Quando mani e cuore contano ancora, nella musica! Intervista a Geoff Westley.

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di Salvatore Sclafani

La personalità musicale di Geoff Westley, musicista britannico ma italiano di adozione, mostra i tratti dell’artista completo. Pianista, arrangiatore, direttore d’orchestra e compositore, dopo gli studi di flauto, pianoforte e composizione al Royal College of Music di Londra, ha avuto un’importante carriera in tutti gli ambiti della musica. Già a 23 anni, è direttore di musical nel West End di Londra; poco dopo, diventa direttore musicale dei Bee Gees, con i quali collabora per sette anni.

Dalla fine degli anni Settanta, lavora come produttore e arrangiatore per artisti italiani come Lucio Battisti, Claudio Baglioni, Riccardo Cocciante, Mango e Renato Zero. È stato, inoltre, direttore musicale delle edizioni 2018 e 2019 del Festival di Sanremo, sotto la direzione artistica di Baglioni.

Diverse, anche, le collaborazioni come arrangiatore e direttore d’orchestra, fra cui la London Symphony Orchestra, la Royal Philharmonic Orchestra, l’Orchestra del Teatro Regio di Parma, l’Orchestra del Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania e l’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano. Ha offerto il suo contributo in due film di James Bond: è stato tastierista e direttore d’orchestra per La spia che mi amava e ha pilotato la mongolfiera in Octopussy.

Vive stabilmente in Inghilterra, ma si reca periodicamente in Italia. A inizio giugno 2023, è stato invitato in Belgio, a Bruxelles, dalla pianista e ricercatrice Giusy Caruso per esibirsi in concerto per le stagioni del Sounds Resist e del Salon Musical. TGmusic.it ha avuto l’occasione di incontrarlo e intervistarlo.

 

Qual è stato il suo contatto con la città di Bruxelles e il Belgio?

È stata la mia prima volta in città. Un paio di mesi prima, la pianista e ricercatrice Giusy Caruso mi aveva invitato ad Anversa per condurre un seminario destinato ai suoi allievi del Conservatorio Reale. Ho avuto delle belle impressioni da entrambe le città. In particolare, sono rimasto colpito dal modo in cui la musica sperimentale, jazz e classica, sia sviluppata e incoraggiata in Belgio: l’ho trovato un luogo ideale per coltivare la creatività, l’invenzione.

 

A quale genere attribuisce la musica che lei compone?

È essenzialmente legata a una sensibilità classica. In genere, inizio a suonare senza un’idea precisa di dove andare. Ad esempio, i due dischi di pianoforte solo che ho prodotto fra il 2019 e il 2021, Does what it says on the tin e The mellow album, sono nati da improvvisazioni piuttosto casuali. Da questi lavori, ho tratto la maggior parte dei brani che ho presentato in concerto a Bruxelles.

 

L’improvvisazione costituisce, dunque, un aspetto fondamentale del suo linguaggio.

Il mio rapporto con l’improvvisazione è abbastanza semplice: prima di tutto, provo. Poi, da un lato, metto da parte ciò che non funziona; dall’altro, riprendo e adatto gli elementi che mi sembrano efficaci.

Sono un appassionato del concetto di free improvising e credo che l’improvvisazione sia un elemento imprescindibile per ogni musicista. Fino a 150 anni fa, infatti, era normale, per un musicista, cimentarsi con l’improvvisazione. Purtroppo, si tratta di una pratica che, ormai, è sempre più rara: mi rendo conto che, oggi, molti interpreti non riescono a sentirsi a proprio agio con la musica non scritta, che non è racchiusa in uno spartito. Si rischia di pensare che fare musica significhi riprodurre la musica scritta, senza errori. Ma bisogna anche suonare la propria musica, che viene dal cuore; anzi, penso che quando un interprete si cimenta abitualmente con le sue improvvisazioni o composizioni, diventa più sensibile rispetto al lavoro degli altri compositori che interpreta.

In tal senso, sono stato molto contento di proporre, con Giusy Caruso, delle improvvisazioni a due pianoforti, un’altra delle pratiche sperimentali condivise con i suoi allievi durante il seminario.

 

A quale stile si rifanno i suoi dischi?

 Sono stato molto influenzato dai compositori che ho amato e con cui sono cresciuto: in particolare, quelli del periodo romantico e postromantico, come Chopin, Rachmaninoff, Sibelius, Grieg…Ho assorbito naturalmente il loro stile come ascoltatore assiduo, per poi trasferirlo nelle mie improvvisazioni.

Adesso, sto pensando al mio prossimo disco. Vorrei che fosse diverso dal secondo, mi piacerebbe proporre un linguaggio più dissonante e più sperimentale, dal punto di vista armonico. Ci lavorerò durante l’estate.

 

La sua è una personalità musicale completa di pianista, direttore d’orchestra, compositore, arrangiatore, ma anche produttore. Cosa significa esercitare queste due ultime professioni, in particolare?

 Ho avuto la fortuna di lavorare nell’ambiente più raffinato, forse, del mondo pop, anche se ammetto di non amare questo termine. Soprattutto, nel contesto del pop italiano, un settore di grande qualità, i cui protagonisti nulla hanno da invidiare ai loro omologhi del mondo anglosassone. Tuttavia, si tratta di una musica meno diffusa nel mondo a causa della lingua; se gli artisti pop italiani cantassero più spesso in inglese, le loro canzoni sarebbero sicuramente più conosciute al di fuori dell’Italia. Però, è anche vero che verrebbe meno la poesia italiana!

Ciascun produttore ha una propria metodologia di lavoro; personalmente, sono abituato a occuparmi dell’arrangiamento, della selezione dei musicisti che vi partecipano e dello studio di registrazione in cui lavorare. In genere, quando inizio, do una sorta di mappa con le sigle e la struttura della canzone. Poi, mi metto al pianoforte, insieme al bassista e al batterista. Canto la canzone al microfono, accompagnandomi di tanto in tanto allo strumento, per capire qual è la risposta dei due strumentisti che mi stanno a fianco. Intervengo, poi, dando loro indicazioni.

Ecco, per me l’arrangiamento deve nascere da un simile lavoro di collaborazione. Poi, procedo all’orchestrazione: in questo caso, devo riflettere, da solo, ai vari timbri orchestrali da sovrapporre. Ma la base del lavoro nasce in studio, dall’incontro con altri musicisti. E nel mio caso, credo sia un metodo efficace.

Mi viene in mente il primo brano che arrangiai per Battisti, Prendila così, dall’album Una donna per amico (1978). I movimenti della batteria e del basso che aprono la canzone sono stati creati in studio dai due musicisti che erano con me, durante l’arrangiamento. Trovai geniale il loro intervento.

 

Cosa è cambiato nel suo mestiere, oggi?

 Mi dispiace molto notare come, attualmente, la musica pop sia spesso prodotta da una sola persona, al computer, come se vi fosse un’esigenza di perfezione a tutti i costi. La musica non è solo perfezione; anzi, spesso, nasce dall’imperfezione di esseri umani che suonano insieme.

Vorrei continuare a sentire canzoni create dalla mano umana, non da un computer. Il rischio, oggi, è di abbandonare le collaborazioni, il lavoro realizzato insieme ad altri musicisti in sala, dove le influenze sono reciproche e ognuno reagisce rispetto a ciò che propongono gli altri.

Per me, la reciprocità costituisce un contenuto imprescindibile; quando essa viene a mancare, si perde la dimensione, importante, del suonare insieme.

 

C’è qualcosa che trova fastidioso, in particolare?

Penso a molti musicisti che suonano, live, con il “click” del metronomo in cuffia. Sembra che in molti facciano musica con quest’idea fissa. E adesso che è diventata un’abitudine, è difficile farne a meno. Ogni musicista si rapporta rispetto al click, come se fosse un solista, senza ascoltare gli altri strumentisti. Lo trovo assurdo: è quasi come immaginare un’orchestra in cui ciascuno agisce rispetto al suono del metronomo, in loop. Questo, per me, non può funzionare: non è musica.

Si tratta di una prassi che deriva dagli anni Novanta, con la diffusione del lavoro al computer: in un primo momento, ciò costituiva un’interessante novità, un affascinante settore di ricerca e sperimentazione; adesso, è diventata consuetudine. Anche perché costa meno: alcune case discografiche, infatti, preferiscono lavorare con una sola persona, al computer. Certamente, è più economico, rispetto a chi lavora in studio con altri musicisti.

 

Qual è l’attitudine delle nuove generazioni di musicisti pop nei confronti di questa realtà?

Ho avuto modo di condurre dei seminari in alcuni conservatori italiani che insegnano anche musica pop, con studenti bassisti, batteristi, chitarristi….tanti cantanti, soprattutto.

In un’occasione, ho proposto di registrare una base senza computer, senza click, ascoltandoci reciprocamente come si faceva una volta. Uno degli studenti batteristi era quasi incredulo. Posso capirlo: i giovani musicisti non hanno colpa, se lavorano, sin dalla loro formazione, in un mondo che non può fare a meno del computer. È ovvio che si tratti di uno strumento utilissimo, ma non può diventare totalizzante.

Insomma, durante il seminario, ho fatto suonare diverse volte Con il nastro rosa con lo scopo di trovare un groove, nell’insieme; è stata una giornata interessante, positiva. Gli studenti sembravano, quasi, meravigliati da tale esperienza e che penso sia stata molto utile; continuerò a proporla presso altri conservatori che mi hanno invitato per attività simili. Viene percepita, ormai, come una prassi alternativa. Eppure, è così semplice: suonare insieme, ascoltandosi.

 

Cos’ha implicato il suo ruolo di direttore musicale delle edizioni 2018 e 2019 del Festival di Sanremo? In cosa consistevano le sue attività quotidiane?

È stato un lavoro molto intenso, ma che mi ha portato grandi soddisfazioni. In un simile contesto, non sempre è possibile prepararsi con anticipo: c’è sempre da fare, da inventare, da migliorare, poco prima di ogni spettacolo. Soltanto i temi e le sigle sono definite prima.

Mi succedeva spesso, durante i pomeriggi della settimana del Festival, di ricevere una telefonata da Baglioni, che mi chiedeva di comporre un arrangiamento per un evento inatteso.

Ecco, anche per imprevisti del genere, c’è pochissimo tempo per scrivere e provare. Fortunatamente, i musicisti presenti sono dei grandi professionisti e lavorano con estrema dedizione e forza di volontà. Che piacere collaborare con loro, nonostante alla fine fossimo tutti stremati! Ritengo il Festival di Sanremo fra gli eventi culturali e televisivi italiani più importanti dell’anno. Ed è stato entusiasmante essere stato direttore musicale con Baglioni, un professionista che conosce bene il suo mestiere.

 

Lei è anche un esperto pilota di mongolfiere. Com’è nata questa sua passione?

Ho iniziato trent’anni fa, contemporaneamente all’inizio del mio lavoro di arrangiatore per Claudio. Cominciai in maniera quasi casuale: seppi di un’azienda costruttrice di mongolfiere a Bristol, in Inghilterra, e feci una telefonata per chiedere quale percorso avrei dovuto compiere per entrare in questo ambiente.

Frequentai, quindi, delle esperienze immersive durante i week-end: assistevo a dei seminari e poi salivo sulla mongolfiera, per prendere dimestichezza con il mezzo. Presto, comprai una mongolfiera a un prezzo forfettario. Per anni, ho svolto quest’attività intensamente e ho fatto parte anche della squadra britannica, partecipando ai campionati europeo e mondiale. Di frequente, poi, durante il mese di gennaio, facevo dei voli sopra le Alpi, a 6000 metri d’altezza, con altri viaggiatori che venivano da tutta Europa.

Adesso, esistono delle nuove regole, che rendono i viaggi più difficili, meno spontanei, e vado in mongolfiera più raramente. È stato, però, un periodo fantastico, di cui conservo bellissimi ed emozionanti ricordi.

 

Foto: Danilo d’Auria

 

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