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Stabat Mater di Arvo Pärt.

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di Smeralda Nunnari

«È proprio come il contatto di elementi opposti, ad esempio la lava che erutta da un vulcano, che scorre nell’acqua. Sembra impossibile che tali elementi diversi si potessero mai incontrare; tuttavia, in questo pezzo è accaduto esattamente ciò. Il testo ci presenta l’esistenza simultanea di dolore incommensurabile di questo evento e di potenziale consolazione».

(Arvo Pärt)

 

Nello Stabat Mater, composto nel 1985, il radicato e profondo sentimento religioso di Arvo Pärt, compositore contemporaneo tra i più seguiti e  interpretati nel mondo musicale, tocca l’apex d’intensità espressiva.

La poetica musicale dell’artista estone si sviluppa attraversando varie fasi, nella continua ricerca di nuovi percorsi, linguaggi e stili musicali. Nelle sue prime opere è evidente l’influsso del neoclassicismo russo e di compositori, come Shostakovich e Prokofiev. Successivamente si orienta verso la dodecafonia e la serialità postweberniana, sperimentando i sistemi compositivi delle avanguardie. Dopo un lungo periodo di silenziosa ricerca, dedicata allo studio della musica medievale, dell’organum della Scuola di Nôtre-Dame, del contrappunto fiammingo, della musica rinascimentale e del canto gregoriano approda nel 1976 ad una propria originalità compositiva ed espressiva con Für Alina e, nell’anno successivo, a Tabula Rasa, titolo inteso nel senso di «foglio bianco», condizione propria dell’intelletto umano, prima del processo conoscitivo, come teorizzato dall’empirismo del filosofo inglese John Locke. Tale concezione, nella visione pärtiana, assume il significato di completo azzeramento della tecnica compositiva, in una ricerca dell’assoluto mediante la natura e il silenzio.

Una svolta stilistica che coincide con il suo avvicinamento alla chiesa ortodossa orientale e conduce l’artista a dedicarsi nelle sue opere successive, prevalentemente, alla musica sacra, elaborando uno stile ascetico di matrice minimalista, colmo di risonanze mistiche e religiose, fondato su antichi procedimenti compositivi, dove la voce acquista un ruolo determinante. Con la sua teoria dei tintinnabuli (dal latino tintinnabulum: campana), egli rivoluziona il mondo della musica creando un nuovo modo di concepire il tempo, una nuova visione della sua stessa vita, come si rileva dalle sue parole:  «La tintinnabulazione è un’area a cui mi aggiro a volte quando cerco risposte – nella mia vita, nella mia musica, nel mio lavoro. Nelle mie ore buie, ho la certezza che tutto ciò che si trova al di fuori di questa cosa non abbia significato. La complessità e le molte sfaccettature sole mi confondono e devo cercare l’unità: cos’è questa cosa e come faccio a trovare la via per raggiungerla? Le tracce di questa cosa perfetta appaiono in molte forme e tutto ciò che non è importante svanisce. La tintinnabulazione è così… Le tre note di una triade sono come campane ed è per questo che la chiamo tintinnabulazione.»

Seguendo questa tecnica, l’artista struttura le sue composizioni creando due voci, la prima è la linea melodica che necessita di un sostegno, mentre la seconda è costruita sulle note della triade che si accordano con la melodia secondo regole matematicamente prestabilite, realizzando una continua oscillazione tra la consonanza e la dissonanza. Le due voci s’integrano e polarizzano costituendo una monade unitaria, ma nel contempo sono due elementi distinti che si rispecchiano l’uno nell’altro. La loro interazione può determinare una collisione: la melodia rappresenta la sofferenza terrena, mentre gli accordi arpeggiati l’eterna consolazione

A questo periodo risale lo Stabat Mater, composto per soprano, controtenore (o contralto), tenore, violino, viola e violoncello, commissionato da parte della fondazione Alban Berg, per celebrare il centenario del compositore austriaco, per il quale dieci compositori vengono invitati a scrivere un pezzo per un trio d’archi. Per ottenere un migliore equilibrio, Arvo Pärt ha avuto l’idea di utilizzare due trii nel suo lavoro: un trio strumentale e un trio vocale. Una partitura che, successivamente, riadatta per un organico più ampio comprensivo di coro e orchestra.

La sua maestosa architettura abbraccia, con una successione di quadri sonori, le dieci stanze dell’antica sequenza medievale, con lo schema di rime AABCCB, attribuita a Jacopone da Todi. Il ritmo trocaico del testo, il rapporto tra sillabe lunghe e brevi diviene l’elemento chiave dell’intera composizione musicale. Nella partitura, in corrispondenza dell’interruzione del rigo poetico, si riscontrano le linee tratteggiate e una pausa dopo qualsiasi punteggiatura.

L’incipit è costituito da un’introduzione di 108 battute e una coda quasi identica per struttura e materiali musicali. All’interno delle sue cornici musicali, l’artista divide le dieci stanze in quattro gruppi, separandoli con intermezzi strumentali di diverso carattere musicale. Del primo gruppo fanno parte la prima e la seconda stanza. Il secondo include le tre stanze successive, dalla terza alla quinta. Il penultimo comprende la sesta, la settima e l’ottava. Infine, nell’ultimo trovano posto la nona e la decima stanza. Tale raggruppamento, prima, di due, seguito da uno di tre e un altro di tre, per finire con uno di due, crea una struttura perfettamente simmetrica, nell’intera cornice circostante. Il secondo e il terzo interludio sono ciascuno la metà della lunghezza del primo.

Pärt riesce a conferire un’atmosfera originale d’intensa espressività al testo liturgico, nel trasporre in musica il dramma che si consuma sul Golgota, dove

la prima parte della preghiera sacra latina è una meditazione descrittiva delle sofferenze della madre di Dio, che affranta dal dolore piange durante la crocifissione e la passione di Cristo: «Stabat Mater dolorósa iuxta crucem lacrimósa, dum pendébat Fílius […]». La seconda parte diventa un’invocazione a Maria, in cui l’orante chiede di renderlo partecipe dello stesso dolore provato da Lei e da Gesù: «[…] Eia, mater, fons amóris, me sentíre vim dolóris fac, ut tecum lúgeam […]» Nel suo svolgimento, la musica esprime un’irreprimibile grido di dolore e nel contempo tutto il suo potenziale consolatorio, in una scena di penetrante tensione narrativa che non tradisce mai alcun accento verso la disperazione, grazie ad una geniale simbiosi tra la melodia e la conciliante armonia.

Altri musicisti si sono cimentati nello Stabat Mater: Franz Joseph Haydn, Luigi Boccherini, Francis Poulenc, Krzysztof Penderecki, però io ho scelto lo Stabat Mater di Arvo Pärt, per l’originalità del suo linguaggio musicale, del suo potere catartico e salvifico. Ma maggiormente, per augurare a tutti voi, carissimi, affettuosissimi lettori e al mondo intero, che le nostre giornate tinte da oscure e dolorose incertezze possano ritrovare la luce, la speranza per non cadere, ma rialzarci ancora come nel percorso musicale pärtiano.

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