Emergenza musica classica. Intervista a Paola Carruba.

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di Stefano Teani

Impossibile sintetizzare l’impegno e l’attività di Paola Carruba in poche righe. Laureata in Psicologia e iscritta all’albo degli Psicologi, è anche diplomata in Pianoforte. Dopo aver svolto l’attività concertistica per un decennio, si dedica alla Formazione Manageriale, all’Organizzazione e Gestione Risorse umane per il Ministero degli Affari Esteri. Lavora poi per numerose aziende pubbliche e private per approdare in RAI come Responsabile di Selezione e Sviluppo Risorse Chiave. Successivamente diventa responsabile delle edizioni e produzioni musicali della Direzione Commerciale Rai, per giungere nel 2015 alla nomina di Sovrintendente e Segretario Generale della Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Parallelamente, svolge un’intensa attività scientifica in qualità di relatrice a seminari e convegni internazionali in materia di psicodiagnostica e test proiettivi.

 

Benvenuta Professoressa Carruba. Lo scorso 30 ottobre, a Prato, si si è tenuta una doppia tavola rotonda con relatori “stellati”.

 Sì, oltre ad essere “stellati” erano anche dislocati in varie parti del mondo: da Tokyo, Mumbai, Long Island e così via. Questo ha generato una distribuzione quasi omogenea su tutto il globo terraqueo, favorendo il confronto su una tematica sicuramente sfaccettata ma che riguarda un po’ tutti noi del settore musicale.

 

Ecco, parliamo del tema che si è discusso. Il titolo molto ambizioso era “Creazione e sviluppo di nuovo pubblico per la musica dal vivo”.

 Affrontare questo tema è diventato ormai una vera e propria emergenza; oserei dire “finalmente”, perché per anni ci si è limitati a negare l’esistenza del problema, tirando a campare. Indubbiamente il Covid ha accelerato questo processo, rendendolo non più mistificabile. Qualcuno ancora tenta di occultarlo, ma poi arrivano i dati dell’Istat, dell’Agis e dei vari Ministeri che presidiano questi argomenti e, ahimè, si esprimono perentoriamente. L’Istat dice che il 94% degli italiani, nello scorso anno, non è mai entrato in una sala da concerto. La relazione Agis ci svela che la percentuale di pubblico della musica cameristica, sinfonica e lirica (sempre nel 2023) ha registrato una flessione del 30%…

 

…ma sono dati terribili!

 Non è finita. Tutto il resto della musica dal vivo (quindi altri generi e forme di spettacolo) non solo ha avuto una ripresa che la riporta in linea coi livelli pre-Covid ma li ha abbondantemente superati. Quindi non c’è alcuna esagerazione nel dire che è un tema emergenziale che riguarda il “nostro” mondo, quello della musica cosiddetta colta o classica.

 

Quali sono le azioni concrete che possiamo mettere in atto?

 Personalmente, il primo intervento che ho cercato di fare in funzione della mia esperienza con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, è stato quello di avviare un Master per dare una formazione specialistica di questi temi, creando dei professionisti che abbiano le competenze necessarie per affrontare consapevolmente questo tema. Insieme al Prof. Marco Mangani abbiamo avviato una cosiddetta edizione zero del “Master in progettazione e gestione di processi educazionale nella musica dal vivo”, con 7 iscritti che – una volta completato il corso – lavorano tutti con grande soddisfazione all’interno di blasonate realtà musicali italiane e internazionali. Tuttavia mi sono accorta che tutto questo non basta.

 

Per questo ha creato queste tavole rotonde?

 Esattamente, ho capito che formare giovani non basta, anche perché si andranno a inserire in realtà al cui vertice troveranno figure legate ai vecchi sistemi. C’è la necessità di chiamare a raccolta molte persone del settore, creando un cantiere permanente. La parola “cantiere” è stata scelta proprio per dare l’idea che non stiamo ragionando di alta filosofia ma intendiamo rimboccarci le maniche e affrontare questo problema in maniera continua. La prima edizione è quella riportata nella locandina (in foto) che è avvenuta lo scorso ottobre. Il senso è quello di raccogliere tutti gli operatori del settore (direttori artistici, sovrintendenti, uffici stampa, responsabili della comunicazione, chi ha avuto ruoli istituzionali e politici ecc.), per condividere e mettere a fattor comune delle riflessioni logiche e metodologiche. L’obiettivo non era quello di far raccontare a ciascuno quali meravigliose attività hanno svolto, ma ragionare su quali sono i metodi per risolvere questo problema trasversale.

 

Tuttavia, mi permetto di dire, sembra un problema che forse travalica le competenze di chi fa arte.

 Infatti abbiamo invitato anche economisti, persone che studiano i fenomeni dal punto di vista quantitativo. Una delle mie battaglie è anche questa: in Italia facciamo fatica a confrontarci con i numeri. Purtroppo, invece, tutte le riflessioni che producono un cambiamento dovrebbero affondare le proprie radici all’interno di un ragionamento quantitativo e qualitativo sostanziato da analisi. Non si può fare in maniera narrativa, a volte addirittura impressionistica.

 

Come si è svolta questa chiamata alle armi?

 L’impostazione era da Talk, tutti seduti su poltroncine con una conduzione gestita da me e Mangani cercando di far contribuire tutti. Devo dire che si è rivelato un grande successo. In primis per la scelta dei partecipanti; è stato per me un onore, ad esempio, avere Francesco Giambrone, che nonostante la fittissima agenda mi ha assicurato la presenza dal primo momento. Non è stato semplice decidere chi convocare: da una parte sentiamo la necessità di avere il contributo di persone giovani, con visioni aggiornate e pronte a cogliere le sfide del nostro tempo che – tuttavia – ricoprono ruoli secondari o hanno minore esperienza; dall’altra è fondamentale il contributo di chi è al vertice da molto tempo ma, per contro, fa parte di quel sistema che dobbiamo ripensare. Credo alla fine di aver trovato un buon mix fra le due categorie.

 

Alla fine di questo processo è emerso qualcosa di concreto?

 La cosa interessante è che, effettivamente, non ci siamo limitati a condividere un problema comune ma siamo riusciti a discutere e confrontarci seriamente. Ci sono stati anche dei momenti di disaccordo piuttosto marcato. Faccio un esempio: la questione della gratuità, se i concerti debbano avere un biglietto oppure no. Su questo tema è scoppiata una bagarre incredibile, come si può immaginare. Tematica, peraltro, che se analizzata dal punto di vista del marketing non ha alcun senso! A nessuno verrebbe mai in mente di dire che non si va al cinema e non si comprano le merendine ai bambini perché non sono gratuite, invece quando si tratta di concerti classici viene fuori la questione.

 

È sempre un tema molto divisivo quello del costo dei biglietti. Come quello della musica contemporanea.

 Ecco, su questo invece abbiamo avuto delle notizie incoraggianti e inaspettate. Pare che siano molto premiate le opere di musica contemporanea, e anche su questo si è dibattuto e ci siamo chiesti il perché. Quindi siamo andati oltre i soliti stereotipi e pregiudizi secondo cui la musica del presente non funziona e si debba sempre prediligere quella del passato, scoprendo che da Milano a Palermo la musica nuova è stata accolta in maniera straordinariamente calorosa dal pubblico. Devo dire che è stata un’occasione, anche per noi che l’abbiamo organizzata, di scoprire cose non già dette, scritte e masticate. Ovviamente non c’è alcun dubbio sulla necessità di ritornare su questi temi in più incontri, non basta una tantum.

 

Quindi, per concludere, sfatiamo anche il mito che “l’opera lirica ancora regge”?

 Nessun dato sostiene questa tesi. Nell’ultimo provvedimento del Governo sono stati messi sul tavolo   520 milioni di euro per le fondazioni lirico-sinfoniche, questo forse dà l’illusione che le cose vadano meglio. I dati purtroppo sono implacabili; lo ripeto: -30%. Se si parlasse di un’azienda si parlerebbe di un vero e proprio crollo, non possiamo continuare a minimizzare e nascondere la testa sotto la sabbia.  Aggiungo un ultimo tassello che aprirebbe una riflessione ancora più ampia: abbiamo detto che il 94% degli italiani nel 2023 non ha messo piede in una sala da concerto. Bene, pare che – di quei 6 rimasti – solo 1 abbia un titolo di studio di scuola media o superiore, gli altri sono tutti laureati. Ecco che si apre anche la riflessione sul divario sociale del pubblico.

 

Mi rendo conto che potremmo – e dovremmo – parlarne davvero per ore. Nel ringraziarla per i dati e gli spunti che ci ha fornito, vorrei chiudere con qualcosa di propositivo, un suo personale suggerimento o invito all’azione.

 Ritengo che la prima azione da intraprendere sia proprio quella di uscire da questo equivoco di voler raccontare la realtà a nostro modo, bisogna analizzare i numeri e affrontarli, basta nascondersi. Sono brutale, ma si tratta unicamente del rapporto fra domanda e offerta. In questo momento non c’è domanda per quello che offriamo noi, prima ce ne renderemo conto e prima inizieremo ad agire di conseguenza e – magari – invertire la tendenza.

 

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