Compositore, violoncellista e liutaio. Artefice della propria musica e del suo strumento musicale. Intervista a Nicola Segatta.

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di Smeralda Nunnari

Genialità, profonda conoscenza dell’Antico e del Nuovo Testamento, attrazione storica, amore per la poesia e la pittura si fondono e fondano armoniosamente le sue composizioni.

Nicola Segatta, eclettico artista trentino si diploma in violoncello con Lorenzo Corbolini e Marco Perini, frequenta la classe di musica da camera di František Pospišil al conservatorio di Praga, perfezionandosi con Enrico Bronzi a Portogruaro, con Rocco Filippini all’Accademia Stauffer di Cremona, con Marco Decimo in musica da camera, presso il Conservatorio di Piacenza e con Giovanni Sollima all’Accademia Romanini di Brescia. Compositore autodidatta, esegue la propria musica con La Piccola Orchestra Lumière, ensemble caleidoscopico. Oltre alla musica pura, ha scritto colonne sonore per cinema, cinema muto, radiodrammi, musica per circo, teatro e danza. È stato assistente dell’artista statunitense Tim Linhart nella costruzione di strumenti di ghiaccio. Si diploma liutaio a Cremona. Giovanni Sollima non esita a definirlo un «genio» e Valentina Lo Surdo ne esalta le sue qualità leonardesche.

 

Maestro, com’è nata la sua passione per la musica? Liberamente o qualcuno l’ha guidato a forza o amorevolmente?

Avevo un nonno chirurgo e violinista, Dario Segatta, che mi suonava Paganini, Sarasate, Bach, i Quartetti di Beethoven, mentre saltavo sul letto da poppante. Fino a undici anni però, per me, la musica è rimasta una cosa astratta, come l’astrofisica, esclusa una cotta per il Rock & Roll degli anni ’50, in quinta elementare. Alle medie ho appreso i nomi delle note e, flauto dolce alla mano, ho imparato, una in fila all’altra, tutte le melodie del libro di scuola e mi sono messo, subito, a inventare melodie, suonando qualsiasi strumento mi capitasse tra le mani. La musica era diventata d’un tratto concreta, una pulsione viscerale e necessaria come l’aria: un nuovo senso da soddisfare. Improvvisavo sempre, non studiavo mai e mio nonno gridava: «Smettila di fare confusione, studia il solfeggio!». Appena lui usciva di casa, prendevo di nascosto i suoi spartiti e li copiavo, il suo violino e lo suonavo, prima che rientrasse, altrimenti si arrabbiava. Io avrei voluto suonare chitarra e violino, lui mi convinse a studiare pianoforte e violoncello, perché avevo, già, dodici anni e a lui sembrava un’età troppo avanzata per iniziare il violino, mentre riteneva che la chitarra fosse meno versatile del piano. Devo tutto a lui, amico di Borciani e della Pegreffi, presidente della Filarmonica di Trento e socio fondatore dell’Orchestra Haydn, otorinolaringoiatra umanista ed eclettico. Mi pagava lezioni private, e mi portava a concerto due volte in settimana.

Per rispondere alla domanda, la mia passione per la musica è nata libera, fomentata e clandestina, con quel pizzico di contrasto che è un ingrediente imprescindibile nella trama dei grandi amori.

 

Lei è violoncellista, compositore, liutaio e insegnante. Come riesce a conciliare tra loro professioni così tanto impegnative?

Più che insegnante mi definirei un divulgatore: da una dozzina d’anni tengo delle lezioni di introduzione alla liuteria, per il Parco di Paneveggio, dove crescono i famosi abeti di risonanza, ricercati per le tavole armoniche di tutto il mondo. Non ho impegni fissi di insegnamento, solo qualche lezione di violoncello a pochi amici, per non precludermi la possibilità di viaggiare, ad esempio… con il circo!

Per me il mio lavoro è uno: faccio la musica dal legno al pentagramma. La mia è un’esigenza di esprimermi, che ha tutta una ritualità artigianale, ciclica che parte dalla natura, come fonte d’ispirazione e di materiale (il legno), passa per la costruzione di uno strumento, dall’arte e dalla disciplina necessarie per suonarlo, magari per l’organizzazione di un’orchestra, di un vinile, di un video e ritorna nella natura in una forma musicale, di suono, che imita la bellezza o lo struggimento, il cosmo e il caos della natura, di cui, per me, l’umanità fa spinozianamente parte integrante.

Certo, l’impegno sarebbe infinito se non fossi selettivo in questa ecletticità: come liutaio costruisco solo violoncelli; come violoncellista suono solo le mie composizioni, musiche popolari o di amici compositori che le ispirano; come compositore scrivo le melodie che mi ossessionano per lungo tempo, quasi per liberarle dalla gabbia della testa.

Talvolta scrivo i testi che metto in musica. Il mio è dunque un lavoro antico, anche i trobadours provenzali, i Minnesänger, i suonatori di oud del Medio Oriente, gli aedi greci, gli sciamani seguivano tutta la filiera come me, fabbricando strumenti con cui accompagnare melodie e parole che avevano immaginato per fare un unico mestiere: incantare con la musica, che considero una forma reale di magia.

 

Quale di queste attività la realizza pienamente?

Il momento di epifania in cui scopro, direi accolgo o ricevo una nuova idea è l’istante più indimenticabile. È come se, scassinando la tastiera di un pianoforte, scoprissi una combinazione con cui aprire, per un’istante, una cassaforte nel cielo, che contiene una qualche verità invisibile. Quando quell’idea mi ritorna eseguita dai musicisti, da un palcoscenico, da uno schermo televisivo o di cinema, da una radio, o riflessa nell’emozione di chi l’ascolta, ho realizzato pienamente il processo partito da un pezzo di legno, per dare voce a quell’ispirazione.

 

La musica è l’unica sua passione o è attratto anche da altri interessi?

Da piccolo ero uno sfegatato della pittura. Ora dipingo un quadro a olio una volta ogni due anni, quando trovo qualcosa che sento di dover assolutamente dipingere. Amo moltissimo le lingue, al momento ne parlo più o meno sei e ne conosco qualcun’altra. Adesso, sto studiando l’ebraico. Trovo che la nostra anima sia priva di nazionalità, e ogni lingua le permetta di esprimere sfumature differenti, liberando flussi e spalancando orizzonti. Cambiare lingua è come cambiare strumento musicale ogni volta. Poi, mi piace cucinare i miei piatti preferiti, scoperti nel corso degli anni, per lunghe tavolate improvvisate con poco anticipo.

 

Le sue stupende composizioni racchiudono, già, nel titolo, come un prezioso scrigno, profonde sensazioni sinestetiche, avvolgenti e coinvolgenti. Può raccontarci la genesi di Ikone e del Concerto Bizantino?

Ikone è nata come commissione del Festival di Musica Sacra di Trento e Bolzano. Mi hanno dato carta bianca, al punto di dirmi ironicamente: «Puoi anche inventare una nuova religione, se vuoi!». Non mi sono spinto così in là, però, non volendo musicare un testo liturgico latino classico, ho messo in piedi quest’opera alla ricerca del sacro per coro, orchestra, attori e solisti, che imita i colori delle icone bizantine con i timbri strumentali e canta i passaggi più celebri del Nuovo testamento in greco antico, la lingua in cui furono scritti. Ikone benedice gli atei, mette in scena l’inferno della Cappella degli Scrovegni di Giotto, racconta la persecuzione degli ebrei a Trento, città del Concilio, fa cantare un ex muezzin in ebraico in una chiesa cattolica. L’opera nasce da una citazione di José Saramago: «Gli uomini sono angeli nati senz’ali», e il bello della vita è questo: nascere senz’ali e farsele crescere.

Concerto Bizantino è nato da un’idea del mio adorato amico e maestro Giovanni Sollima. Aveva letto a lezione un mio tema per violoncello e, al bar Magenta, sotto al Conservatorio di Brescia, davanti a un caffè, mi ha detto: «Con questo tema devi assolutamente farci un concerto per violoncello». Ho impiegato qualche anno a trovare il coraggio, poi è nato questo lavoro ispirato a due tradizioni musicali che amo: la musica armena e quella ebraica.

Ikone e Concerto Bizantino sono due lavori ispirati dal film Sayat Nova del regista armeno Sergey Paradjanov, a cui è dedicato il primo movimento del concerto.

 

E l’input di Shakespeare for dreamers?

Lavoro dal 2010 come improvvisatore di musiche di scena, per i laboratori teatrali del regista torinese Marco Alotto, che per me sono delle miniere d’oro. Ogni volta, passo una settimana a improvvisare otto ore al giorno, inventando nuove melodie per accompagnare gli attori. Tanti anni fa, Marco mi aveva chiesto di mettere in musica due canti di Sogno di una notte di mezza estate. Ho scoperto, allora, la modernità dei testi delle canzone delle opere teatrali di Shakespeare: hanno una sintassi che definirei pop, fatta di sintesi, parole brevi e ritmiche, con un peso specifico di contenuto altissimo. Da allora, per un po’ di tempo, ho tenuto da parte le melodie più “memorabili”, cioè quelle che gli attori fischiettavano dopo le prove, sposandole con le parole di W.S.

 

Qual è la forma geometrica ed il colore di questa musica, tutta “segattiana”?

Shakespeare for Dreamers è ispirato timbricamente ai colori dei quadri di Ashot Yan, un pittore armeno, nato nel 1983, che utilizzava all’epoca una tavolozza satura, turchese, bordeaux, oro bruniti dalla patina del tempo, con uno stile a metà tra rinascimento e surrealismo. Un esempio pratico di orchestrazione che, per me, corrisponde a questi colori: violoncello, clarinetto, flicorno e contralto. Le modulazioni armoniche di questo disco, all’apparenza orecchiabile e pop, seguivano la sintassi dei sogni, dove ogni cosa quotidiana subisce metamorfosi repentine in qualcosa di ignoto e arcano.

 

Lei ha rivolto la sua attenzione, anche, verso i bambini, donando loro opere come: La luna del lupo, Le Favole al Rovescio, ecc… quale di queste suo figlio predilige ascoltare?

Mio figlio Martino, che ha due anni e mezzo, è innamorato del Flauto Magico di Mozart!

 

Anche l’iniziativa “Musica da urlo” diventa un dono elargito, essenzialmente, al mondo dell’infanzia. Può dirci qualcosa a proposito?

Due anni fa, molti musicisti e organizzatori del nostro ensemble sono diventati genitori. Il video promozionale di Musica da urlo è tutto fatto in famiglia. Forse anche per fare un dono a noi stessi, per il desiderio di ritrovarci su un palco e stare finalmente tra amici, tra un pannolino e l’altro, ispirati da un’iniziativa della Wigmore Hall di Londra, abbiamo creato con la Società Filarmonica di Trento questo format, in cui i neogenitori possono uscire di casa con i loro bambini da zero a quattro anni ad ascoltare un concerto musica da camera, con possibilità di pianto libero, fasciatoi e parcheggio passeggini. Non avevo mai visto tanta gente a un concerto e dei bambini così silenziosi.

 

Suonare uno strumento che si è costruito personalmente, con le sue mani, deve suscitare, indubbiamente, sensazioni particolari. Come la fa sentire esserne il suo creatore?

Sono sedici anni che suono su un mio violoncello. Non mi ricordo quasi com’è non farlo! La ricerca del suono ha una dinamica molto circolare: a volte non so se studio per suonare meglio o per far suonare meglio i miei strumenti. Sono arciconvinto che la responsabilità del musicista nel forgiare la voce del proprio strumento sia sottovalutata.

 

So che ha costruito undici violoncelli e uno, addirittura, di ghiaccio. È stato più facile costruire quelli in legno o il secondo?

Sono appena giunto a tredici! Costruire un violoncello di legno è un lavoro molto più laborioso, rispetto alla costruzione di un violoncello di ghiaccio, ma le condizioni di lavoro sono molto più rilassate e confortevoli. Il violoncello di ghiaccio l’ho costruito sotto la guida di Tim Linhart, inventore della ice-music e in compagnia dell’amico liutaio Gianmaria Stelzer, in una tenda su un ghiacciaio a 2700 m s.l.m., a una temperatura di -10°, sotto un cielo stellato, mettendo le mani nude in un secchio di neve. Il ghiaccio si taglia più facilmente del legno, ma può frantumarsi in ogni istante.

 

C’è un argomento che le sta particolarmente a cuore, di cui vorrebbe parlarne, magari un suo progetto futuro?

Farò una panoramica del prossimo anno. Ho in vista la registrazione di un paio di lavori scritti in passato, che mi sono rimasti nel cuore e che voglio rivedere, in vista di una pubblicazione, una tournée con il circo, musica da film per un grande scalatore, che mi appenderà a suonare nel vuoto dal ciglio di una montagna e un album di libera improvvisazione con dei musicisti incredibili. Ma, per dirla un po’ alla Nazim Hikmet: la cosa più bella in arrivo non l’ho ancora detta: ha un minuscolo cuore che batte un Prestissimo a 163 b.p.m.

 

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