Il dipinto di una fanciulla dai “Poèmes antiques” di Leconte de Lisle ai “Préludes” Claude Debussy.

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di Smeralda Nunnari

«L’amour, au clair soleil d’été, avec l’alouette a chanté» (Leconte di Lisle)

La fanciulla dai capelli di lino è l’ottavo brano musicale, tra i dodici del primo libro dei Preludi per pianoforte del compositore francese Claude Debussy, composto tra la fine del 1909 e l’inizio del 1910. Un dipinto musicale ispirato all’omonima poesia, che fa parte delle Canzoni scozzesi nei poemi Poèmes antiques di Leconte di Lisle, illustre poeta francese dell’Ottocento, il quale occupa, all’ Académie française, il seggio, già, appartenuto a Victor Hugo.

 Un armonioso e delicato ritratto a pastello, dai contorni sfumati, adornati dai chiari capelli di lino della fanciulla scozzese, in incantevole contrasto, con le «labbra di ciliegia» e l’«erba in fiore», che accoglie la ragazza seduta, nell’atmosfera dolcemente sognante del «fresco mattino».

 Il suo canto, al chiaro sole dell’estate, colmo di tenerezza e velata malinconia, nel ritornello in due versi viene identificato con l’amore stesso, che mescolato e unito al cinguettio dell’allodola, ne idealizza e sublima l’ingenuo candore della fanciulla. I colori della bocca della ragazza dalle lunghe ciglia e dai riccioli sottili vengono definiti divini, nella seconda strofa. Nella terza, che inizia con: «Non dir di no, fanciulla crudele!! Non dir di sì!!!», i suoi occhi di ragazza vengono descritti come grandi e il suo sguardo lungo. E, poi, ancora, il labbro rosa.

L’ultima strofa, infine, risuona dolcemente con una dichiarazione d’amore: «Addio dàini, addio lepri e rosse pernici!! Io voglio baciare il lino dei tuoi capelli,
premere la porpora delle tue labbra!!!»

Un lirismo poetico che Debussy riesce a parafrasare in musica, nella tonalità del Sol bemolle maggiore con le trentanove battute di questo brano tripartito, in una sonorità che non va mai oltre il mezzoforte, che viene raggiunto una sola volta, nella misura ventuno. Una realizzazione artistica di soave leggerezza e estrema delicatezza di tocco, senza pesantezza, come richiesto dall’autore nella scrittura pianistica che utilizzando tutti i tasti neri e la delicata opalescenza del colore timbrico riesce a costruire un oggetto sonoro semplice. Con un potere affascinante ed evocativo, in cui riappare la visione musicale e poetica ottocentesca di un passato idealizzato, mitizzato e sognato.

Il musicista francese pone il titolo alla fine di ogni preludio tra parentesi, preceduto da puntini di sospensione, tanto da risultare sfumato e allusivo rispetto all’oggetto, al tema cui si riferisce. «Una tattica grafica alla Mallarmé che si ispira al più puro simbolismo», afferma Alfred Cortot, che così sintetizza le ragioni del fascino della musica del compositore dei preludi: «invece di agire sentimentalmente sul nostro organismo con la patetica sollecitazione di un’emozione personale, invece di creare bella di linee e di forme, l’architettura sonora, che col suo puro ordine sappia soddisfare il nostro spirito, ecco che quasi a nostra insaputa, con la voluttà segreta di due accordi congiunti, la nervosità vibrante di un ritmo o il mistero di un silenzio, egli ci scocca nel vivo della sensibilità quella freccia che col suo insinuante e delizioso veleno produrrà in noi, intensa come nella realtà la sensazione da lui predisposta».

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