La “Sinfonia Letteraria” di Massimo Fargnoli

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di Stefano Teani

Presidente dell’Accademia Musicale Napoletana (fondata da Alfredo Casella nel 1933), è stato direttore artistico dell’ Orchestra Scarlatti di Napoli della RAI, dell’Orchestra Sinfonica di Roma della RAI, del Todi Arte Festival e di numerosissime altre rassegne, nei cui ruoli ha commissionato o fatto eseguire prime assolute o nazionali di autori quali Berio, Françaix, Henze, Penderecky, Petrassi, Stockhausen, Bussotti, Brouwer, Clemencic, Mannino, Clementi, Donatoni, Bacalov, Lombardi. Ha collaborato con importanti protagonisti della scena mondiale di altri ambiti musicali tra i quali Cecil Taylor, Art Ensemble of Chicago, A. Sheep, L. Bowie e Robert Moog (che nel 1992 presentò a Napoli la prima Tastiera sensitiva a controllo multiplo). Fino al 2015 è stato impegnato con il Rossini Opera Festival per la realizzazione della prima esecuzione storica integrale dei celebri Péchés de Vieillesse di Rossini, trattati poi analiticamente in un libro da lui curato. È stato docente di Fondamenti di Comunicazione Musicale presso il Politecnico di Vibo Valentia. È autore di numerosi editoriali e, nel 2019, pubblica con Zecchini Editore il libro PergoLennon, o l’Arte della Sincronicità.

Questa particolarissima intervista è iniziata con l’intervistato (Massimo Fargnoli) che pone una lunga serie di domande all’intervistatore (Stefano Teani) per conoscere la sua formazione, l’attuale carriera, i maestri che ha frequentato e molto altro ancora…

 

Caro Maestro Fargnoli, la ringrazio per il suo interesse nei miei confronti ma siamo qui per parlare di lei!

Sì, lo so, ma si tratta di un mio vecchio vizio. Ho tenuto a battesimo numerosi direttori d’orchestra, pianisti e musicisti in genere, per questo mi piace approfondire, sapere, capire…

 

In effetti lei è un talent scout formidabile, ha scoperto giovani talenti che oggi sono fra i musicisti più importanti nel panorama mondiale, penso a Fabio Luisi, tanto per citarne uno.

Devo dire che ho fatto debuttare soprattutto pianisti, insieme ai Maestri Vitale e Ciccolini. Gli anni  Ottanta sono stati un periodo eccezionale, una grande fioritura di talenti. Mi fa piacere che tu faccia riferimento anche al presente, perché è vero che si tratta di un’attività cui mi sono dedicato  più  in  passato, tuttavia continuo tutt’oggi a cercare giovani capaci per  dare  loro  delle  opportunità.  Se  si  vuole, quello è stato il mio merito, aver dato  occasioni  pratiche; penso  a Roberto  Cominati, che quando  mi è stato segnalato aveva 15 anni e ora vanta una brillante carriera. Ma potrei fare tanti altri nomi, persone molto dotate che necessitano di essere instradate per potersi sviluppare e intraprendere una professione, soprattutto nell’età dell’adolescenza, un momento molto delicato e decisivo per la fortuna     di un artista.

 

Ha seguito anche compositori quali Luciano Berio e Krzysztof Penderecki, commissionando loro quelli che poi sono diventati dei capolavori.

Questi sono due musicisti con cui ho avuto un rapporto davvero personale, un’interazione umana di cui ho un bellissimo ricordo. Ho condiviso con Berio la gestazione della prima italiana del suo Rendering, che io ho fortemente voluto. Mi ricordo che mi chiamava “il suo aguzzino”, in maniera affettuosa, perché ho insistito moltissimo affinché la dirigesse a Napoli. Anche con Penderecki c’era un ottimo rapporto, voleva sempre che lo andassi a trovare a Cracovia e mi diceva che una settimana era troppo poco, dovevo restare almeno due! Addirittura quando ho rifondato l’Orchestra della RAI, divenuta Orchestra Scarlatti, lui è venuto a dirigerla gratis.

 

Parliamo ora del suo libro: PergoLennon, o l’Arte della Sincronicità. Un titolo denso di riferimenti e suggestioni. Di che cosa parla?

È una lettura prismatica, dipende da quale approccio si adotta. Si può prendere  in  considerazione  l’aspetto esoterico, iniziatico, psicanalitico, sciamanico, musicale, filosofico… Mi è stato utile l’aver studiato la composizione, perché c’è una coerenza interna, strutturale, molto forte, motivo per cui mi diverto a definirlo come una “Sinfonia letteraria”. Molti mi hanno detto che da quel libro  se  ne  potrebbero trarre altri dieci; si tratta di una sorta  di tintura  madre, che  può  essere  diluita  da  ciascuno per ottenere tutti i colori possibili.

 

Dal titolo mi sembra di capire che lei sia a favore del superamento dei generi musicali canonici a cui siamo abituati, quella divisione rigida fra “Classica”, “Pop”, “Rock” a cui soprattutto i musicisti di tradizione “colta” sono così affezionati.

Ti dirò una cosa che ti sembrerà molto reazionaria, anche se la dico in maniera volutamente provocatoria. Io credo, al contrario, che questi limiti vadano mantenuti con una severità strepitosa. Io sono stato il primo a sostenere la classicità del Rock e a cercare di abbattere queste barriere. Oggi, invece, ritengo che vadano salvaguardate perché la corruzione mediatica ci porta a stabilire valori sbagliati. Quando oggi si sente parlare ai notiziari di alcuni “grandi musicisti” che mediaticamente sono molto forti ma da un punto di vista di contenuti sono assolutamente inconsistenti stiamo andando oltre certi confini che non dovremmo superare. Se questi sono “grandi musicisti”, allora Beethoven che cos’era? Dio sceso in terra? Attenzione! O stabiliamo che Mozart, Beethoven e così via fino a Bartók e Stravinsky appartengano al mondo degli dèi oppure dobbiamo essere più cauti nell’attribuire definizioni esagerate ai questi fenomeni di marketing. Si fa una grande confusione se non si stabilisce la qualità, intendendo con questa parola il contenuto di informazioni che c’è in un qualunque ordito musicale. Penso che oggi tutto questo si debba finalmente cominciare a far capire.

Da questo punto di vista come vede questa pandemia? Pensa che si tratti solo di una tragedia o, come tutti i momenti di crisi, può rappresentare anche un’occasione?

Chiaramente dal punto di vista  sanitario  ci sono  poche  parole, si tratta  di una  tragedia.  D’altra  parte  ce lo dovevamo aspettare, siamo noi che  con  la  nostra  spasmodica  ricerca  di profitto  abbiamo  messo in moto meccanismi che portano anche a questi eventi. È  ovvio  che  siamo  alla  fine  di  un’epoca,  stiamo danzando sui resti di una civiltà; noi possiamo esserne solo dei testimoni perché si tratta di   processi storici lunghissimi, il cui compimento avverrà fra centinaia di anni quando  si  svilupperà  qualcosa di nuovo, perché sappiamo che niente si distrugge ma tutto  si  trasforma.  Filosoficamente, questa pandemia è la proiezione drammatica di qualcosa  che  si  andava  preparando  negli  ultimi  30 anni; prima il Nulla era una monade inaccessibile mentre oggi comincia a divenire. Si tratta di  una  questione filosofica complessa (che un filosofo accademico mi contesterebbe per la terminologia  utilizzata) ma che sviluppo e argomento ad altissimi livelli nel mio libro.

Ecco, tornando al suo libro, cosa significa pubblicare nell’Italia di oggi?

Si sente spesso dire che l’Italia è l’ultima in Europa per la vendita di libri, io credo sia un primato! Io     non ritengo che sia sempre colpa dell’ignoranza se le persone non comprano libri, penso sia dovuto al  fatto che buona parte di ciò che viene attualmente commercializzato abbia perso quel valore nutritivo     che aveva un tempo. Una volta quando io leggevo un testo lo volevo assimilare, quasi iniettarmelo in  vena, nutrirmi col suo contenuto. Oggi chi scrive con questa capacità? Oggi ognuno scrive un libro,    prima era un archetipo inviolabile riservato a quei pochi che davvero ne possedessero le qualità. Ci     vuole coraggio, io stesso ci ho messo 60 anni per decidermi a scrivere qualcosa; solo quando ho capito   che avevo qualcosa da dire, da trasmettere e da nutrire. Quindi, viva “la gente” che non  va  più  a comprare libri! Hanno ragione, perché l’attuale produzione narrativa  che  si  trova  in  libreria  è  di  qualità scadente. Proviamo a pubblicare libri di livello e vedremo  se  saremo  ancora  gli  ultimi  in  Europa o se le cose cambieranno.

 

Quindi dovremo aspettare altri 60 anni per una sua seconda pubblicazione?

In realtà questo libro ne presuppone altri due, sarà una trilogia a cui ho già cominciato a lavorare.
Però vedi, l’altro giorno mi sono messo a scrivere e ho notato una certa facilità, come si dice “ci avevo preso la mano”. Ecco, mi sono fermato immediatamente! Per carità, se si scrive facendosi trasportare diventa un esercizio di stile e non è quello l’aspetto che conta. Io devo dire, quello che mi interessa è il    cosa non il come, ecco che, appena hanno cominciato a venir fuori lunghi periodi di una scorrevolezza e luminosità incredibili, mi sono detto: «ma sto diventando uno scrittore?» e ho smesso.

 

E cosa ci dice del suo rapporto con la musica contemporanea? Lei che ha avuto un ruolo così attivo e da protagonista nello sviluppo di tanti capolavori del secolo scorso e di oggi.

Premesso che andrebbe analizzato tutto caso per caso, senza generalizzare, io faccio sempre una proporzione. Un tempo, per tutti i musicisti, c’era un 90% di intento e un 10% di mestiere. Adesso sembra che questo equilibrio si sia invertito. Quando la musica è accrescitiva del proprio ego e della propria visibilità si vede; la vera musica deve essere nutritiva.  Ecco  che  bisogna  da  una  parte  analizzare davvero nel profondo la  qualità musicale di ciascuno  (attività non semplice in un momento     di grande virtuosismo  grafico  come oggi), dall’altra bisogna capire se arriva o no. Non  è giusto limitarsi   a giudicarla col bilancino da farmacista, soppesando e analizzando ogni piccolo elemento sostitutivo,     non dobbiamo mai dimenticare che, in fin dei conti, la musica è anche abbandono.

 

Le sue parole sono molto intriganti, la ringrazio per questa bella conversazione e le auguro il meglio per il suo libro!

Grazie a te e a chi leggerà quest’intervista e anzi, fatemi avere commenti, suggerimenti e pareri a riguardo. Come dico sempre, si tratta di energia. Scrivere un libro è condividere la mia energia (a sua volta composta da altre che ho assimilato nel tempo) con chi andrà a leggerlo. È quindi fondamentale per me poter avere un ritorno di questa forza che, mescolandosi col vissuto delle persone, mi giunge rinnovata e arricchita in un continuo scambio altamente costruttivo culturalmente e spiritualmente.

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