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Ulisse: La traversata nell’odissea dodecafonica di Luigi Dallapiccola

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di Smeralda Nunnari

<<Quando ero giovane […] avevo la pretesa di capire tutto, di vedere il fondo di molte cose. Da quando i capelli bianchi si sono fatti così abbondanti da risultare visibili […], ho capito che la creazione artistica non può essere “affrettata’’: i due movimenti dell’anima devono essere ben distribuiti. Una cosa è l’impossessarsi dei problemi, un’altra il lasciare che i problemi, e conseguenti risoluzioni, si impossessino di noi. Così ho capito quello che il nostro amico Federico [Nietzsche] ha voluto dire con le parole: “Se guardi a lungo in un abisso anche l’abisso guarda dentro di te”>>.

(Luigi Dallapiccola – Lettera a Paola Ojetti del 12 agosto 1937)

Luigi Dallapiccola a otto anni, durante le sue vacanze ad Ala, nel 1912, s’imbatte nella figura dell’eroe omerico, quando assiste alla proiezione del film muto L’Odissea di Omero, una pellicola di Giuseppe de Liguoro. Da qui incomincia la sua immedesimazione nella figura di Ulisse, che lo segue, da questo momento, come un’ombra. La figura omerica contribuisce a formare la sua personalità, sino a immedesimarsi, come novello Ulisse, egli stesso, alla ricerca del sapere dodecafonico.

Nel 1938, il coreografo Léonide Massine gli propone il progetto per un balletto sull’Odissea, Massine avrebbe voluto un finale omerico, grandioso: il trionfo nella reggia, Dallapiccola, invece, un finale dantesco, solitario: Ulisse solo in mezzo al mare alla ricerca del sapere. Due visioni inconciliabili, che fanno naufragare il progetto. Successivamente, il compositore trascrive Il ritorno di Ulisse in patria di Claudio Monteverdi, per il Maggio Musicale Fiorentino del 1942, avvicinandosi, così, per la prima volta, da compositore, alla mitica figura omerica.

La sua fama internazionale cresce nel dopoguerra, in tutta Europa e in America, è uno tra i primi compositori italiani ad approdare, sul finire degli anni trenta, alla dodecafonia. Nel 1968 porta a compimento l’opus magnum: “Ulisse”, <<il risultato di tutta la mia vita>>, come affermato dallo stesso compositore. Un giudizio che racchiude consapevolmente la propria traversata di uomo e di artista. Una traversata nel mare dodecafonico, che pervade la sua vita e le sue opere.

 Considerando nel suo complesso l’opera del Dallapiccola è possibile individuare degli elementi che la percorrono sin dall’inizio, pur nella continua sperimentazione linguistica. Basti pensare alla coerenza delle sue tematiche, sempre rivolte ad indagare questioni fondamentali come la problematicità della condizione umana, il senso della solitudine e del dolore, la meditazione sulla morte, la ricerca e il colloquio con Dio; e in dialettica contrapposizione con questa tensione verso la trascendenza, il dichiarato aggancio agli eventi contemporanei, non solo nelle opere nate negli anni della guerra.

La riflessione critica ha accompagnato costantemente l’attività del Dallapiccola, volgendosi da una parte ad una chiarificazione della genesi e della struttura delle proprie opere, dall’altra all’analisi di alcuni aspetti della poetica e della produzione di musicisti contemporanei come Malipiero, Busoni, Schoenberg, Berg, Webern, Vogel, Hartmann, Varèse, Messiaen, dedicando, tuttavia, ampie osservazioni al Don Giovanni di Mozart e a svariati aspetti delle opere verdiane. Dagli scritti emerge anche una concezione dell’arte come esperienza individuale da attuarsi in profonda solitudine, così come quella tensione verso il nuovo, quell’ansia di sperimentazione di nuovi mondi sonori che il Dallapiccola sente di avere in comune con musicisti a lui particolarmente cari come Busoni o gli esponenti della dodecafonia viennese.

 L’Ulisse, opera strutturata in un prologo e due atti, sul libretto dello stesso musicista, va in scena alla Deutsche Oper di Berlino, il 29 settembre 1968, sotto la direzione di Lorin Maazel. La composizione rappresenta il culmine dell’attività compositiva e artistica di Dallapiccola, un lavoro decennale, a partire dai primi abbozzi del libretto, sino alla stesura delle ultime battute della partitura. È evidente il ricorso a una varietà di fonti, oltre quelle, ovvie, di Omero e Dante, tra cui: Machado, Joyce, Mann, Hölderlin, Pascoli,Tennyson, Cavafis.

Il prologo, costituito da tre episodi, inizia con la solitudine di Calypso e le sue parole: «Son soli un’altra volta il tuo cuore e il mare», mentre Ulisse riprende il mare, dopo il rifiuto dell’eterna giovinezza, offertagli dalla dea, a cui segue un brano per orchestra che descrive l’ira di Poseidone e la terza scena del naufragio sull’isola dei fenici, con l’incontro di Nausicaa.

Nel primo atto, che si apre nella reggia di Alcinoo, la prima delle cinque scene inizia con il canto di Demodoco che narra il ritorno dei guerrieri di Troia e la scomparsa di Ulisse. L’eroe non riesce a trattenere le lacrime, rivela il suo nome e inizia a raccontare le sue avventure dopo la caduta di Troia. La seconda e la terza scena comprendono, rispettivamente, il racconto dei Lotofagi e di Circe. La quarta scena, punto centrale dell’opera, narra del regno dei Cimmeri: l’incontro con la madre Anticlea e l’indovino Tiresia. Nella scena finale del primo atto, Alcinoo offre ad Ulisse una scorta per il ritorno a Itaca.

Il secondo atto, suddiviso in altre cinque scene, si sposta ad Itaca dove, nella prima scena, fallito un attentato dei Proci contro Telemaco, figlio di Ulisse, uno sconosciuto chiede ospitalità al pastore Eumeo ed interroga a lungo Telemaco senza rivelarsi. Nella seconda e nella terza scena sono contenuti i rispettivi episodi dell’ascolto, nella reggia, del canto di Penelope, che commuove Ulisse e del banchetto dei Proci. Qui entra Telemaco e, lo sconosciuto che lo accompagna, tra lo stupore e il terrore generale, prende l’arco e lo tende come nessuno era finora riuscito. Quindi, Penelope, esultante, riconosce, in lui, lo sposo. Dopo l’intermezzo sinfonico della quarta scena, nella quinta, Ulisse riprende il mare, constatando, dolorosamente, di non aver mai trovato nel suo peregrinare ciò che cercava. Ma, improvvisamente, in uno slancio d’illuminazione, afferma: <<Signore! Non sono più soli il mio cuore e il mare>>

L’opera si chiude con la stessa frase con cui inizia il prologo, ma rovesciata, lacerando l’oscurità dell’Ulisse pagano. L’ansia di conoscere trova uno sbocco in Dio. Se l’eroe omerico trova pace nelle braccia di colei che lo attende, quello dantesco nell’inevitabile catàbasi di una barchetta che sprofonda di fronte alla montagna bruna, il nostro eroe dallapiccoliano trova pace solo nell’intuizione di Dio.

Dallapiccola con il suo Ulisse solo e ramingo sul mare, sotto le <<stelle>> di reminiscenza dantesca, cambia il corso di tutto il viaggio: l’inquietudine terrena trova la pace, suggellata dalle parole di Sant’Agostino, citate nell’ultima pagina della partitura dell’opera: «Fecisti nos ad te, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te>>

Il compositore stesso afferma: <<la lotta di Ulisse è innanzi tutto lotta contro se stesso, in quanto aspira a comprendere il mistero del mondo. Guardare, meravigliarsi, e tornar a guardare sembra essere il motto che governa la sua vita>>. E, ancora: <<nella mia interpretazione, ho mirato a ridurre la figura leggendaria di Ulisse a proporzioni umane: ne ho voluto fare soltanto un uomo, il che significa un essere tormentato come ogni uomo pensante>>.

 

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