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Music from the Sphinx. Il viaggio caleidoscopico di Valentina Ciardelli.

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di Nadir Garofalo

Eclettica, ironica, multiforme: Valentina Ciardelli, contrabbassista di prim’ordine, diplomata al Royal College of Music e al Trinity Laban Conservatoire of Music and Dance di Londra, è la Sfinge cui l’ascoltatore può porre infinite domande. Le risposte sono (forse) tutte qui, nelle undici tracce del suo album, pubblicato recentemente per Da Vinci Classics.

Il suo compagno di viaggio è Alessandro Viale, pianista, clavicembalista, direttore d’orchestra e compositore, con un curriculum variopinto e ricchissimo, considerata la sua giovane età.

Il disco si apre con l’arrangiamento di Morgen!, quarto lied dall’op. 27 di Richard Strauss, per contrabbasso, pianoforte e voce. Il lavoro sul brano originale mantiene la stessa dolcezza, la medesima intimità. Il pianoforte resta in disparte, lasciando cantare il contrabbasso e poi ancora Veronica Granatiero, la prima special guest di quest’album. Dal fa diesis al sol acuto, la voce è sempre limpida e il vibrato ben dosato, senza eccessi. Le parole di Mackay scorrono liete sulle corde vellutate della Ciardelli così che, senza accorgercene, dopo appena tre minuti e mezzo, sul nostro sorriso si è depositato quel silenzio muto della gioia di cui parla il poeta. Ma non bisogna indugiare nel silenzio: i successivi tre pezzi sono i tre movimenti della Sonata di Valentina Ciardelli che ci ricorda a ogni passo le mille sfumature di un pensiero compositivo saggiamente applicato ai due strumenti. Giadamonio, Opalamonio, Quarzamonio sono le parole magiche di un incantesimo sonoro. Il suffisso latino ci rimanda ai concetti di “azione”, “appartenenza”, ma anche “protezione” ed è così che i tre titoli si tingono di ulteriore fascino. Sembra di osservarle queste pietre preziose, a partire dalla giada, veicolo di emozioni, non uniforme nel colore, ma venata ora da influssi romantici ora impressionisti e, attraverso questi, dal richiamo al proprio luogo d’origine, l’Oriente. Sono le stesse impressioni del secondo tempo, dove il Cupidos Paederos (un bambino bello come l’amore, dicevano i Romani) rivela tutta l’irregolare bellezza della sua struttura cristallina. Il contrabbasso si fa luce, nel dialogo acceso col pianoforte, e con esso gioca sia su placidi lirismi sia su temi di fanciullesca memoria, appunto, diffrangendosi poi nei silenzi brevi tra le sezioni interne. Il terzo movimento si apre con un soffio di vento, persino difficile da immaginare nella sua resa strumentale, seguito da un tema incedente e a tratti percussivo, in perfetto equilibrio tra il registro grave e quello acuto, conducendoci nell’ampio ventaglio delle possibilità timbriche del contrabbasso. Se è vero che il quarzo rosa è la pietra scelta da quelle donne che hanno il coraggio di rivendicare la presenza del Divino Femminile in loro, ebbene questo reimpossessamento ancestrale ce lo rivela, con la sua narrazione da epica greca, dispiegata quasi sensualmente dall’eccellente esecuzione della Ciardelli.

La seconda Danza spagnola, Orientale, di Granados è un tripudio di armonici, echeggianti la sinuosità moresca di paesaggi crepuscolari bagnati dall’Oceano. Non c’è pianoforte qui, bensì la viola di Ignazio Alayza che apre il brano con un ostinato circolare in perpetuo sviluppo. Su di esso s’innesta amabilmente il contrabbasso, prima con la sua melopea, poi restituendo lo spunto tematico alla viola e così intrecciando con essa le proprie corde sino alla fine. L’inversione alternata delle altezze dell’originale, il sottile lavoro sulla dinamica, la pienezza espressiva dei due strumenti, sono gli elementi che fanno di questa esecuzione un vero capolavoro.

L’esclamazione di Pinkerton, con cui si apre Madama Butterfly, dà il titolo al medley pucciniano elegantemente elaborato dal duo contrabbasso-pianoforte: E soffitto, e pareti, a Journey into Madama Butterfly by Giacomo Puccini. È un tributo atteso, desiderato, data l’origine lucchese della Ciardelli che qui mostra, ancora una volta, l’abilità della trasformazione, della trasfigurazione del suono. Può tutto con il suo fidato Scipioni, di fattura mantovana: non si limita a far vibrare le sue corde, ma lo fa parlare, lo fa ridere e piangere, come in Un bel dì vedremo, dove ci sembra quasi di udire la sua voce umana e l’illusione che l’accompagna. Ancora l’opera è protagonista del brano seguente, The Diva Dance, la pazzia di Lucia di Lammermoor nella versione ultramoderna di Éric Serra, il compositore francese tanto amato da Luc Besson. Torna la voce calda della Granatiero che, soprattutto nel minuto finale, rivela tutta la sua drammaticità, districandosi con disinvoltura in ogni registro.

Passando da Donizetti-Serra a Schubert, il viaggio si avvia alla sua conclusione, non senza ulteriori sorprese. Erlkönig, il Re degli elfi, nell’evocativa ballata di Goethe, musicata dal compositore austriaco nel 1815 e ora riproposta per pianoforte, contrabbasso e viola. L’arrangiamento beneficia certamente della versione orchestrale di Hector Berlioz, ma qui la voce è sostituita dagli archi ed è mantenuto l’ambiente cupo e compatto dell’originale. C’era il rischio di ricreare qualcosa di antico e udito più e più volte, un pericolo certamente evitato, anche grazie a un uso sapiente ed evocativo dei due archetti.

E poi c’è Echidna’s Arf of You: Valentina Ciardelli si spoglia di ogni cliché e con lei il suo strumento. Il contrabbasso diventa pura avanguardia nell’arrangiamento del brano di Frank Zappa (che amava molto Puccini) e ci catapulta negli anni Settanta, sul palco del Roxy, a Hollywood. Il suono è graffiante ma sempre ben curato, tutto a vantaggio, ancora una volta, della declamazione; non si perde mai nel ritmo forsennato o nella tentazione all’ampliamento della dinamica. È una citazione sincera e misurata, di classe.

Così come è altamente raffinata la composizione di Viale, Notturno a Lerici. Sembra di essere lì, su quella terrazza del Golfo dei Poeti, in compagnia di George Sand, Lord Byron, gli Shelley, Virginia Woolf e persino Richard Wagner che fa capolino. Come in un dipinto di Turner, le onde placide tra le barche, le luci che si arrampicano sul castello, il profilo di Porto Venere che si confonde tra le nuvole all’orizzonte, si fanno colore, spirale sfumata nel ricordo.

L’ultimo brano è, giustamente, la più alta celebrazione del contrabbasso, in tutto il disco. Motivy è il lavoro del compositore bulgaro Emil Tabakov. Il pianoforte si è defilato, i riflettori sono tutti lì, sulle corde moltiplicate dai virtuosismi della Ciardelli. È meraviglioso sentirla esprimersi con tale completezza, giocando con i tecnicismi proposti dall’autore. A suo agio tanto nelle corde doppie (e simultaneamente nei glissandi), quanto negli armonici della sezione centrale, la possiamo quasi sentire sorridere, mentre si diverte a mostrarci ogni tipo di colpo d’arco possibile, o quasi.

«Come dovrebbe essere il suono di una Sfinge?» ci domanda Valentina Ciardelli sul suo sito, ricordando Arturo Toscanini: il grande direttore d’orchestra disse che sarebbe morto senza aver prima compreso le donne e l’intonazione dei contrabbassi, ma siamo convinti che Music from the Sphinx gli sarebbe piaciuto da matti; non solo perché si tratta di un unicum prezioso nella discografia di ogni tempo, ma anche perché è una festa di colori, luoghi, epoche, stili, dove la rivisitazione porta sempre il gusto di un omaggio ben fatto e la novità allieta, con eccellente e composta stravaganza.

 

 

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