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“Piccolo mondo antico” di Nino Rota: il passato, la storia, l’impronta, il gigante.

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di Smeralda Nunnari

<<La musica è un diritto naturale dell’umanità, perché essa parla a tutti: potenti e umili, ricchi e poveri, felici e infelici, a tutti coloro che, per un misterioso privilegio elargito all’animo umano, sono sensibili al profondo e potente suo messaggio>>.

(Nino Rota)

Il concerto per pianoforte e orchestra Piccolo mondo antico è uno degli ultimi lavori di Nino Rota, commissionato dalla Rai di Napoli e eseguito al pianoforte dallo stesso compositore nel 1978, con l’orchestra, diretta da Michele Marvulli. Il virtuosismo trascendentale della partitura rivela le grandi doti dell’autore e pianista. Con questo concerto in Mi minore l’artista riesce a realizzare pienamente il suo intento di creare un’atmosfera nostalgica, in accordo con la scelta del sottotitolo che rievoca, non a caso, l’omonimo romanzo di Antonio Fogazzaro, le cui opere conosceva, indubbiamente, a fondo. Infatti, già nel 1947, aveva realizzato la colonna sonora per il film Daniele Cortis tratto dal romanzo politico dello scrittore con la regia di Mario Soldati.

Sembra che il compositore abbia voluto richiamare nel titolo il concetto di piccolo mondo antico, cioè di un mondo circoscritto alle soglie di un cambiamento epocale: la seconda guerra risorgimentale e l’imminente Unità d’Italia. Svolta descritta anche da Tomasi di Lampedusa, nel suo capolavoro Il Gattopardo, del cui film, diretto da Luchino Visconti nel 1963, Rota compone le musiche. Narrazioni di un forte mutamento, percepite probabilmente in sintonia analogica con la rivolta studentesca e socio-culturale del 1968. Quasi a sottolineare e affermare che nessun cambiamento epocale, politico o culturale, come quello attraversato dall’Italia degli anni settanta può mettere in pericolo e annientare il passato, la nostra storia, i veri valori tramandati, gli ideali della libertà e dell’autonomia, né tantomeno la vecchia, antica buona musica; alla quale il compositore mostra, pur con discreta, ma energica impronta modernistica, di restare sempre fedele. Sono evidenti le affinità con i grandi modelli del passato e l’utilizzo di elementi in discrasia con la propria epoca testimoniano la misura del suo astuto coraggio o della sua candida incoscienza, rivelatisi peraltro estremamente funzionali alla riuscita del progetto desiderato.

Negli stessi anni anche Giovanni Guareschi, nella propria rivista garibaldina e anticonformista Il candido esordisce con i propri racconti di Mondo piccolo. Don Camillo nel 1946, pubblicati, poi, in volume nel 1948, con successiva trasposizione cinematografica, che descrivono un’Italia uscita dal secondo conflitto mondiale, nel nuovo scenario della guerra fredda. Dove nonostante le rivalità politiche, l’amicizia e i buoni sentimenti prevalgono, a dispetto di tutto e tutti. Un mondo storico, di valore universale e straordinariamente attuale, poiché il piccolo mondo del Mondo piccolo non è un luogo fisso o determinato, ma un microcosmo che si muove e si rinnova assieme ai vari Don Camilli, Pepponi e Smilzi. Mentre tutto sembra cambiare, la storia si ripete ed insegna che i valori non hanno tempo, né spazi determinati. E un mondo che, attraverso il tempo e i cambiamenti, appare sempre più piccolo e antico, in realtà, resta il gigante, sulle cui spalle l’intera umanità poggia. Un immenso retaggio, trasmesso e consegnato a ciascuno di noi, un Piccolo mondo antico, un modello con cui ognuno può confrontare, misurare e arricchire le proprie infinite ed immense possibilità.

Rota è stato un compositore estremamente versatile, cimentatosi in vari generi, dal classico al moderno, dalle sinfonie agli oratori, dalla musica da camera alle canzoni, sempre originalissime per scrittura e ispirazione. Con il concerto per pianoforte e orchestra, la sua nativa e divertente disposizione a incastonare eclettismi, rendendoli omogenei tocca il vertice. In questa composizione elabora una sorta di sano eclettismo, perché fa’ i conti con la tradizione, la continua e insieme la rinnova.

In questo prezioso capolavoro poetico-musicale del nostro novecento musicale, la strumentazione, abbastanza tradizionale aggiunge al pianoforte solista e agli archi: tre flauti (con l’obbligo dell’ottavino), due oboi (con l’obbligo del corno inglese), due clarinetti in si bemolle, 2 fagotti, 3 corni in fa, 3 trombe in do, timpani. L’opera è in tre movimenti: il primo, Allegro tranquillo, è nella tradizionale forma bitematica dell’Allegro da sonata ma con un’atipica tripartizione sotto il profilo tanto tematico quanto armonico-tonale; il secondo, Andante, è nel genere del Lied tripartito-strofico; il terzo, Allegro, è nella forma strofica del Rondò.

Con questo concerto il musicista ripercorre gli antichi meandri di un piccolo mondo, una rivisitazione del passato in chiave modernistica, in un’atmosfera nostalgica, patetica e, pure, giocosa. Nella sapienza compositiva dell’intera opera è evidente l’interna tensione argomentativa, la varietà dei temi e la loro contrapposizione dialettica, il rispettivo bilanciamento e fusione nel divenire del gioco armonico delle parti. Alla ricerca di quella consolazione metafisica che, solo la musica, ha la capacità di donare all’animo di ogni uomo, raggiungendo così, l’obiettivo roteano, nell’intento di dimostrare che, quel microcosmo, con la sua antica eufonia, non è mai trascorso, non è mai finito, ma continua a forgiare il nostro presente.

Considerate l’epoca della composizione e le precarie condizioni di salute dell’autore, il concerto sembra suonare come un dolente ed appassionato poema dell’addio. Ma, come quasi tutte le sue composizioni, anche questa nasce da una determinata commissione e ogni parte, ogni opera nasce e si sviluppa per ottemperare a quella singola commissione. I forti contrasti emotivi che animano questo concerto e la realizzazione sapiente di un brano di così tanto ampio respiro, con un materiale tematico così ridotto, svelano le sue doti di maestoso artigianato e il rispetto verso la tradizione compositiva ed i suoi strumenti considerati, in quel periodo, definitivamente, fuori dal corso storico, ai quali, invece Rota resta legato. Le scelte espressive e stilistiche del compositore sono certamente distanti dalle tematiche e dai linguaggi della musica a lui contemporanea, spesso rivolta alla sperimentazione, alla ricerca di nuovi linguaggi e differenti forme espressive. In un’epoca sconvolta dalle innovazioni introdotte dai cosiddetti movimenti d’avanguardia, con la propaganda delle sintassi dodecafonica e la distruzione di quella tonale e, quindi, dei fondamenti stessi della teoria musicale, Rota viene guardato con diffidenza. Ma pur vivendo in una congiuntura storica negativa e tormentata dell’arte dei suoni, dominata anche dallo scisma fra musica seria e musica leggera, egli riesce a comporre, divinamente, i suoi numerosi capolavori, prendendosi la libertà di essere se stesso, lasciandosi guidare dal proprio istinto e dalla propria invenzione. A proposito delle continue provocazioni sulla sua doppia veste di compositore per il cinema e per le sale da concerto, risponde: <<Non credo a differenze di ceti e di livelli nella musica. Secondo me, la differenza di musica leggera, semileggera, seria, è del tutto fittizia. Il termine musica leggera si riferisce solo alla leggerezza di chi l’ascolta, non di chi l’ha scritta… Per questo non mi offendo, quando mi danno del cinematografaro: musica per film o altra musica, vi metto sempre lo stesso impegno. È diverso soltanto il territorio tecnico in cui mi muovo>>.

L’enorme committenza cinematografica, da parte di registi italiani e stranieri, che conta più di centocinquanta colonne sonore, ha generato una sorta di annullamento del musicista nell’opera, consegnando Rota ad un limbo, dal quale, solo adesso, sta uscendo, grazie a un maggiore equilibrio nella valutazione. Il tempo mostra ora che, molti di quei capolavori di musica contemporanea, specialmente quelli di estrazione più intellettualistica, sono poco o per nulla eseguiti. La modernità del nostro artista è quella di uno stile colto e eclettico che riesce a fondere stili e generi diversi senza distinzione tra generi classici e moderni, colti e non colti, da cinema e non, e a dare alla sua produzione musicale un’impronta universale ed un potere catartico.

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