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Il mondo del Saxofono. Intervista a Massimo Mazzoni

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di Ruben Marzà

Massimo Mazzoni è fra i più noti saxofonisti classici del panorama italiano e internazionale. Allievo di Jean-Marie Londeix, è attualmente presidente dell’ASI (Associazione Saxofonisti Italiani), nonché docente presso il Conservatorio Giovanni Battista Pergolesi di Fermo.

Proprio a Fermo l’ASI organizza, ormai dal 1984, uno degli appuntamenti più seguiti dai saxofonisti di tutto il mondo, l’International Saxophone Stage. A poche settimane dalla conclusione dell’edizione 2020, svoltasi per la prima volta interamente online, abbiamo incontrato il M° Mazzoni per una chiacchierata sullo stage appena concluso, sul mondo del saxofono contemporaneo e sulla sua esperienza di docente e strumentista.

 

Buongiorno Maestro, ho avuto il piacere di assistere per la prima volta quest’anno allo Stage e posso dire che, da saxofonista, è stata un’esperienza davvero stimolante e ricca di sorprese. Quella dell’anno appena trascorso è stata la 25a edizione, giusto?

Sarebbe stata la 25a, ma abbiamo preferito non chiamarla così, sperando di poter festeggiare l’anniversario il prossimo anno in presenza. Si è trattato di una “edizione speciale online” in una modalità nuova che ci ha sorpreso e gratificato, vista la grande partecipazione.

 

Quali sono state le considerazioni che vi hanno spinto a portare avanti comunque questa edizione 2020, malgrado le inedite difficoltà?

Devo dire che lo stimolo più grande è venuto dagli studenti: c’era e c’è l’esigenza di avere occasioni per stare insieme, e per noi saxofonisti lo Stage è senza dubbio un appuntamento importante. Questo ci ha dato la forza di sperimentare questa nuova modalità, e devo dire che c’è voluto l’aiuto dei più giovani, di due ex studenti in particolare (Michele Chirichella da Milano e Monica Noschese da Fermo) oltre a Lucy Derosier e a nostro figlio Paolo. Però non immaginavamo una tale partecipazione, si vede che c’era davvero il desiderio di confrontarsi su tematiche molto varie: abbiamo infatti voluto proporre un programma molto ricco e aperto, dal classico al contemporaneo, passando per il repertorio orchestrale. C’era molta varietà, forse anche questo ha contribuito a renderlo interessante.

 

Le difficoltà tecniche e musicali che vi siete trovati ad affrontare sono state, secondo lei, adeguatamente controbilanciate dagli indubbi vantaggi organizzativi, cioè dal poter radunare più facilmente un gruppo di grandissime personalità provenienti dai quattro angoli del mondo?

Organizzare in presenza un festival del genere sarebbe stato impossibile, ci sarebbero volute risorse che attualmente non sono disponibili per eventi musicali e culturali; anni fa, forse si sarebbe potuto fare. Invece in questo modo è stato possibile, fortunatamente erano quasi tutti amici che hanno dato subito la loro disponibilità, e con grande entusiasmo. Poi abbiamo cercato di superare i problemi legati ai collegamenti e alle distanze facendo in modo che chi faceva lezione la facesse in loco con un suo studente: sarebbe stato impossibile o comunque molto rischioso, con gli attuali mezzi, organizzare una lezione a distanza. Si tratta comunque di un settore dalle grandissime potenzialità – io ad esempio, anni fa, quando ero Direttore del Conservatorio [di Fermo] organizzai un esperimento con l’Università Politecnica di Ancona: la nostra docente di Canto jazz Paola Lorenzi cantava alla Facoltà di Ingegneria ad Ancona, e il nostro docente di Pianoforte jazz Fabrizio De Rossi Re suonava all’Università di Cassino; allo stesso tempo il Conservatorio di Pesaro si occupava della parte classica con un violoncellista da Ancora e un pianista da Cassino. Funzionò tutto perfettamente, avevano allestito un collegamento ad alto livello, c’era una perfetta interazione. Sono già passati sei anni, quando queste tecnologie saranno perfezionate si potrà veramente fare di tutto – anche, per dire, le prove di un quartetto di sax…

 

…da membro di un quartetto devo dire che, specie di questi tempi, la possibilità non mi dispiacerebbe affatto. Tornando allo Stage, molto efficace è stata anche la componente umana e comunicativa; certo, alcuni (come Derek Brown) hanno fatto della comunicazione digitale il loro marchio di fabbrica, ma devo dire che globalmente le due giornate non hanno visto cali di tensione.

Erano tutte persone davvero molto disponibili. In questo periodo, poi, è particolarmente importante riuscire a instaurare dei rapporti molti vivi e calorosi; ci danno forza e speranza per il futuro.

 

Abbiamo già avuto modo di vedere come quest’anno siano intervenute, a costituire l’offerta dello Stage, personalità ed esperienze estremamente eterogenee: ci sono state le suggestioni tecniche e le sperimentazioni di Derek Brown e di Mario Marzi, il confronto con i classici, la dimensione orchestrale con Gerboni. L’idea era quella di una sintesi delle diverse tendenze oggi presenti nel mondo del saxofono?

Sì, l’idea era quella di offrire ai nostri studenti una serie di esperienze tanto stimolanti quanto differenziate. In fondo, a ciascun ospite era concessa soltanto un’ora, domande incluse: un’ora non ti cambia certo la vita, ma ti può sicuramente offrire degli stimoli. Derek Brown avrebbe anche potuto suonare per un’ora intera, invece ha soprattutto parlato della sua esperienza, ci ha fatto capire che le sue capacità sono dovute, più che al talento, alle ore interminabili di studio e sperimentazione – qualcosa che, di fatto, è alla portata di tutti. L’idea era questa, curare l’aspetto della formazione, per dare ai nostri studenti, ma anche ai tanti docenti presenti, la possibilità di uscirne arricchiti. Il tempo era poco, però secondo me gli stimoli non sono mancati.

 

Lei è dal 1994 Presidente dell’ASI (Associazione Saxofonisti Italiani): ci vuole raccontare qualcosa in più di questa esperienza, dell’idea che ne è alla base?

L’ASI nasce verso la metà degli anni ‘80 in risposta a un’esigenza di quel momento: il saxofono viveva una situazione un po’ particolare, quando io studiavo al Conservatorio di Pesaro nel 1978/79 in Italia c’erano solo sei cattedre di Saxofono, era uno strumento poco conosciuto, soprattutto nell’ambiente classico. Ci accorgemmo poi, con grande delusione, che il nostro titolo non era parificato a quello degli altri strumenti; perciò ci fu subito da parte nostra (oltre a me, Mondelci, Domizi, Marzi, Venturi) il desiderio di andare a studiare all’estero per poi tornare più forti e determinati, e cercare quindi di creare una scuola di saxofono in Italia. A quel tempo era Bordeaux il punto di riferimento, e la classe di Jean-Marie Londeix in particolare: fu un’operazione abbastanza faticosa e rischiosa, si andò lì con poca preparazione rispetto a quella che potevano avere francesi, americani e giapponesi, dove già c’era una tradizione classica più forte; però la determinazione era tanta, altrettanta la passione, e posso dire che si raggiunsero veramente degli ottimi risultati. Tornati in Italia, sentimmo l’esigenza di creare un’associazione, che ha visto la partecipazione di tanti giovani poi diventati docenti. All’inizio Mondelci era Presidente e io Vicepresidente, poi ci siamo scambiati di ruolo; c’erano, tra le altre cose, il giornale, la rivista… Da parecchi anni l’Associazione organizza, come unica attività, lo Stage di Fermo: però devo dire che si riscuote sempre la partecipazione di tanti studenti e di tanti docenti da numerosi conservatori. É sempre un appuntamento molto positivo.

 

Ricordo bene un Suo concerto in duo sax e fisarmonica al quale ho avuto il piacere di assistere pochi anni fa, a Città di Castello. Lei è stato tra i primi a “mettere alla prova” la dimensione concertistica del saxofono in moltissime varianti (talvolta anche decisamente originali), suonando da solista, in duo e trio di sax o con altri strumenti. Impossibile non ricordare poi il suo impegno cameristico prima con l’Ensemble Italiano di Sassofoni e poi con l’Italian Saxophone Quartet. Cercando, per quanto possibile, di abbracciare tutta questa vastissima esperienza, c’è una formazione che, per ragioni che possono essere le più diverse, le sta particolarmente a cuore?

Sicuramente il duo sax e fisarmonica possiede un bell’impatto, c’è proprio una assonanza particolare: il mantice della fisarmonica è un po’ il nostro diaframma e l’ancia della fisarmonica è un po’ la nostra ancia. Possiamo dire che l’unione delle sonorità di sax e fisarmonica funziona, va che è una meraviglia, c’è veramente un “soffio” che unisce i due strumenti. Con Christian Riganelli ci siamo concentrati sulla musica klezmer, un repertorio molto bello e particolare, dove il saxofono in un certo senso sostituisce il clarinetto, infatti c’è più spazio per il soprano che per il contralto. Però ricordo che con un altro fisarmonicista, Corrado Rojac, eseguivamo un repertorio più contemporaneo, anche quello molto interessante, brani di musica classica che lui elaborava con la fisarmonica, e funzionavano molto bene. Poi certo, il quartetto di saxofoni credo sia una delle formazioni più belle e più complete dal punto di vista della sonorità, è una formazione in cui ho suonato per tantissimi anni e resta sempre nel cuore, ha un suono e delle possibilità veramente incredibili, in tutti gli stili musicali tra l’altro, anche nella musica contemporanea. Purtroppo diventa difficile l’accostamento sax e pianoforte, problematico più che altro per ragioni tecniche e logistiche, ma questo non è colpa dei musicisti né dei compositori, bensì di un sistema che considera la musica classica contemporanea come poco interessante, e quindi degna di investimenti sempre minori.

 

Proprio a questo proposito, qual è secondo lei, sempre che ve ne sia uno, il posto del saxofono nel mondo della musica colta (contemporanea e non solo)? Ritiene che il nostro strumento soffra ancora di un certo pregiudizio, venga ancora collocato in una sorta di terra di nessuno tra musica colta e musica leggera – oppure, guardando le cose da un’altra prospettiva, pensa invece che questa sua natura “ibrida” e camaleontica possa rivelarsi come un imprescindibile punto di forza?

Mah, io credo più nel punto di forza, perché il saxofono non ha più nulla da invidiare agli altri strumenti: quando i saxofonisti hanno cominciato a vincere concorsi di musica da camera ci si è accorti che questo strumento, se suonato in una certa maniera, dal punto di vista classico funziona benissimo. Tra l’altro in questi anni si sono raggiunti livelli veramente molto alti: allo Stage abbiamo sentito suonare Alessandro Malagnino, che viene da un Conservatorio della provincia di Lecce e adesso studia con Delangle al Conservatorio Superiore di Parigi, suonando ad altissimo livello. Questo significa che il livello del saxofono in Italia si è alzato molto, è riconosciuto da tutti credo, e quindi anche nella musica contemporanea il nostro strumento svolge un ruolo importante; il problema ora è l’inverso, è la musica contemporanea, la possibilità di organizzare concerti, festival, rassegne –  ma lo strumento c’è, ci sono saxofonisti bravissimi. La speranza è che passi questo momento di crisi e che ritornino quell’amore e quel rispetto verso la musica e quindi la volontà di ricreare un movimento musicale fiorente come in passato.

 

In conclusione, la domanda più difficile: una situazione, un momento della sua vita da saxofonista da condividere con i nostri lettori.

Mi viene in mente un episodio che mi colpì molto e che mi è rimasto nella mente e nel cuore. Eravamo in tour negli USA con l’Italian Saxophone Quartet e dovevamo suonare sull’isola di Kodiac, in Alaska. Dopo varie peripezie dovute alla difficoltà di raggiungere questo luogo sperduto e selvaggio, arrivammo finalmente al teatro: mentre suonavamo ci colpì la presenza tra le prime file di un prete ortodosso, barba e capelli lunghi, che sembrava apprezzare molto. Finito il concerto, appena usciti dal teatro ci trovammo davanti questo prete con una ventina di ragazzi che cantavano a cappella Santa Lucia in italiano perfetto. Rimanemmo scioccati. Il prete era di origine abruzzese ed era responsabile di un progetto di recupero per ragazzi che avevano commesso crimini molto gravi: e il modo di recuperarli era l’arte, la musica, suonare e cantare. Ci invitò a casa sua, ci presentò moglie e figli e mangiammo pasta tutti insieme, cosa incredibile in Alaska, e questi ragazzi continuavano a suonare e a cantare. Devo dire che è stata un’esperienza molto emozionante, perché vedi il potere della musica, la sua forza, l’idea di poter correggere certi errori attraverso l’arte.

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