Intervista a Enrico Melozzi, poliedrico musicista contemporaneo

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Anello di congiunzione fra classica e rock, Enrico Melozzi è senza dubbio una delle figure più eclettiche e interessanti del panorama musicale italiano e internazionale. La sua capacità di unire stili e tendenze diverse, talvolta opposte, affonda le proprie radici nella sua formazione classica e nell’innata capacità di osservare il mondo mantenendo la mente aperta.

 

di STEFANO TEANI

 

Violoncellista, compositore, direttore d’orchestra ma anche polistrumentista, arrangiatore e produttore discografico, Enrico Melozzi (detto “Melox”) è una fucina di idee e di musica. Fondatore dei “100 Cellos” insieme a Giovanni Sollima, ha composto musica per cortometraggi e lungometraggi ricevendo premi quali: Nastro d’argento e New York Short Film Festival, Premio Roma Videoclip, Ovidio d’argento e Menzione Speciale, Busto Arsizio Film Festival (BAFF) e una candidatura al David di Donatello.

È autore di balletti sinfonici quali Pinocchio – The Ballet, The last 100 year of dance in 60 minutes, Trough My Door e di opere liriche come Il Piccolo Principe e Opera Crime. Nel 2004 fonda il Lisma Project: un duo di musica elettronica con il dj Stefano De Angelis. Nel 2016 fonda a Roma l’Orchestra Notturna Clandestina di cui è direttore musicale. Nel 2012 e nel 2020 è stato invitato a dirigere l’orchestra del Festival di Sanremo, accompagnando Noemi, Achille Lauro, Morgan e Pinguini Tattici Nucleari, curando anche l’orchestrazione di alcuni brani, per esempio la celebre Rolls Royce di Achille Lauro.

 

La tua caratteristica più evidente è questa duplice veste, una formazione classica e un approccio rock. C’è un momento preciso in cui è nato “Melox”, magari mettendo in ombra Enrico Melozzi?

 

In realtà no, sono sempre esistiti entrambi e si sono aiutati l’un l’altro. Questo “Melox” è il personaggio che nasce dalla fusione delle due anime, quella più pop, rock, metal, irriverente e quella del conservatorio, quindi London College of Music e tutte quelle schiavitù che ho vissuto durante gli anni di studio e da assistente negli ambienti più elevati della musica contemporanea europea. La fusione è avvenuta quando ho avuto il coraggio di non distinguere più le due cose ma di rispettarle allo stesso modo. Lì sono diventato quello che sono.

 

Tra l’altro “Melox” non è solo l’abbreviazione di “Melozzi” ma rimanda anche al Mèlos greco, da cui appunto “melodia”, “melodramma”, “melomane” e tutto ciò che ha a che fare con la melodia.

 

Esattamente, anche perché se c’è una cosa, in musica, di cui mi vanto è saper scrivere le melodie. Esiste anche una tecnica per comporre belle motivi orecchiabili, però penso che si tratti più di un dono, bisogna nascerci. Oppure puoi essere un buon improvvisatore, perché per scrivere delle belle melodie, secondo me, bisogna sapere improvvisare molto bene.

 

Immagino che questo tuo collocarti a metà fra due modi di fare musica così diversi ti abbia attirato molte critiche e invidie. Pensi di avere più amici o nemici?

 

Sai, quando sei più piccolo vedi solo i nemici, inoltre fa parte del pensiero accademico concentrarsi su questo aspetto. Nel mondo pop, al contrario, la gente non si fa di questi problemi. Prendiamo un nome su tutti, uno dei più criticati e “odiati”: Gigi D’Alessio. Secondo te quanto gliene può importare delle critiche quando ha un pubblico sconfinato davanti? Chiaramente prima guarda al pubblico, poi eventualmente, in un secondo momento, pensa anche al resto. Allora, frequentando quel mondo, io ho capito che avevo un grande vantaggio sui miei “nemici”: il pubblico, che è sempre stato dalla mia parte. Poi, col tempo, ha cominciato a farsi dalla mia parte anche l’establishment, i grandi nomi della musica classica contemporanea. Per esempio avere Giorgio Battistelli tra i miei fan non è una cosa scontata, quando capita di avere una persona del genere dalla tua parte sei veramente felice, perché all’inizio pensi “ma come? Tu mi dovresti odiare!”. E lì ti rendi conto di quanto uno come lui sia aperto di mente e di cuore, verso il prossimo e verso la musica.

 

A proposito di grandi nomi, dicci qualcosa della tua collaborazione con Giovanni Sollima.

 

Giovanni è un’altra di quelle persone che si pone con un atteggiamento di curiosità nei confronti della musica, come un bambino che entra in conservatorio e, abbassando i tasti del pianoforte, resta sconvolto al sentire il suono che ne scaturisce. Lui è così, è riuscito a conservare questa purezza straordinaria nonostante sia una delle persone più preparate al mondo. Non è possibile trovare qualcosa che già non conosca, che sia un autore, un brano antico o altro, è un vero e proprio mostro! Ha una conoscenza enciclopedica, ogni volta mi fa quasi arrabbiare perché tutto quello che io sto riorchestrando o progettando lui lo ha già studiato o preparato…e te lo dimostra mandandotelo dopo pochi minuti! È un grande musicista che secondo me ha dentro di sé il genio dell’uomo antico, come quelli che una volta facevano tutto senza tecnologia, all’interno della loro mente. È stato proprio lui a spingermi a non vergognarmi di scrivere tutto quello che mi viene dal cuore.

 

Fra il 2015 e il 2016 hai fondato l’Orchestra Notturna Clandestina, composta interamente da giovani musicisti. Come ti è venuta l’idea e come hai scelto i musicisti?

 

È nata da una profonda depressione culturale e personale, da un senso di grande solitudine. Io volevo dirigere, comporre per orchestra e impegnarmi in questa direzione ma c’erano sempre meno occasioni. Allora mi ritrovavo sempre al Teatro Valle Occupato, di notte, con Marcello Fonte (poi diventato un attore famoso) e, mentre lui realizzava video, provando telecamere, lenti, filtri, io suonavo il pianoforte. Un giorno feci un post su Facebook invitando tutti coloro che fossero interessati a condividere con me quel momento di aggregazione e di musica. Solo quella sera arrivarono 10 persone, poi sempre di più. Dopo 2 mesi abbiamo fatto il nostro primo concerto, dopo 3, abbiamo registrato il secondo realizzando un disco con la Decca, con Giovanni Sollima come solista. Per questa ragione vorrei dire questo ai giovani: non aspettate il bando, il corso di direzione d’orchestra, il diploma o che vi vengano a citofonare a casa, perché non succederà. Createvi la vostra orchestra, si può fare! Chiaramente ci vuole costanza, pazienza, tenacia, carisma e “pelo sullo stomaco”, però è possibile. Come si sa, il diavolo viene da te e ti dice che non ce la farai mai; tu devi tapparti le orecchie e andare avanti, alla fine riuscirai.

 

Che consiglio daresti ai giovani compositori?

 

Ai compositori suggerisco di cantare, devono avere confidenza col mezzo vocale, è importantissimo. Consiglio anche di improvvisare, sforzarsi e insistere nella ricerca improvvisativa delle melodie e studiare bene l’armonia, che è la base. Mi fanno molta tenerezza perché sono la categoria più bistrattata in assoluto, trattati male dai loro maestri, dal pubblico, da loro stessi. Spesso si perdono a cercare un nuovo linguaggio, come se uno scrittore ogni volta che scrive un libro inventasse una lingua nuova. Non bisogna crearne una nuova ogni volta, bisogna utilizzare quella che già abbiamo per raccontare storie nuove! Inoltre sappiate che non vale la pena passare settimane intere a creare spartiti complessi che sembrano una sorta di quadro quando lo stesso risultato si può ottenere con bravi improvvisatori. Se l’effetto acustico è quello di un’improvvisazione, conviene scrivere “impro” invece di mettere segni e simboli strani spiegati in legenda, tremoli, “al ponte schiacciato” e così via.

 

Cosa senti che manca nella musica di oggi?

 

Manca la capacità di riprodurre e confezionare il Bello. I Maestri del passato sapevano come fare, imparandolo con anni di studio e lavoro quasi artigianale. Oggi questo aspetto si è perso e siamo arrivati al punto in cui si scherniscono quei pochi che ancora lo sanno fare. Qualcosa non va. Io credo che Darmstadt sia morta, che sia finito quel modo di fare musica. Oggi se devi dimostrare di essere capace devi saper cantare, essere intonato, improvvisare, conoscere bene il contrappunto, utilizzandolo però senza darlo a vedere. Allora sei un bravo compositore.

 

Forse oggi c’è troppo sfoggio di tecnica fine a se stessa?

 

Ma se almeno scrivessero delle belle fughe come una volta! Sarebbe bello fare a gara di tecnica, se i risultati fossero quelli. Scrivere pezzi che sembrano improvvisazioni è tecnica? A chi serve quella partitura? Spesso neanche l’interprete legge davvero quello che è scritto sullo spartito.

 

Per concludere, dato che proprio in questi giorni è venuto a mancare Ennio Morricone, col quale tu hai lavorato molto, puoi dirci qualcosa su di lui e sulla sua musica?

 

Non mi scorderò mai quando lui mi si addormentava accanto ascoltando la sua musica “seria”, la cosiddetta musica assoluta. A lui la bellezza veniva dal cuore, per questo sono convinto che questo tipo di musica “parallela” lui l’abbia fatta per tenersi buono quel mondo pericoloso che è quello accademico, e non perché ci credesse davvero. È stato molto intelligente.

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