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Il rapporto fra testo e interprete: il focus dei Performance Studies

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di Salvatore Sclafani

Spesso, la ricezione di un brano musicale implica l’ascolto di un “testo” attraverso la lettura che ne propone l’interprete, e ogni interpretazione vive nella storicità di un contesto, di un gusto, di una peculiare sensibilità artistica di ambedue le componenti, il performer e l’ascoltatore. Nell’equilibrio fra la realtà immanente dell’opera e la dimensione fluida della sua esecuzione, il ruolo svolto dal musicista è fondamentale. Se etimologicamente la funzione dell’interprete (dal latino interpretes, -etis, che reca fra le sue possibili traduzioni “messaggero, intermediario, mediatore”) sembra consistere nel comunicare il significato di un brano musicale dal segno alla sua esperienza sensibile, concretamente l’apporto del musicista risulta in realtà più complesso e ricco di una semplice “trasmissione”. In effetti, tale visione dell’interprete presuppone un peso preponderante del testo musicale, depositario di una verità da decifrare scrupolosamente; tuttavia, essa dimentica l’apporto fondamentale del musicista nella sua interazione con l’opera che, oltre a essere disvelata all’ascoltatore, può ugualmente arricchirsi della singolarità artistica di ciascun interprete. In effetti, l’interpretazione musicale di un medesimo brano si presta a una pluralità di approcci, talvolta molto distanti gli uni dagli altri. La problematica del rapporto tra il testo e il suo interprete è stata trattata con crescente interesse dai Performance Studies, campo di studi relativamente recente, che a partire dal contesto degli studi teatrali si è in seguito focalizzato sull’esplorazione più generale delle arti performative, con una spiccata attenzione alla dimensione pratica della produzione artistica.

Nell’analisi di un brano musicale, i Performance Studies si concentrano sugli elementi che soltanto la performance può offrire, che si distinguono dalla teoria e non sono necessariamente contemplati da essa. In questo senso, già il parametro dello scorrere del tempo fornisce una distinzione fondamentale: la teoria permette di ponderare diverse possibilità, implica una riflessione articolata e comporta dei cambiamenti di prospettiva in fieri; al contrario, le strategie e le scelte dell’interprete, soprattutto nel caso dell’interpretazione dal vivo, si svolgono in tempo reale, senza possibilità di modifica in corso d’opera. L’elemento del tempo definisce la performance rispetto alla teoria, poiché la prima implica una orizzontalità, una concatenazione di momenti, una successione di “transizioni”; la seconda, invece, considera l’opera nel suo insieme, quasi come un’entità autonoma. Tuttavia, è pur vero che la performance nasce da diverse tappe di lavoro distribuite nel tempo e una volta acquisita la familiarità con il brano musicale, il gesto diviene sempre più interiorizzato e naturale, quasi un automatismo, che consente di optare agevolmente e in medias res per delle scelte interpretative durante l’esecuzione.

Fra i pionieri dei Performance studies in ambito musicale, Nicholas Cook, musicologo britannico, già docente dell’Università di Cambridge, insiste sull’importanza della performance artistica come veicolo principale del significato dell’oggetto musicale. Se la musicologia ha dato tradizionalmente un valore preponderante al testo, e di conseguenza al lavoro creativo del compositore, nel suo saggio Beyond the Score. Music as Performance, Cook affida all’interprete un parallelo ruolo di “co-creatore”, in virtù del quale egli può intervenire sul testo e manipolarlo in modo molto personale. Tale rivalutazione dell’interprete in quanto co-creatore dell’opera è avvenuta parallelamente a un’esigenza di ripensare la musicologia tradizionale, legata eccessivamente al trinomio testo-analisi-teoria a discapito della pratica artistica e dell’interpretazione, spesso considerate accessorie. Si tratta di un notevole capovolgimento di punti di vista. Secondo John Rink, pianista, professore di Musical Performance Studies e direttore degli Studies in Music al St John’s College di Oxford, la funzione subordinata dell’interprete rispetto al testo musicale risale alla metà del XIX secolo ed ha avuto un’importante influenza sulle pratiche pedagogiche diffuse nel XX secolo e sulla concezione del rapporto diseguale tra l’interprete e il compositore. Nel suo saggio Musical Performance: A Guide to Understanding, Rink afferma che «durante il XIX secolo, lo sviluppo del concetto del performer come interprete piuttosto che co-creatore, che ha portato i critici ad assumere un approccio quasi religioso nel descrivere l’interpretazione rispetto al testo, ha incoraggiato l’idea di performance come “osservanza”».

Inversamente, i Performance studies insistono su come l’opera necessiti dell’apporto equilibrato del testo e della sua interpretazione per esistere. A tale proposito, nella sua opera Beyond the Score, Cook sottolinea l’importanza di evitare qualsiasi approccio page-to-stage, in quanto l’interpretazione non deve limitarsi a un ruolo di “riproduzione” del testo. Al contrario, essa possiede in sé un proprio, autonomo valore: «la musicologia è stata fondata sull’idea della musica come scrittura piuttosto che come performance. Pensare alla musica come scrittura significa coglierne il significato iscritto nella partitura, e pertanto, considerare la performance una riproduzione di tale significato. Ciò rende la performance una sorta di supplemento alla musica stessa, un elemento ulteriore e opzionale».

Lo studio e l’analisi di un’opera musicale dovrebbe allora affrancarsi dal valore primordiale attribuito al testo e tener conto della funzione creativa esercitata dal performer, che, concretamente, dà vita al brano musicale. In tale ottica, l’interprete assume un ruolo teleologico e coincide con la finalità dell’opera musicale, invece di essere un semplice mediatore tra il testo e l’uditore. Per Cook, la ragion d’essere della musica risiede nell’atto della performance.  Al fine di precisare il peso ideale del ruolo del testo musicale nell’interpretazione, sempre  in Beyond the Score, il musicologo propone una metafora che pone la performance musicale in parallelo con le pratiche teatrali: «il ruolo della partitura nel contesto della performance è simile a quello dei copioni teatrali. Il copione aspira a essere realizzato e reca in sé la promessa di un’azione futura».

 Secondo i Performance studies, il ruolo dell’artista è dunque fondamentale perché l’opera possa esistere, poiché egli esercita un’autorità “altra” rispetto a quella espressa dal testo. Quest’ultimo e l’interprete assumono due funzioni diverse e complementari: il testo dà all’interpretazione la sua ragion d’essere e l’attività del performer permette al testo di esistere. La realizzazione artistica di un’opera può certamente aiutare la teoria a scoprire altre piste di riflessione; parallelamente, lo studio teorico-analitico del testo offre all’interprete un ventaglio di possibilità creative, al fine di argomentare e rendere le sue scelte sempre più consapevoli e pertinenti.

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