La sagra della primavera di Igor’ Fëdorovič Stravinskij.

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di Smeralda Nunnari

«…Ho sempre impresso nella memoria il ricordo di quando, a casa di Laloy, suonammo la vostra Sagra della Primavera… Mi ossessiona come un magnifico incubo e cerco, invano, di rievocare quell’impressione terrificante.»

(Claude Debussy a Igor’ Stravinskij)

La sagra della primavera, opus magnum del compositore russo Igor’ Fëdorovič Stravinskij, dal titolo originale francese Le Sacre du printemps, in russo Весна священная, segna un momento fondamentale non solo nella carriera dell’autore, ma anche per la storia del teatro musicale.

L’idea per la composizione dell’opera nasce, come una visione, nella mente di Stravinskij nella primavera del 1910, mentre lavora alle ultime pagine della partitura dell’Uccello di Fuoco per la compagnia dei Balletti russi diretta da Sergej Diaghilev, nel modo che il compositore stesso descrive in una delle sue biografie, Chroniques: «Un giorno, in modo assolutamente inatteso giacché la mia mente era occupata da cose affatto diverse, intravidi nell’immaginazione lo spettacolo di un grande rito sacro pagano: i vecchi saggi, seduti in cerchio, osservano la danza di morte di una vergine che essi stanno sacrificando per propiziarsi il Dio della primavera». Viene concepita così, la prima idea de Le Sacre du printemps che diventerà poi la Danse sacrale, nella scena conclusiva del balletto.

Il compositore propone il tema de La Sagra della primavera a Diaghilev che si entusiasma all’idea di tale progetto, per trarne un altro suggestivo balletto. Intanto Stravinskij si dedica alla scrittura di un secondo balletto Petruška, trovando così, definitivamente, la sua cifra stilistica. Nel luglio 1911 il musicista si reca presso Smolensk a Talashkino, nella tenuta della Principessa Teniševa, grande protettrice delle arti, dove si incontra con l’amico comune Nikolaj Roerich, pittore e scenografo specializzato nell’evocazione del paganesimo, per lavorare allo scenario del Sacre e osservare la collezione di arte etnica russa, possibile spunto creativo per la nuova opera. L’autore sceglie, così, in accordo con Djaghilev di affidare le scene e i costumi del Sacre a Nikolaj Roerich.

Stravinskij realizza nel 1912 una trascrizione del balletto a quattro mani, per due pianoforti per farlo ascoltare a Debussy. Il compositore suona la sua trascrizione a Parigi, a casa del critico musicale Louis Laloy, con Debussy che legge agevolmente a prima vista una partitura non certo semplice.

Le Sacre du printemps, non presenta un vero e proprio intreccio. Il sottotitolo stesso Quadri della Russia pagana denota il succedersi di scene di ambientazione arcaica senza dare l’idea di una possibile trama dividendo la Sagra in due grandi quadri: l’Adorazione della terra e il Sacrificio, che strutturano l’opera in due parti. Nella prima, all’introduzione seguono: Gli auguri primaverili – danze delle adolescenti; Gioco del rapimento; Danze primaverili; Gioco delle tribù rivali – corteo del saggio – il saggio; Danza della terra. Nel Sacrificio o seconda parte, l’introduzione prosegue con le seguenti scene: Cerchi misteriosi delle adolescenti; Glorificazione dell’Eletta; Evocazione degli antenati; Azione rituale degli antenati; Danza sacrificale (l’Eletta)

Gli spettatori presenti alla prima rappresentazione, avvenuta a Parigi al Théâtre des Champs-Élysées il 29 maggio 1913, ricevono una traccia schematica, che delinea la struttura del balletto e i personaggi così:

Quadro primo: «Primavera La terra è ricoperta di fiori. La terra è ricoperta di erba. Una grande gioia regna sulla terra. Gli uomini si abbandonano alla danza e, secondo il rituale, interrogano l’avvenire. L’avo di tutti i saggi prende personalmente parte alla glorificazione della Primavera. Viene guidato a unirsi alla terra rigogliosa e orgogliosa. Tutti danzano come in estasi.»

Quadro secondo: «Trascorso è il giorno, trascorsa la mezzanotte. Sulle colline stanno le pietre consacrate. Gli adolescenti compiono i loro mitici giochi e cercano la grande via. Si rende gloria e si acclama Colei che fu designata per essere accompagnata agli Dei. Si chiamano gli avi venerabili a testimoni. E i saggi antenati degli uomini completano il sacrificio. Così si sacrifica a Jarilo, il magnifico, il fiammeggiante.»

Personaggi: le adolescenti, le donne, una vecchia di trecento anni, un vecchio saggio, gli anziani, cinque giovani, sei adolescenti, cinque uomini giovani, la vergine Eletta, gli antenati degli uomini.

Stravinskij ottiene da Djagilev la possibilità di utilizzare un organico orchestrale di dimensioni grandiose, con novantanove esecutori, molti dei quali fanno parte dell’Orchestre Colonne di Parigi. La direzione viene affidata a Pierre Monteux.

Ma già nell’Introduzione, alle prime note acute del fagotto, la sera del 29 maggio, si scatena, a poco a poco, un putiferio tra il pubblico del teatro parigino creando un baccano infernale tra la fazione legata alla tradizione e alla bella musica e quella delle avanguardie alla ricerca di continue novità ad ogni costo. Anche le reazioni della critica e della stampa si dividono in due fazioni opposte. Alcuni vedono nella nuova composizione la negazione della stessa musica, altri, invece, intravedono l’alba di una nuova era musicale.

Come testimonia Gian Francesco Malipiero, tra il pubblico si contano molti ospiti illustri, che sostengono strenuamente Stravinskij da vicino, tra cui Debussy, Maurice Ravel, Gabriele D’Annunzio, Florent Schmitt e Alfredo Casella, comprendendo il valore profetico di un’opera che rompe con le convenzioni e getta una luce disincantata sulla propria epoca e le tensioni che la caratterizzano.

L’innovazione straordinaria della musica, la coreografia, l’argomento stesso e, al contempo, la visione trasgressiva e violenta, non consona al distillato universo musicale caratterizzante l’Ottocento creano un enorme scandalo. Ma nonostante questa nota e storica serata e i successivi contrasti fra ammiratori entusiasti e acerrimi denigratori, l’opera è destinata a rimanere una pietra miliare nella letteratura musicale del XX secolo.

La partitura della Sagra rimane il simbolo della musica moderna. E se la sua apparizione sconvolge i canoni della bellezza e del gusto per l’inaudita violenza con cui si evoca l’irruzione di forze selvagge e primordiali, l’originalità, invece, della sua lingua barbarica e primitiva riesce a esercitare un notevole influsso. La partitura sorprende con i suoi accordi martellati la sua potenza di suono, il suo ritmo implacabile, per l’allargamento della tonalità che giunge a numerosi passaggi politonali. La totale novità della partitura, riconoscibile nella ricca e complessa invenzione ritmica, estendibile anche ai parametri armonici e melodici, si fonda su una visione formale intimamente emotiva, improntata anche a una evidenza classica e popolare. Non a caso Jean Cocteau definisce la Sagra «le georgiche della preistoria», considerandola una rappresentazione delle forze della natura che pur capovolgendo la visione idilliaca della primavera, conserva intatta la miticità e la sacralità.

Stravinskij stesso, successivamente alla stesura dell’opera, precisa di essere stato influenzato dall’esperienza della «violenta primavera russa, che sembra iniziare in un’ora ed è come se la terra intera si spezzasse». Un’esperienza della propria infanzia intrecciata al ricordo dei riti propiziatori dell’antica tradizione popolare russa. L’artista realizza nell’espressione artistica dell’immagine della primavera il desiderio di una rinnovata libertà individuale. Il fascino incomparabile della partitura sta nella geniale fusione tra artificio e natura, mitologia e folklore, simmetria e asimmetria, dinamicità e staticità, pulsione vitale e istinto di morte.

Roman Vlad, compositore, pianista e musicologo rumeno, rileva che La Sagra è «il più grande esempio di tutta la storia della musica di un’architettura sonora basata interamente sulle proporzioni struttive della serie di Fibonacci e della sezione d’oro». E, a tale conferma, cita le parole di una lettera di Stravinskij a Roerich: «Mi sembra di aver penetrato il segreto del ritmo della natura».

 

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