Modena sempre più nel segno di Pavarotti: dopo il teatro, la cui intitolazione è condivisa con Mirella Freni, anche il Conservatorio è stato intitolato al “Tenorissimo”. Una scelta che lega ancora più profondamente la città al suo figlio più celebre, celebrata nella serata del 12 Ottobre dove, alla presenza del ministro dell’università e della ricerca Anna Maria Bernini, è stata inaugurata la targa con il nuovo nome. L’intitolazione va a sostituire la precedente, dedicata al musicista modenese Orazio Vecchi e al carpigiano Antonio Tonelli. A raccontarci il valore di questa scelta è Giuseppe Fausto Modugno, direttore uscente, suo ideatore e primo sostenitore, insieme al suo successore Paolo Andreoli.
Direttore Modugno, perché intitolare il Conservatorio a Luciano Pavarotti?
M: La scelta ha una valenza innanzitutto comunicativa: Pavarotti è conosciuto in tutto il mondo e rappresenta un patrimonio straordinario per Modena. Il suo nome rende il Conservatorio immediatamente riconoscibile anche all’estero. Ma non si tratta solo di visibilità: Pavarotti ha saputo portare la musica oltre i luoghi tradizionali, raggiungendo pubblici molto diversi. Questa capacità di apertura può diventare un valore per tutta l’istituzione.
Quali risultati del suo mandato considera più significativi?
M: Abbiamo lavorato per ampliare la rete internazionale del Conservatorio, sviluppando relazioni con istituzioni e interlocutori in città come San Paolo, Giacarta, Sydney e Melbourne, oltre che in Vietnam. I rapporti con le rappresentanze diplomatiche e con la Fondazione Pavarotti hanno contribuito a questo percorso. Per un’istituzione di Alta Formazione è fondamentale superare i confini locali, offrendo a studenti e docenti occasioni di confronto e collaborazione internazionali. Inoltre, abbiamo puntato molto sulla tecnologia.
Con quali investimenti?
M: Abbiamo destinato risorse al rinnovamento degli strumenti, con un investimento di circa 500.000 euro nel settore delle percussioni. Abbiamo inoltre acquistato il pianoforte Disklavier Yamaha, che offre agli studenti la possibilità di seguire una lezione a distanza: il docente, dall’altra parte del mondo, può mostrare degli esempi al pianoforte che vengono riprodotti istantaneamente sulla tastiera del nostro pianoforte a Modena.
Che cosa lascia al suo successore?
M: Un percorso avviato e orientato all’apertura internazionale, alla ricerca e al rafforzamento delle dotazioni. Ogni direttore deve affrontare le esigenze del proprio tempo, ma è importante poter contare su relazioni e strumenti già costruiti. L’obiettivo resta rendere il Conservatorio sempre più riconoscibile e capace di confrontarsi con il mondo.
Direttore Andreoli, lei ha lavorato con il Maestro Pavarotti in qualità di pianista accompagnatore delle sue lezioni di canto. Quale insegnamento auspica di mettere in atto nella sua nuova veste istituzionale?
A: La sincerità. Pavarotti sapeva comunicare in modo diretto con i giovani e trasmettere la propria esperienza senza creare inutili distanze. Si rivolgeva a noi dandoci del tu – anzi, chiamandoci “ciccio” (ride, ndr): aveva un approccio spontaneo, che metteva al centro la persona e la passione per la musica. Credo che la sincerità sia importante anche in un lavoro come quello del direttore: bisogna ascoltare, confrontarsi e lavorare con chiarezza, mantenendo l’attenzione sugli obiettivi comuni.
Che cosa rappresenta per lei la nuova intitolazione a Pavarotti?
A: È un’opportunità e una responsabilità. Il suo nome può contribuire a far conoscere il Conservatorio, ma sta a noi dare concretezza attraverso la qualità della formazione, le attività artistiche e la capacità di dialogare con pubblici diversi. E, non meno importante, si completa quel
processo di fusione fra le due istituzioni di Modena e Carpi, impropriamente considerate due realtà
separate; il doppio nome utilizzato fino a ieri (O. Vecchi – A. Tonelli) non permetteva di
comprendere l’unicità del Conservatorio, oramai istituzione universitaria che può contare su due sedi prestigiose.
Quali sono le priorità del suo mandato?
A: Le principali sono tre: rafforzare l’identità universitaria del Conservatorio, renderlo più attrattivo per gli studenti e intensificare i rapporti con il territorio. Dobbiamo valorizzare la qualità della formazione facendo conoscere meglio le opportunità offerte e costruire un dialogo più forte con la comunità. Il Conservatorio deve essere un luogo di studio e produzione musicale, ma anche una presenza viva nella città.
In che modo il Conservatorio può avvicinarsi maggiormente alla comunità?
A: Portando la musica anche fuori dai propri spazi e raggiungendo persone che hanno meno occasioni di partecipare alla vita culturale. Penso, per esempio, a iniziative negli ospedali e a progetti rivolti alle persone con disabilità. Sono esperienze importanti per il pubblico, ma anche per gli studenti, che possono comprendere come la musica abbia un valore artistico e, insieme, una capacità di relazione e condivisione.
Quale ruolo immagina per il Conservatorio nella città?
A: Vorrei un’istituzione sempre più presente e riconoscibile, capace di collaborare con le realtà culturali, educative e sociali. Il rapporto con il territorio può andare oltre i concerti e tradursi in progetti condivisi, attività per pubblici diversi e iniziative che portino la musica anche in contesti meno raggiunti. Allo stesso tempo, dobbiamo mantenere uno sguardo internazionale, perché gli studenti e i docenti possano crescere attraverso lo scambio e il confronto.
Qual è la sfida più importante per il futuro?
A: Dare continuità al lavoro svolto e sviluppare una visione adatta alle esigenze di oggi. La nuova intitolazione a Pavarotti è un punto di partenza significativo: il suo valore si misurerà nel lavoro quotidiano, nella qualità della formazione e nelle relazioni che sapremo costruire.

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