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Vaga luna, che inargenti di Vincenzo Bellini. La magia della musica, della luna, dedicata ai due fantastici sposi: la splendida Margherita e il nostro geniale editore Salvatore.

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di Smeralda Nunnari

Vaga luna, che inargenti è una composizione vocale da camera per pianoforte, di Vincenzo Bellini, nato a Catania nel 1801. Una melodia, attraversata da magica e divina bellezza, in simbiosi con la natura. L’arietta vanta interpretazioni magistrali di cantanti lirici famosi, tra tenori, soprani e mezzosoprani, come Pavarotti, Tebaldi, Bartoli, Gheorghiu e Villazón. E fa parte del repertorio di studio di tutti i cantanti lirici.

Le arie da camera o romanze nascono per allietare le Soirées musicales, dove borghesi e aristocratici si ritrovano, insieme, ascoltano il bel canto, accompagnato dalla musica del pianoforte. Vaga luna, viene raggruppata con altre due arie Il fervido desiderio e Dolente immagine di figlia mia, nel volume Tre ariette inedite, pubblicato, nel 1838, dalla Ricordi. Nel 1935 viene pubblicata, in un’unica raccolta, dalla stessa casa editrice, tra le quindici composizioni per pianoforte e voce, che si presentano con stile semplice e sobrio, in contrasto con la gravitas emozionale e melodrammatica della più specifica produzione operistica dell’autore e, più in generale, ottocentesca.

Secondo diversi studi, la genesi della composizione risalirebbe agli anni venti dell’Ottocento, nel periodo in cui il giovane musicista viaggia tra Napoli e Milano, ma altre ricerche mostrano che Vaga luna ebbe la sua prima edizione su Glissons n’appuyons pas di Milano, diretto da Gian Jacopo Pezzi, un «Giornale / Critico letterario d’Arti, Teatri, Varietà e Mode». La stampa proveniva proprio dalle calcografie di Ricordi, editore di Bellini, riportando una dedica molto singolare: «Lunedì 15 Febbraio 1836, Romanzetta / Vaga luna, Musica inedita / Composta a Londra / da Bellini / Dedicata / Alla Sig.a Giulietta Pezzi.» La composizione risalirebbe, dunque, ai mesi tra maggio e agosto del 1833, epoca dell’unico soggiorno londinese dell’artista, dopo aver scritto, opere di successo, come Bianca e Fernando, La Sonnambula e Norma.

Giulia Giuseppina Pezzi, detta Giulietta, scrittrice e giornalista di professione, è la figlia di Francesco Pezzi, direttore responsabile della Gazzetta di Milano ed è sorella di Gian Jacopo Pezzi, l’editore del Glissons, un giornalista molto conosciuto a Milano, amico della contessa Giulia Samoyloff, perno della vita mondana milanese dell’epoca, che aveva cercato di sabotare la prima della Norma di Bellini, per agevolare la carriera del suo amante Giovanni Pacini. I biografi parlano di una frequentazione tra lei, Bellini e Donizetti, ma non sappiamo altro dei loro rapporti. Pur presumendo una corrispondenza tra i due, tutto il suo carteggio, le sue lettere, il suo album personale, depositate al museo del Risorgimento di Milano, sono finite tutte distrutte in un incendio, durante la seconda guerra mondiale.

La motivazione della dedica potrebbe, però, risiedere in un’altra interpretazione e non necessariamente in virtù della loro amicizia. Infatti, l’editore Gian Jacopo Pezzi si mostra benevolo con Bellini, in una critica alla sua Beatrice di Tenda, al teatro Alla Scala, un’opera che non aveva avuto una buona accoglienza alla prima a Venezia. È probabile, dunque, che Bellini, intento a seguire la “prima” londinese de I Capuleti e i Montecchi, abbia inviato la romanza, in segno di riconoscenza dedicandola, secondo la prassi, a un’esponente femminile della famiglia. Possiamo comprendere meglio la personalità di Giulietta, accostandola alle sue amicizie, a nomi come quello di Claudia Maffei, sua amica di infanzia, un nome che si associa immediatamente a Giuseppe Verdi. Il suo nome è anche correlato a Giuseppe Mazzini, di cui diviene discepola e devota sostenitrice dell’ideologia politica.

La chiave originale della composizione è il La bemolle maggiore, in Andante cantabile. Gli incantevoli versi che compongono il testo di Vaga luna sono anonimi, ma chiunque fosse l’autore ignoto rispecchia perfettamente i canoni di Bellini, che ama i tratti arcaici e le metriche poetiche regolari:

 

 Vaga luna, che inargenti

queste rive e questi fiori

ed inspiri agli elementi

il linguaggio dell’amor;

testimonio or sei tu sola

del mio fervido desir,

ed a lei che m’innamora

conta i palpiti e i sospir.

Dille pur che lontananza

il mio duol non può lenire,

che se nutro una speranza,

ella è sol nell’avvenir.

Dille pur che giorno e sera

conto l’ore del dolor,

che una speme lusinghiera

mi conforta nell’amor.

 

La composizione cameristica per pianoforte e voce nella sua limpida bellezza, rispecchia tutta la prodigiosa vena melodica dell’artista. L’atmosfera malinconica e lunare ricorda un’altra sua composizione dedicata alla luna: Casta diva, da cui probabilmente trae ispirazione Vaga Luna. La cantante Pauline Viardot mezzosoprano, pianista e compositrice francese dell’Ottocento, opera su questa romanza una propria versione, apportando delle variazioni. Tale composizione viene inserita nel primo volume della raccolta “Echos d’Italie”, edita nel 1851, di cui circolano, ancora, le antiche edizioni ottocentesche, a testimonianza della popolarità di tale melodia. Anche Pacini, rivale di Bellini, fa una sua versione di Vaga Luna, intitolata Le dernier soir, ossia L’ultima sera su poesia di Émilien Pacini.

Lo stile artistico di Bellini riesce a fondere il classicismo con il romanticismo. Legato ad una concezione musicale antica, fondata sul primato del canto, porta prima a Milano e poi a Parigi un’eco di quella cultura mediterranea che l’Europa romantica aveva idealizzato nel mito della classicità. Un patrimonio culturale, capace di affascinare il giovane Wagner, tanto da ambientare proprio in Sicilia la sua seconda opera, Il divieto d’amare, ispirata alla commedia di Shakespeare, Misura per misura. Fino a porsi sulla stessa scia belliniana, proponendo la chiarezza del canto belliniano a modello per gli operisti tedeschi. La musica del compositore siciliano, all’interno di una Bellini renaissance, ha attirato nel XX secolo l’attenzione di diversi compositori d’avanguardia, come Bruno Maderna e Luigi Nono, che l’hanno reinterpretata al di fuori delle categorie operistiche, concentrandosi sull’ascolto della peculiare concezione del suono, della voce e dei silenzi, le cui radici affondano nella musica dell’antica Grecia.

 

Noblesse Oblige, carissimi Salvatore e Margherita, insieme a un’immensa stima e infinito affetto.

 

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