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THE MONTHS HAVE ENDS, intervista a Paolo Marchettini.

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di Stefano Teani

Vero esempio di eccellenza italiana all’estero, Paolo Marchettini è compositore, clarinettista e pianista. Già docente presso il Berklee College of Music di Boston, insegna alla Manhattan School of Music di New York, coniugando l’attività didattica con quella compositiva e concertistica. Il suo catalogo, infatti, è molto ampio ed eseguito in Italia e all’estero: il Teatro delle Vergini (Venezia, Biennale 2007), la Biblioteca delle Oblate (Firenze, ORT, Festival Play IT2011), l’Hofstra University (New York, The Italian Experience), Auditorium RAI (Napoli), Villecroze (Francia). La sua musica è stata trasmessa da Rai Radio 3, Radio Vaticana e Radio della Svizzera Italiana. È inoltre vincitore di innumerevoli premi fra cui il Queen Elisabeth Competition di Brussels e il Manhattan Prize di New York. Suoi lavori sono editi da Domani Musica e Raitrade.

Paolo Marchettini si diploma al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma (con Ivan Vandor), in Composizione Musica Corale e Direzione di Coro (con Claudio Dall’Albero) e Clarinetto (con Gaetano Russo), riportando sempre il massimo dei voti. Si è poi perfezionato in Composizione presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con Azio Corghi e a New York con Richard Danielpour. È fondatore, insieme al pianista Michelangelo Carbonara, del Monèsis Ensemble, gruppo modulare che spazia dal duo all’orchestra da camera, con cui svolge attività concertistica dedita in particolare al repertorio contemporaneo. Prima di trasferirsi a New York ha insegnato presso i Conservatori di Campobasso e Cosenza. Nel gennaio 2021 esce il suo disco The Months have ends, che racchiude alcuni delle esecuzioni più recenti di sue composizioni orchestrali e vocali.

 

Parliamo del suo disco appena uscito. Come è nato?

 Circa 10 anni fa mi sono traferito negli Stati Uniti, proprio in quel periodo di transizione fra Italia e America ho avuto molte esecuzioni di miei lavori per orchestra con enti importanti, per esempio l’Orchestra Regionale Toscana e la Roma Sinfonietta. Ho quindi raccolto queste registrazioni live di ottima qualità che avevo realizzato all’epoca per poi raccoglierle in un progetto discografico che parlasse di quel momento di passaggio. L’unico brano che ho registrato ex novo è una parte del Concertino per Clarinetto che ho rifatto io in studio perché alcuni momenti non erano molto chiari.

 

C’è anche molta voce in questo disco, oltre all’orchestra. Peraltro di una solista di alto profilo come Alda Caiello.

 Sì, è per me un grande onore avere lei nel mio progetto perché rappresenta sicuramente uno dei punti di riferimento nel panorama lirico italiano, in particolare per la musica contemporanea. Nel disco interpreta il brano che dà il titolo all’intera raccolta, si tratta di 5 poesie di Emily Dickinson, poetessa americana a cui sono molto legato. Bisogna ricordare che lei ha vissuto in isolamento per quasi tutta la sua vita, quindi tutto ciò di cui parla è immaginario. Anche il mio stile, in questo lavoro, è diverso rispetto agli altri brani; più “classico”, risente di molte reminiscenze del passato, proprio perché ho ricercato questa dimensione della memoria tratta dal testo poetico.

 

Quanto è importante per lei l’aspetto vocale?

Molto, è sempre presente, anche quando scrivo per strumento. Mi interessa che ogni linea abbia una necessità interiore, come quando si canta. Mi è stato molto utile lavorare come vocal coach, maestro collaboratore in diverse opere e anche cantare molta musica antica. Mi ha sempre interessato la vocalità, in particolare quella antica e quella italiana dei grandi operisti come Bellini e Verdi. È un modo di scrivere molto essenziale, asciutto ma al tempo stesso molto ricco, c’è un contatto stretto con la parola, col significato profondo della parola.

 

Invece qual è il suo rapporto col linguaggio musicale? Immagino sia combattuto fra due approcci alla musica completamente agli antipodi: da una parte quello europeo, storicamente più complesso e “tecnico”, che vuole giustificare teoricamente e filosoficamente ogni nota e dall’altra quello americano, più istintuale e legato alla percezione del pubblico.

Esattamente, pensa che io ho studiato a Roma con Ivan Vandor, allievo di Petrassi, quindi una scuola molto rigorosa, dove ogni nota deve essere ponderata attentamente. Poi ho studiato con Azio Corghi, che ha un approccio già diverso. Effettivamente c’è stato un momento in cui mi sono sentito bloccato, ricercavo questa coerenza interna che cominciava a starmi stretta; a quel punto conobbi il compositore americano Richard Danielpour, che era stato allievo di Bernstein, il quale mi ha cambiato, non tanto nello stile quanto nell’approccio. Cerco ancora la coerenza, non voglio abbandonare quell’impronta “europea” che comunque  fa parte di me, però ho imparato a lasciarmi più andare e a fidarmi di più dell’istinto. Un altro aspetto interessante che ho imparato dagli americani è non avere paura dei grandi gesti, di pensare in grande. Per farti un esempio, appena ci siamo conosciuti questo compositore mi disse: «Sei italiano? Allora perché non scrivi un bel pezzo sulla Divina Commedia?» e io cominciai a ridere, perché noi siamo abituati a guardare questi capolavori con timore reverenziale. Invece per loro sarebbe normalissimo fare una cosa del genere, hanno un approccio molto meno autocritico (a volte anche troppo) che non li paralizza nell’atto creativo.

 

Non è il primo che, una volta entrato a contatto con gli USA, si sente più libero e riesce ad esprimere meglio il proprio potenziale creativo.

Pensa che ormai, oltre a cercare un compromesso fra questi due approcci molto diversi, mi diverto a “dare un colpo al cerchio e uno alla botte”. A volte scrivo brani più “europei”, rigorosi (soprattutto quando mi dedico a brani per ensemble), mentre quando compongo per orchestra, per esempio, mi lascio andare di più, anche verso linguaggi più tonali o semplicemente orecchiabili.

 

Parliamo di influenze o, come si sente dire spesso, “contaminazioni”. Quali sono i suoi autori di riferimento e, soprattutto, sono cambiati da quando si è trasferito? Spesso l’esperienza americana apre le porte al jazz o al musical…

In realtà no, non ho cambiato molto da questo punto di vista. Mi interessano molto alcuni compositori che sono i miei modelli ideali ma che, alla fine, sono quelli di tutti: Mozart, Palestrina, Beethoven, Stravinskij, Debussy. Fra i più recenti forse direi Berio, però devo dire che trovo molta più ispirazione dai grandi del passato che dal contemporaneo. Non mi preoccupo molto delle mode del momento per scelta, non credo che seguire ciò che va in questo periodo sia la strada giusta. bisogna ricercare ciò che si è. Quindi per rispondere alla domanda non ho un modello di stile ben definito, l’ho costruito col tempo.

 

Prima ha citato la domanda su Dante; come vive un italiano in America? Qual è la sua esperienza (musicale e non) e che cosa della realtà americana porterebbe in Italia?

Noi italiani siamo visti molto bene, ci rispettano e ci amano. Da questo punto di vista ho avuto vita facile, sono sempre stati molto curiosi del mio passato e della mia arte. D’altra parte hanno un approccio molto pragmatico, possono anche elogiarti ma poi devi dimostrare nei fatti di esser capace di svolgere un dato compito. L’approccio che a me piace molto, soprattutto rispetto ai conservatori italiani, è che per un giovane compositore è molto facile avere dei brani eseguiti. Io mi ricordo bene che, quando studiavo a Roma, era un incubo riuscire a ottenere delle esecuzioni, perché da una parte i docenti di composizione erano restii a far eseguire i nuovi brani finché non fossero stati perfetti, dall’altra quelli di strumento si opponevano. Secondo me è uno sbaglio enorme, è in questo modo che si può imparare e capire che cosa funziona e che cosa si stia cercando. Qui alla Manhattan School l’approccio è molto pragmatico, tutti gli studenti sono aperti a suonare musica nuova, ci sono orchestre molto valide di studenti e poi ogni giorno ci sono concerti pubblici!

 

Infatti immagino che anche il pubblico sia più abituato a frequentare importanti sale da concerto. Qui sento spesso che la preoccupazione principale di chi frequenta occasionalmente il teatro è il dress code

Qui è più normale, non c’è la mentalità del red carpet, della prima elitaria al Teatro alla Scala. Prendi lo stesso Metropolitan Opera (teatro importantissimo e famoso in tutto il mondo), qui ci si va normalmente, anche gli studenti vanno e trovano un biglietto economico per assistere a un’opera, non è un evento saltuario ed esclusivo. Vai lì, chiedi che cosa c’è quella sera, e ti godi un bello spettacolo. Non so, direi che la musica qui è un po’ più calata nella vita quotidiana delle persone; forse questo è ciò che – più di tutto – vorrei riportare anche in Italia…

 

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