Il Pianista Oltreoceano. Intervista ad Alessio Bax.

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di Stefano Teani

Pianista di fama internazionale, direttore artistico, camerista raffinato: Alessio Bax ci parla del suo festival Incontri in Terra di Siena, che dal 21 al 28 luglio vedrà protagonisti interpreti provenienti da tutto il mondo. Giunto alla 35º edizione, il programma 2023 conferma la sua vocazione per l’incontro e lo scambio culturale fra artisti e pubblico, provenienti dall’Italia e dall’estero. Un occhio di riguardo, questa estate, per Schumann ma anche per Respighi, Ravel e Boccherini.

Nato a Bari, Alessio Bax si diploma giovanissimo (14 anni) in pianoforte al conservatorio della sua città. A soli 16 anni vola oltreoceano e si trasferisce negli USA, dove si perfeziona con François-Joël Thiollier e Joaquín Achúcarro. È vincitore di numerosi concorsi quali il Leeds e Hamatsu International Piano Competition, si è esibito con oltre 150 orchestre fra cui: London, Royal e St. Petersburg Philarmonic Orchestra, New York, Boston, Dallas, Cincinnati, Sydney e City of Birmingham Symphony Orchestra e NHK Symphony in Giappone, collaborando con direttori quali Marin Alsop, Vladimir Ashkenazy, Sir Andrew Davis, Fabio Luisi, Sir Simon Rattle, Yuri Temirkanov e Jaap van Zweden. Si dedica inoltre alla musica da camera, suonando in trio col violinista Joshua Bell e il violoncellista Steven Isserlis e in duo col flautista Emmanuel Pahud, col quale ha recentemente compiuto un ricco tour statunitense.

 

Caro Maestro, cominciamo subito parlando del Festival Incontri in Terra di Siena, al via il 21 luglio, di cui lei è direttore artistico.

 Volentieri. Io sono direttore artistico delle ultime sette edizioni, stiamo parlando di una realtà con una lunga storia, infatti quest’anno festeggiamo il trentacinquesimo anniversario. È stato fondato dal grande violoncellista Antonio Lisi, facendo concerti in salotto e crescendo nel tempo. Nel corso degli anni infatti, si sono create molte amicizie e sono arrivati grandi nomi, dando un respiro sempre più internazionale e di qualità alla manifestazione. Da sette anni Antonio mi ha chiesto di assumere la direzione artistica per cambiarne un po’ l’impostazione, perché sappiamo che ogni festival assume subito l’immagine della visione che il direttore artistico ha, sia riguardo alla musica che di tutto il resto (luogo, amicizie, connessioni). C’è molto di più oltre all’aspetto prettamente artistico.

 

Ecco, mi piacerebbe approfondire questo punto.

 Una delle differenze rispetto al passato è che molti concerti erano già stati “provati”, facevano parte cioè di tournée o comunque si potevano ascoltare anche in altri luoghi (nelle grandi capitali, per esempio). Inoltre alla fine del festival era tradizione svolgere uno o due concerti di musica da camera di un gruppo di musicisti in residenza lì. Io ho voluto cambiare completamente l’impostazione, a me non interessa fare il produttore artistico, voglio riunire amici, persone nuove e creare nuove combinazioni facendo esperimenti. Ho quindi spostato il focus sulla musica d’insieme, che per me è la raison d’être di ogni musicista.

 

Quindi la musica è diventato quasi il pretesto per stare insieme.

 Alla fine, se ci pensiamo, noi passiamo gran parte dell’anno a viaggiare. D’estate, quindi, cerchiamo di prenderci una settimana per metterci tutti insieme a studiarci, a viaggiare dentro noi stessi per capire come si può crescere, facendosi ispirare dai colleghi e provando cose nuove. Sono convinto, per esperienza, che potremmo fare lo stesso concerto in altri festival e il risultato sarebbe molto diverso: ecco quello che mi interessa, sperimentare come l’atmosfera che si respira in quel luogo possa influenzare profondamente il risultato musicale.

 

Quest’anno quali sono gli “highlights”?

 Ho sempre difficoltà a rispondere a questa domanda. Vede, in passato mi è stato chiesto anche di fare programmi tematici (forse per esigenze di marketing), ma io cerco di dare un’esperienza più completa possibile al pubblico, spaziando da recital solistici a cameristici ecc. Quello che accade ogni anno ed è interessante è che solo dopo aver fatto tutti i singoli programmi si nota esserci un focus su un compositore o su un altro. Forse è un riflesso di quanto mi succede a livello musicale interiormente, però succede sempre. Questa volta per esempio ci sarà molto Schumann, ma come ho detto non ho interesse a creare programmi tematici. Ho più in mente di creare un bellissimo menu per una cena, molto equilibrato ma capace di spaziare su sapori diversi.

 

Ho notato anche una certa presenza di Respighi, bellissimo autore nostrano ma non sufficientemente eseguito.

 Sì, penso che questo rifletta anche i miei interessi. Non solo autori meno celebri ma anche brani di autori noti che però sono raramente eseguito, penso al primo trio di Rachmaninoff che si ascolta pochissimo, ed è invece interessante per capire certi compositori come sono arrivati a comporre i capolavori che tutti conosciamo. Cerco poi di inserire musica italiana (penso a quando abbiamo eseguito la seconda sonata di Busoni, quest’anno avremo Il tramonto e l’Adagio con Variazioni per violoncello e orchestra di Respighi) perché è molto importante per me. Sinceramente non parto dalla scelta dei programmi, voglio sempre parlare coi musicisti per conoscere che cosa li affascina in quel momento, scambiando con loro idee e sensazioni, in un processo che mi piace molto e che forse rappresenta la parte più interessante del mio lavoro.

 

Qual è il rapporto col territorio? Ormai si tratta di una realtà ben radicata.

 È un territorio molto speciale. Abbiamo un pubblico diviso uniformemente fra italiani e stranieri, di questi ultimi molti vengono appositamente per il festival o sono persone che ci seguono anche durante l’anno. Poi c’è una parte molto interessante di loro che, sebbene provenienti da altri Paesi, sono residenti nella zona da generazioni, infatti fatico a considerarli  veri e propri “stranieri”. Questo porta a creare una bellissima atmosfera multiculturale ma non esclusiva, perché anche gli abitanti locali si avvicinano e si appassionano a quanto facciamo. Questo aspetto ovviamente dipende molto dal repertorio e dai musicisti. Ricordo, per esempio, che è stato con noi per molto tempo (e tornerà presto) quello che considero uno dei più grandi musicisti al mondo, il flautista Emmanuel Pahud che ovunque si esibisca fa accorrere moltissimi flautisti da tutta Italia. Musicalmente il territorio è cambiato nel tempo, proprio grazie a questa modo di vivere insieme e far musica.

 

Una sorta di residenza artistica.

 Esattamente. In questi anni ho insistito molto sul fatto che i musicisti dovessero vivere insieme, passando le giornate insieme, suoniamo, stiamo con le nostre famiglie e i bambini giocano fra loro, mangiamo sempre insieme e le prove le facciamo nell’appartamento dove riesco io durante il festival con mia moglie e mia figlia. Si crea così un’atmosfera molto speciale, quella che cerco dopo tanti anni di tournée in giro per il mondo; è tutto bellissimo ovviamente, ma almeno una volta all’anno bisogna ritornare al perché facciamo musica e come si combina questo con la vita e il territorio.

 

Com’è il vostro rapporto coi giovani?

 Nel nostro pubblico abbiamo anche un certo numero di giovani. Inoltre, da quest’anno, abbiamo lanciato il programma Emerging Artist Fellowship, assegnandolo a Jao Hong Park, giovanissimo vincitore del Concorso Pianistico Ferruccio Busoni. Ciò che vorrei sottolineare è che lui avrà l’occasione di confrontarsi con tutti i musicisti presenti, per esempio potrà parlare con la direttrice d’orchestra Ruth Reinhardt per capire qual è il suo punto di vista sullo studio e concertazione di un concerto solistico che sta preparando; spero che si senta completamente a suo agio nell’approcciare questi musicisti e intavolare con loro discussioni costruttive per entrambe le parti. Penso che questo aspetto sia essenziale, soprattutto per giovani che hanno già cominciato un’importante carriera. Io personalmente sono arrivato a questa consapevolezza un po’ più tardi, prima sono sempre stato molto concentrato sul repertorio solistico. Ad oggi invece la musica da camera, il fare musica insieme, è una delle più grandi influenze del mio modo di fare musica.

 

Prima di salutarci una pennellata personale. Si è trasferito negli USA dal 1994, oggi vive con la sua famiglia a New York. Cosa può dirci della sue esperienza statunitense?

 È stata ed è una grande opportunità, ovviamente come per tutte le cose ci sono pro e contro. I pro sono senza dubbio le possibilità che ho avuto, a partire dalla struttura stessa dell’università americana, che mi ha dato l’occasione di spaziare tantissimo e conoscere molta musica. Poi avevo una borsa di studio completa, quindi non dovevo preoccuparmi di niente e anzi avevo modo di guadagnare qualcosa accompagnando cantanti o lavorando con altri musicisti. Inoltre, quando sono arrivato a 16 anni, ho cominciato a Dallas, che all’epoca era un ambiente piuttosto protetto, ben altra cosa sarebbe stata cominciare con New York! Per quanto riguarda i contro si tratta prevalentemente dello shock culturale, pensi cosa può significare partire dall’Italia e trovarsi in Texas! Certamente ho incontrato persone fantastiche, però c’è un netto distacco anche solo paesaggistico, per non parlare del lato umano.

 

Quanta Italia ha portato negli USA e quanto dell’esperienza americana riversa nel festival a Siena?

 È molto difficile da dire. Ormai mi sento a mio agio in quasi tutto il mondo, vado spesso in Sudamerica, in Asia e, nonostante abbia perso molto della mia lingua, mi sento a casa in Italia e mi riconosco come italiano! D’altra parte dopo tanti anni mi sento anche americano (qualunque cosa significhi, perché è una definizione piuttosto complessa, ancora più spinosa di quella di “italiano”). Ad ogni modo penso che ognuno di noi sia il risultato di tutte le esperienze della propria vita.

 

Incontri in Terra di Siena – Programma 2023

 

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