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Il Boléro di Maurice Ravel: una sapiente ipnosi.

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di Smeralda Nunnari

«La cosa migliore che ho realizzato è il Bolero, peccato che non sia musica!»
(Maurice Ravel)

 

Maurice Ravel, compositore, pianista e direttore d’orchestra francese, nasce il 7 marzo 1875 a Ciboure, un piccolo villaggio sul fiume Nivelle, nella regione francese dei Pirenei, vicino al confine con la Spagna. Sapiente e raffinato artista, noto, anche, per le sue battute disarmanti, come quella data a Gershwin, che si rivolge a lui, per poter studiare meglio la musica, ottenendo tale rifiuto: «Perché vuoi essere un Ravel di seconda classe quando sei già un Gershwin di prima?». È risaputo che Ravel non ha mai scritto una battuta in modo sciatto o distratto, perfezione verificabile, anche, nel Bolèro, che, nella sua magnifica forma sonora, presenta un’originalità e una fantasia spettacolare.

Composto su commissione di Ida Rubinstein, danzatrice russa e celebrità della Parigi della belle époque, per mettere in scena un balletto dalle atmosfere spagnoleggianti. La prima esecuzione del balletto avviene il 22 novembre 1928, all’Opéra di Parigi, con la compagnia di Balletti Ida Rubinstein, la direzione di Walther Straram, la coreografia di Bronislava Nijinska, le scene e i costumi di Alexandre Benois. Un balletto ambientato in una taverna andalusa, dove la stessa Rubinstein, nei panni di una sensuale ballerina gitana, danzando sopra un tavolo, suscita l’ebbrezza dei gitani coinvolti progressivamente nel vortice travolgente della danza. La rappresentazione ottiene un grande successo, ma non mancano severe critiche. Viene riportato che una donna in platea dà del matto al compositore. Ma Ravel replica: «Signora, lei ha capito l’opera».

La particolarità del Boléro è dovuta, infatti, alla sua estrema essenzialità, poiché i diciassette minuti della sua durata, sono occupati da due soli temi, privati dello sviluppo tematico e costretti alla ripetizione ipnotica di un unico disegno, sopra una base ritmica ossessiva e primitiva. L’aspetto centrale dell’opera sta nell’orchestrazione dei singoli strumenti, che nelle varie ripetizioni si aggiungono, si tolgono, cambiano registro, sempre suonando soltanto le due melodie e la base ritmica. Un vero e proprio esperimento sulle dinamiche di un’orchestra, sulla gestione delle intensità sonore, attraverso aggiunte o sottrazioni di strumenti.

Il Boléro è in Do maggiore e comincia con l’indicazione di pianissimo. Si apre con una base ritmica garantita dalle percussioni, per tutto il brano. Seguono, le viole e i violoncelli che accompagnano in pizzicato, mentre un flauto esegue per la prima volta il celebre tema, indicato spesso come A. Ravel si ispira alla danza tradizionale spagnola conosciuta proprio come boléro, caratterizzata da una scansione ritmica in 3/4. Una musica vagamente araba, lunga, morbida, strisciante, ma avvolgente. Il tema A dura diciotto battute, dopo le quali viene ripetuto una seconda volta ma da un clarinetto, mentre il flauto si aggiunge al tamburo per la base ritmica. Al terzo giro, entra in scena il fagotto che esegue il secondo tema, il B, che si basa su una scala diversa e contiene alcune note che richiamano atmosfere arabe. Poi il tema B viene eseguito di nuovo, da un clarinetto.

Pian piano, il Boléro si rende sempre più imponente, si aggiungono molti strumenti, dagli ottoni come la tromba ai legni come l’oboe agli archi come i violini. Il compositore include anche il sax tenore, uno strumento tipico del jazz, di cui è un appassionato. Per tutto il brano la melodia rimane esattamente la stessa, così come l’andamento ritmico: l’unica variazione arriva nelle ultime battute, con un brusco passaggio alla tonalità di Mi maggiore, ma dopo cinque battute ritorna sul Do maggiore. Il tutto si sviluppa in un crescendo onomatopeico, che evoca l’affanno umano, un battito bestiale, fino a culminare in un grido di liberazione emesso dall’orchestra, riscontrabile nell’azzeramento del ritmo, dove tutto si placa.

L’efficacia dell’espressività artistica del Boléro, metafora del mistero della vita, dipende dalla capacità del direttore d’orchestra di gestire le dinamiche degli strumenti e il tempo. L’opera deve parte della sua fama ad Arturo Toscanini, che nel 1929 la esegue a New York, con grandissimo successo e l’anno successivo, sempre con la New York Philarmonic Orchestra la porta a Parigi, dove Ravel si accorge che la versione di Toscanini è molto più veloce della sua, dura qualche minuto in meno dei diciassette da lui stabiliti. E, mentre il mitico maestro italiano s’inchina al pubblico osannante che richiede a gran voce, anche, il compositore sul palco a condividere il trionfo. Ravel non si muove, esclamando: «Trop vite, trop vite!», ossia: «Troppo in fretta, troppo in fretta!». Alla precisazione di Toscanini: «Se non la suono a modo mio, sarà senza effetto», Ravel irritato risponde: «i virtuosi sono incorreggibili, sprofondati nelle loro chimere come se i compositori non esistessero».

Ravel dirige, l’11 gennaio 1930, la sua partitura in forma di concerto, ai Concerts Lamoureux, con grande successo. Boléro rappresenta una forte pagina sinfonica, destinata a traguardi imprevedibili. Conta numerose versioni coreografiche che si sono succedute, tra cui quelle di Aurelio Milloss, Serge Lifar, Filar Lopez e Maurice Béjart. Una melodia che si diffonde oltre i confini degli ambienti della danza e della musica colta. Innumerevoli sono le sue trascrizioni di vario tipo e per tutti gli strumenti, gli impieghi come colonna sonora cinematografica, nelle competizioni di pattinaggio artistico e nei saggi di danza di tutto il mondo.

Bernstein, nel sostenere l’assoluta originalità del Boléro, la sua perfezione e la giusta valorizzazione dell’orchestra afferma: «la musica giusta è quella suonata dagli strumenti giusti, nella giusta combinazione, al momento giusto».

 

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