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Il compositore nato due volte. A colloquio con Richard Danielpour

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di Stefano Teani

Richard Danielpour, compositore fra i più ricercati e dotati della propria generazione, già allievo di Bernstein e recentemente vincitore di un Grammy Award. Con 145 numeri d’opera, di cui 3 opere liriche e 17 concerti solistici, la sua musica ha attratto artisti quali Yo-Yo Ma, Jessye Norman, Thomas Hampson, Gary Graffman, Anthony McGill, il quartetto d’archi Guarneri and Emerson, componendo per New York City Ballet, Pacific Northwest Ballet e Nashville Ballet, e istituzioni come la New York Philharmonic, Philadelphia Orchestra, Maryinsky and Vienna Chamber Orchestras, Orchestre National de France, Chamber Music Society of Lincoln Center, Santa Fe Chamber Music Festival e molte altre.

Il New York Daily News ha scritto di lui “Richard Danielpour is an outstanding composer for any time” (Richard Danielpour è un compositore eccezionale per ogni tempo), mentre The Washington Post “There can be no denying Danielpour’s gift” (Non ci sono dubbi sul dono di Danielpour). Vincitore di due premi dalla American Academy and Institute of Arts & Letters, un Guggenheim Award, il Bearns Prize dalla Columbia University, due Rockefeller Foundation Fellowships e il Berlin Prize dalla American Academy di Berlino, Danielpour è uno dei compositori che vanta più registrazioni al mondo; la maggior parte per le etichette Naxos of America e Sony Classical. È membro del Curtis Institute of Music dove insegna dal 1997.

 

Recentemente, all’interno della manifestazione Cremona Musica, sono stati eseguiti da Stefano Greco, in prima europea, alcuni dei suoi Etudes for piano. Vuole raccontarci qualcosa in proposito?

Questi studi risalgono a quasi 10 anni fa, per l’esattezza al 2012. Fanno parte di un grande corpus di brani pianistici contenente 12 preludi, 11 bagatelle, 5 concerti e recentemente un grande pezzo chiamato An American Mosaic, composto per la pianista Simone Dinnerstein. Posso dire che il pianoforte è uno strumento a cui ho sempre fatto ritorno. È interessante perché sono conosciuto soprattutto per la mia musica orchestrale, per le opere e gli oratori, tanto che chi lavora in questi ambiti pensa che abbia scritto solo quel tipo di musica. D’altra parte, le persone legate al mondo pianistico pensano che abbia composto solo brani pianistici! A me piace passare dall’uno all’altro, penso che in questo modo si possa condividere di più, aprire se stessi a più sfumature possibili del mondo musicale. L’unica cosa che non ho fatto è comporre una colonna sonora, ed è stato intenzionale, perché quando si scrive per il cinema non si fa la musica che si vuole ma quella che viene richiesta. Se un regista mi dicesse «Voglio la tua musica» accetterei immediatamente, ma non è così che funziona il mondo cinematografico. Devo dire che sono molto felice di scrivere per il teatro, in tutte le sue forme. Mi ritengo un uomo di teatro che talvolta riesce a scrivere bene anche per pianoforte; sento però che la mia anima e la mia vocazione è davvero per l’opera, la musica vocale e l’orchestra.

Lei ora sta lavorando alla sua terza opera, che debutterà a Los Angeles.

Esattamente, debutterà nel 2024 a Los Angeles, dove ho cominciato a comporla. Ho poi completato la prima scena in Francia e la seconda di nuovo a Los Angeles, mentre la terza è stata concepita interamente a Roma. Sinceramente spero di tornare anche l’anno prossimo e terminare la stesura proprio in Italia.

 

Ha già altre tappe previste dopo la prima negli Stati Uniti?

Dopo la prima andrà a Spoleto, nel mese di settembre sarà a Milano e a dicembre a Philadelphia. Anche uno dei più importanti festival operistici italiani si è interessato a questo lavoro, purtroppo però al momento non posso dire altro. Magari ne riparleremo più avanti…

 

Con molto piacere. Tra l’altro, metà delle tappe che mi ha indicato sono in Italia, qual è il suo rapporto con questo Paese? A sentirla parlare si intuisce un legame piuttosto forte.

Assolutamente sì e ti racconto molto volentieri il perché. Quando avevo 26 anni arrivai a Roma con un premio della American Academy. Dopo 48 ore mi ritrovai in ospedale con un’appendicite severa, quasi degenerata in peritonite. Sono stato ricoverato per due settimane: quei dottori mi hanno salvato la vita. Quando sono uscito ho avuto la sensazione che fosse una seconda nascita. Tutto mi appariva diverso, sentivo di aver scampato la morte e una seconda, preziosa possibilità, mi era stata concessa. Tutto ciò che ho composto prima di quel momento non era affatto interessante, mentre ogni composizione a partire da quel giorno ha avuto un sapore diverso. Ovviamente io non sto dicendo che consiglio questo tipo di esperienza, però ha sicuramente cambiato la mia vita e l’Italia è diventata – da allora – parte di me. Nel 1989 sono tornato a Roma con Bernstein, che avrebbe eseguito brani miei e di altri colleghi, poi di nuovo nel ’92, ’94, ’96, ’98, ’99, nei primi anni del duemila. Nel periodo in cui ho vissuto in Germania ho sempre cercato di scappare da Berlino per andare a Firenze dove ho degli amici. Insomma, non ho mai lasciato passare più di un paio di anni senza tornare; facendo un conto a occhio e croce direi che ho fatto almeno 26 viaggi in Italia.

 

Oltre ai viaggi ha coltivato anche molte amicizie.

Ho sempre avuto amici italiani ma è solo negli ultimi due anni che ho conosciuto davvero tante persone – in particolare musicisti – speciali. Lo stesso Stefano Greco, che oggi esegue la mia musica in maniera magistrale, mi è stato presentato in quel periodo da un caro amico che abita in Toscana. Con Stefano ho capito nell’istante stesso in cui ci siamo incontrati che

saremmo stati amici per la vita; ciò che non sapevo è che oggi sarebbe stato un interprete impareggiabile dei miei brani pianistici. Oltre a lui ho conosciuto molti altri artisti che hanno reso il mio soggiorno qui ancora più magico, uno su tutti Roberto Prosseda. Poi ho ricevuto commissioni stimolanti, per esempio dall’Orchestra della Toscana per per l’anno dantesco mi ha commissionato Voci dal Purgatorio. Di questo sono particolarmente fiero perché mi è stato riferito che, dai tempi della fondazione da parte di Berio, l’ORT non aveva mai commissionato dei brani a un compositore americano. Come dico spesso, dopo tanti anni passati ad amare questo Paese, oggi ho la sensazione che l’Italia cominci a ricambiare.

 

La sua opera Margaret Garner ha dimostrato una forte sensibilità e attenzione al problema razziale negli Stati Uniti e nel mondo, anticipando i movimenti attuali come il Black lives matters. Come vive la relazione con i problemi sociali e la musica? Pensa che la musica possa avere una funzione sociale e magari sanare ferite antiche?

Quella della razza, per gli Stati Uniti, è probabilmente la ferita ad oggi più aperta di tutte. Io non sono un politico né una persona politicizzata, esiste però un momento in cui una questione politica oltrepassa una linea e diventa un problema umano, e quando questo accade è lì che mi troverete. In questo assomiglio molto al mio maestro, Leonard Bernstein, che era esattamente così: non molto interessato alle questioni politiche, ma nel preciso momento in cui il confine fra questioni politiche e umane venisse oltrepassato allora non avrebbe esitato a scendere in campo. Per me vale lo stesso, per questo mi sono sentito coinvolto dal problema razziale, tanto da scrivere un’opera sull’argomento.

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