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Fra le radici e le ali. Intervista a Marianna Pizzolato

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di Salvatore Sclafani

Marianna Pizzolato, mezzosoprano di respiro internazionale, vanta una carriera artistica di grande prestigio. Riferimento nell’interpretazione del repertorio rossiniano, versata in quello barocco, settecentesco e belcantistico, si è esibita in teatri e festival fra i più prestigiosi al mondo, come il Metropolitan Opera House di New York, il Teatro alla Scala, la Philarmonie Berlin, il Théâtre des Champs-Élysées di Parigi e il Rossini Opera Festival. Ha collaborato con direttori d’orchestra della statura di Riccardo Muti, Sir Antonio Pappano e Lorin Maazel e inciso per EMI Classics, Virgin Classics, Sony Classical e Naxos.

Siciliana e residente a Corleone (Palermo), Marianna Pizzolato rappresenta un esempio di come sia possibile restare legati alle proprie radici, nonostante le scelte professionali impongano spesso di allontanarsi dalla propria terra in cerca di fortuna. Soprattutto nel Meridione d’Italia.

In questa conversazione con TGmusic.it, Marianna si sofferma sui risvolti personali e più intimi della propria carriera di interprete: oltre al suo legame con la Sicilia, il rapporto quotidiano con lo strumento-voce, l’importanza della didattica e della trasmissione, il sessismo e la discriminazione nel mondo della lirica. Ma soprattutto, la cultura dell’adozione.

 

Le tue esperienze artistiche sono di grande spessore. Come sei riuscita a coniugarle con la tua vita familiare?

 Fino all’arrivo delle mie figlie nel 2019, la mia vita quotidiana era la musica. La professione di cantante è spesso intermittente ma ci impone di studiare costantemente, anche durante le pause. Quando si intraprende una carriera importante, occorre mantenere un grande livello. Ho avuto molto presto la possibilità di partecipare a produzioni prestigiose, ma è difficile conservare tale standard: l’impegno emotivo e il coinvolgimento psicologico devono essere totali. Mio marito mi ha assecondato e aiutato in tutta la mia carriera. Le mie scelte nella coppia erano spesso quelle preponderanti, anche se ho sempre avuto un grande supporto da parte sua.

Dal momento in cui sono diventata mamma con l’adozione di due bambine, la mia vita si divide fra canto e famiglia: la musica è ulteriormente condivisa. Quelle che sembravano essere le esigenze fondamentali di questa professione, come l’ossessione dello strumento-voce, il timore di fare il minimo sforzo, del più lieve mal di testa o del minimo mal di gola, sono ora vissute molto diversamente. Vorrei lanciare un messaggio ai giovani: è giusto preoccuparsi del nostro strumento, curarlo, curare la tecnica e fare in modo che diventi la nostra occupazione quotidiana; ma dobbiamo anche evitare di prenderci troppo sul serio e mettere un po’ di follia e anarchia nelle nostre carriere. Il lavoro è importante, ma non bisogna trascurare la sfera intima e personale della vita. In più, la musica è spesso matrigna: così come ti dà molto, può anche togliertelo da un momento all’altro. Bisogna quindi essere reattivi e pronti al cambiamento.

Ultimamente è subentrato lo stop imposto dalla pandemia, che nessuno di noi poteva prevedere. La mia attività ha subito un rallentamento importante, nonostante nella seconda metà del 2020 sia riuscita a riprenderla seppur parzialmente, come al Rossini Opera Festival. Diverse produzioni internazionali che mi vedevano coinvolta sono state cancellate. E allenare la voce semplicemente per tenerla in forma è frustrante; almeno, posso dedicare più energie all’insegnamento, che mi fa sentire viva.

 

Che importanza dai alla didattica nella tua carriera?

 Pensavo di non essere tagliata per l’insegnamento, ma sono stata sorpresa positivamente: forse perché era un aspetto che dovevo ancora approfondire nella mia carriera di musicista. Sono molto sensibile alla trasmissione, all’idea di restituire attraverso l’insegnamento ciò che ho ricevuto.

Anche se non credo nel destino, penso esista una volontà superiore che orienti e guidi le nostre azioni: per la mia famiglia sarebbe stato molto difficile sostenere economicamente i miei studi; tuttavia, ho potuto formarmi per tanti anni e ad altissimi livelli senza allontanarmi dal mio paese di origine, Chiusa Sclafani (Palermo). E con una grande insegnante: Claudia Carbi. È scomparsa due anni fa, adesso avrebbe cento anni. Mi ha insegnato una tecnica solida, “all’antica”. Originaria di Mantova, si trasferì in Sicilia dopo il suo matrimonio. In seguito al suo arrivo nell’isola, eccezion fatta per alcuni ruoli al Teatro Massimo, la sua carriera subì un’interruzione. Così, decise di dedicarsi all’insegnamento. Accettava pochi allievi e sono stata fra i fortunati: veniva d’estate a Chiusa Sclafani e non ho mai dovuto pagare per studiare con lei. Claudia aveva riconosciuto in me un talento da coltivare e non sarei niente oggi se non avessi avuto questa grande possibilità.

Ecco perché vorrei restituire quanto avuto: trovo sia una cosa bella, ma soprattutto giusta. Mi piace insegnare e aiutare i giovani a costruire delle “giuste” carriere. Per questo dico spesso ai miei allievi di cantare “bene”: ritengo che il cantante debba emettere anzitutto dei suoni “buoni”, con la tecnica appropriata, affinché siano poi percepiti come “belli”.

 

Qual è il tuo rapporto con la Sicilia? Sei un’artista riconosciuta internazionalmente, ma hai deciso di far coincidere la tua residenza attuale con le tue radici. In che modo vivi nel quotidiano questa doppia dimensione dello spazio?

Dopo aver lasciato Roma nel 2009 in seguito a un periodo difficile, ho sentito il bisogno di fare analisi. Mi ricordo in particolare l’ultima seduta con la mia psicoterapeuta. Mi disse: “Marianna, ricordati che per volare in alto hai bisogno di essere ben radicata. Aggrappati alle tue radici e non permettere a nessuno di invadere il centro di te stessa. Crea uno spazio attorno a te e rendilo accessibile soltanto a poche persone.”

Ironia della sorte, mi sono ritrovata a vivere fra le persone più invadenti al mondo: i siciliani (ride). Ma per me è una sfida enorme, estremamente motivante, rimanere nella regione in cui sono nata, risiedere a Corleone e condurre allo stesso tempo una carriera internazionale per poi puntualmente ritornare in Sicilia da persona rinnovata, rigenerata dalle mie esperienze.

Aveva ragione la psicoterapeuta: effettivamente, questo legame forte con le mie radici rappresenta una vera e propria spinta per volare in alto. In una mia precedente intervista con Valentina Lo Surdo per il suo Tè delle Cinque, dicevo di credere fermamente che la realtà siciliana abbia un sentito bisogno della presenza di professionisti dell’arte attivi in Italia e all’estero: bisogna esserci per la Sicilia.

Vivere a Corleone è un’esperienza complessa: è una realtà difficile, provinciale, che offre poche prospettive. Ma proprio per questo, anche i piccoli gesti possono essere significativi, importanti e visibili. Quando mi si chiede per esempio cosa faccia per l’anti-mafia, le persone restano stupite quando rispondo “niente di speciale”: vivo onestamente, insegnando a me stessa e alle mie figlie i valori della lealtà. Per me, la lotta alla mafia inizia da qui: dal fair-play, dall’integrità morale.

 

L’adozione occupa una sfera fondamentale della tua vita. Potresti raccontarci la tua esperienza?

Da madre, ho imparato che se si vuole un figlio è anzitutto per dargli la vita: i genitori ne sono arricchiti come conseguenza naturale, ma non è la ragione principale per desiderarlo.

Vengo da una famiglia modesta, che mi ha sempre spinto ad agire secondo una libertà interiore e di pensiero, ad accogliere senza giudicare. Per questo l’esperienza dell’adozione, intesa come accoglienza, costituisce per me quasi una predisposizione naturale. Non ho mai colto la differenza tra un figlio biologico e un figlio non biologico: per me un figlio resta un figlio, concepito nella mente e nato dal cuore. E per me è fondamentale sensibilizzare sull’argomento: per questo mi piace lanciare periodicamente degli hashtag sui social, come #parlaredellagiustaculturadell’adozione, #parlarediadozioneaiutaladozione o #chièunfiglioadottivo?unfiglio!

Io e mio marito ci siamo conosciuti relativamente tardi e a volte può essere difficile avere un figlio naturalmente. Quando però c’è stata l’occasione di adottare un bambino, dopo aver ottenuto l’idoneità, non abbiamo avuto alcuna esitazione. Per noi, l’adozione è stato un processo piuttosto graduale, relativamente fluido e sereno, nonostante mi renda conto che per molte coppie possa risultare complicato.

La fase più delicata coincide con l’adattamento dei bambini: l’adozione cambia la mente e il modo di pensare e a mio avviso rende i genitori molto più vulnerabili rispetto all’arrivo di un figlio “naturale”. Si tratta di un’esperienza forte, che mette in luce diverse sfaccettature recondite della propria psiche. Perché l’adozione vada a buon fine, per accogliere, è fondamentale fare spazio in sé attraverso un profondo percorso di introspezione. Quando mia figlia mi chiede perché non è nata dalla mia pancia, le rispondo che è nata dal mio cuore; non potrei mai rassicurarla se non fossi profondamente e intimamente convinta del mio messaggio.

Mi sento di consigliare l’adozione a tutte le persone di cuore. Non dico questo perché adottare un bambino rappresenti un gesto di pietà o generosità, ma perché significa dare la vita, la possibilità di vivere una vita. Non si adotta per noi, ma per il nostro bambino.

 

Come hai potuto conciliare la fase iniziale dell’adozione con la tua carriera?

 L’esperienza dell’adozione ha sicuramente avuto un forte impatto sulla mia carriera: l’adattamento delle mie figlie mi ha imposto di fermarmi per un anno. Nell’adozione, la gestazione avviene… dopo!

Durante l’adattamento, rinunciare a un anno di lavoro mi ha penalizzata. Spesso, il mondo musicale non mostra empatia alcuna verso le questioni legate alla sfera personale, che esulano dal mero spazio professionale. Un teatro è pronto a scartarti se sei costretta a rifiutare una produzione solo perché diventi mamma. L’ambiente della lirica impone di frequente ai suoi attori un vero e proprio culto della carriera, a detrimento di altri aspetti fondamentali dell’esistenza.

 

Alcuni mesi fa, in un’intervista per La Stampa, hai dichiarato che nel mondo della lirica alle donne non si perdona nulla: quanto il sessismo e la discriminazione sono ancora presenti in questo settore della cultura?

Se il sessismo continua a danneggiare noi donne, categoria verso la quale l’accanimento è sicuramente maggiore, anche gli uomini possono essere vittime di discriminazioni. Ciò dipende spesso dall’eccessiva autonomia di cui dispongono i registi, che tendono a evitare ciò che non è “normale”, o quantomeno non corrispondente a certi “canoni” di bellezza. Alcuni teatri impongono addirittura un limite di taglia per poter essere contrattati: una cosa che trovo aberrante, il talento non può certamente dipendere dal tuo aspetto. Ho vissuto personalmente queste esperienze: a causa del mio fisico mi è stata fatta molta ostruzione e mi sono vista privare di diverse possibilità lavorative.

 Se fossi una manager, mi piacerebbe che i miei artisti si sentissero liberi di agire da persone “normali”, senza essere oppressi da una dedizione totale al lavoro, pericolosa per la salute fisica e spirituale. Occorre davvero riportare la professione artistica a un livello più umano. Siamo ancora legati a stereotipi deleteri e a pericolose visioni di carriera. Conosco colleghi, miei coetanei, che hanno ormai smesso di cantare: sono depressi, stritolati dai propri agenti e dai teatri. Dopo aver lavorato a ritmi altissimi per un breve lasso di tempo, sono stati messi da parte e dimenticati dalle stesse persone che li avevano precedentemente ingaggiati. Vorrei che nel nostro mondo ci fosse spazio per esercitare una libera scelta, realmente appagante, senza dover essere costretti ad accumulare esperienze artistiche motivate dal timore di perdere il treno della carriera.

 

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