Mayr, 30 maggio 1926)

 

Vincenzo Bellini (Catania, 3 novembre 1801 – Puteaux, 23 settembre 1835), primogenito tra i sette figli di Rosario e Agata, viene avviato alla musica attraverso lo studio della teoria musicale e del cembalo, a cinque anni, a sette inizia a scrivere le sue prime composizioni sacre e profane. Successivamente, al giovane diciottenne viene concesso un sussidio, su volere della nobiltà catanese, per poter continuare i suoi studi al conservatorio San Sebastiano di Napoli.

Il 30 maggio 1826, la Napoli borbonica assiste al suo debutto al teatro San Carlo, con il melodramma serio Bianca e Gernando. Poiché, qui, per evitare riferimenti al duca di Calabria e futuro re di Napoli, Ferdinando, il nome Gernando sostituisce quello di Fernando nel titolo originario dell’opera. Il soggetto dell’opera viene tratto da un romanzo dello scrittore e attore teatrale veneziano, Carlo Roti: Bianca e Fernando alla tomba di Carlo IV, duca d’Agrigento, grazie al poeta Domenico Gilardoni che, per la prima volta, su incarico di Bellini si appresta come librettista nel genere operistico. E, nonostante l’impianto più letterario che teatrale, l’opera ottiene l’apprezzamento totale di pubblico e critica, con tre leggendari interpreti: Henriette Méric-Lalande (Bianca), Giovanni Battista Rubini (Gernando) e Luigi Lablache (Filippo).

Due anni dopo, per l’apertura del nuovo teatro di Genova, viene selezionato il giovane Bellini, che nel frattempo aveva conquistato la Scala di Milano con Il pirata. Il compositore, per la committenza ligure, sceglie di revisionare il Bianca e Gernando restituendo all’opera il suo titolo originario di Bianca e Fernando. Affida la modifica del libretto al drammaturgo genovese Felice Romani, tale collaborazione proseguirà nelle successive opere belliniane.

L’opera in due atti è ambientata in Sicilia tra il XIV e il XVI secolo. La sua trama, priva dei soliti intrecci amorosi infelici o impossibili, ruota attorno all’amore filiale incondizionato che trionfa sui malvagi intrighi e sulla tirannia. Bianca e Fernando sono fratelli e non amanti, figli di Carlo, duca di Agrigento. L’usurpatore Filippo rinchiude Carlo in segrete prigioni facendolo credere morto e allontana dalla corte Fernando, ancora, fanciullo. Bianca, ignara di tutto, rimasta vedova del duca di Messina, dal quale ha avuto un figlio, accetta di sposare Filippo, per dare un difensore ad Agrigento. Fernando, diventato adulto, sotto il falso nome di Adolfo, soldato di ventura, ritorna in patria, con il proposito di vendicare il padre che crede morto. Si presenta alla reggia di Agrigento e offre i suoi servigi al nuovo duca. Adolfo fa sapere a Viscardo, seguace di Filippo, di aver visto morire Fernando. Filippo, apprende tale notizia con gioia. Ottenuta la fiducia di Filippo, Adolfo riceve l’incarico di uccidere il vecchio duca nelle prigioni.  All’interno della reggia viene presentato a Bianca che non lo riconosce. Fernando teme che la sorella sia complice del tiranno. Ma un loro incontro chiarifica tutto: il giovane rivela a Bianca la sua identità e le losche trame di Filippo. Entrambi si recano dal padre imprigionato, ma vengono sorpresi da Filippo, che tiene in ostaggio il piccolo Enrico, figlio di Bianca. Sarà Clemente, anziano e fedele servitore dell’antico signore, con il suo intervento, a permettere l’epilogo a lieto fine.

La ripresa dell’opera offre gli stimoli per riproporre, sotto una nuova luce, l’appassionante vicenda che, già, a Napoli aveva riscosso ampi consensi, attraverso miglioramenti sia del testo che della musica. Due giorni prima del debutto, il compositore scrive all’amico e compagno di studi della città partenopea Francesco Florimo: «Iersera fu l’ultima prova piena e questa sera sarà la generale. I pezzi, su cui spero, sono le tre cavatine e il finale del primo atto e il duetto e le due scene del secondo; e specialmente la scena della Tosi è d’un effetto indicibile; il primo tempo formato da un largo, il secondo dall’agitato che sai e il terzo da una cabaletta che è d’un brillante declamato che trasporta: in una parola non faremo fiasco certo […]. Iersera il duetto ha fatto piangere quante persone v’erano».

Così, il 7 aprile 1828, alla presenza delle autorità cittadine e dei sovrani del Regno di Sardegna, il Teatro Carlo Felice viene inaugurato da “Bianca e Fernando”, con un prestigioso cast: Adelaide Tosi (Bianca), Giovanni David (Fernando) e Antonio Tamburini (Filippo). Da una cronaca del tempo viene precisato «tra il giubilo e l’ammirazione de’ cittadini e de’ molti forestieri tratti a Genova da così splendida festa». Gli annali registrano ventuno recite dell’opera «con favore crescente».

Bianca e Fernando anticipa significativi elementi melodici e drammatici che, sviluppati, daranno vita alle opere successive. Alcune arie rimaneggiate trovano inserimento nella Norma e I puritani. Il capoluogo ligure, nel 1978, accoglie l’opera al politeama Margherita, con Cristina Deutekom e Werner Hollweg come protagonisti. Nel 1991, Bianca e Fernando viene ripresa a Catania per il Festival belliniano, con il tenore americano Gregory Kunde nella parte di Fernando.

Nel 2021, sotto la direzione del maestro Donato Renzetti e la regia di Hugo De Ana, la rappresentazione di Bianca e Fernando ritorna al teatro Carlo Felice, in prima esecuzione moderna, con un cast eccellente: Nicola Ulivieri (Filippo), Giorgio Misseri (Fernando) e Salome Jicia (Bianca), la cui intensità vocale emerge pienamente nell’aria del secondo atto Sorgi, o padre, una delle migliori pagine che sublimano l’opera.

 

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