Un regno di suoni: la musica che governa il dramma in King Arthur di Henry Purcell.

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di Smeralda Nunnari

«Come la poesia è l’armonia delle parole, così la musica è l’armonia dei suoni. E, come la poesia si eleva al di sopra della prosa e dell’oratoria, così la musica eleva la poesia. Entrambe possono eccellere separatamente, ma raggiungono la loro massima perfezione solo quando si uniscono: allora nulla manca a nessuna delle due.»

(Henry Purcell)

 

Composta nel 1691, King Arthur, or The British Worthy (Re Artù, o il Valoroso Britanno) segna il vertice della produzione teatrale di Henry Purcell e dell’arte nella semi-opera inglese, un genere singolare in cui la parola recitata e la musica non si limitano a coesistere, ma dialogano, si sfidano e, infine, si fondono, creando un tessuto drammatico di rara raffinatezza. Dopo le intime tensioni liriche di Dido and Æneas (Didone e Enea) e le audaci sperimentazioni sceniche di Dioclesian (Diocleziano), Purcell conduce il dramma musicale a una perfezione in cui il suono non accompagna solo l’azione, ma la pensa, la respira e la governa.

In Re Artù, come forse in nessun’altra sua creazione scenica, la musica nell’attraversare il testo, lo modella e lo trascende. È il suono a costruire l’architettura profonda dell’opera, generando il clima poetico e dando voce a ciò che non si vede: un sovrano invisibile che guida gli affetti, orienta i pensieri e determina il senso stesso dell’azione. In questo regno fatto di suoni, il dramma non avanza per concatenazione di eventi, ma per risonanze. Ogni emozione, ogni dissimulazione, ogni passione non viene soltanto narrata, bensì plasmata, rivelata e irradiata dall’arte musicale, che diventa forza dominatrice, principio ordinatore e vero motore del teatro.

L’opera, concepita nel 1684 per celebrare Carlo II, viene rappresentata nel 1691, in un’Inghilterra trasformata dalla Gloriosa Rivoluzione, che vede la deposizione di Giacomo II, il quale dopo aver acuito il dissidio fra corona e parlamento, finisce per alienarsi persino la storica fedeltà dei tories, con una politica sempre più apertamente filocattolica. Un conflitto politico-religioso risolto con il compromesso fra tories e whigs, che fra il 1688 e il 1689 dichiarano decaduto il re fuggiasco e chiamano al trono Guglielmo d’Orange e Maria Stuart, conciliando così, grazie alla continuità del sangue degli Stuarts, il legittimismo tory con il contrattualismo whig. Una sorta di nuovo patto sociale, sancito dalla Dichiarazione dei diritti (Bill of Rights), che stabilisce l’autonomia del legislativo, assicurandone la convocazione regolare. Mentre il Toleration act dello stesso anno giunge a garantire la libertà di culto alle Chiese dissidenti, ad esclusione dei cattolici.

Il compositore e il librettista John Dryden, lavorando in perfetta simbiosi, riadattano gran parte del testo al nuovo clima politico. King Arthur diventa un’opera musicale che consacra il passaggio dal caos della guerra civile all’ordine della monarchia costituzionale, esaltando il valore militare e la supremazia britannica: un manifesto in cui mito, politica e arte si sublimano in un perfetto equilibrio. Nella trama che si sviluppa in cinque atti, con solennità allegorica, s’inneggia a Re Artù non solo come leggendario monarca, ma come simbolo universale di virtù, coraggio, orgoglio e unità nazionale forte e rassicurante.

Henry Purcell nel suo King Arthur mette in scena una Britannia mitica, in cui la guerra tra Britanni e Sassoni s’intreccia con l’amore, la magia e l’allegoria: Artù, re legittimo dei Britanni, combatte contro i Sassoni invasori, comandati da Oswald, che ambisce non solo al trono ma anche al cuore di Emmeline, figlia del duca di Cornovaglia e promessa sposa di Artù. La giovane, seppur cieca, possiede una lucidità interiore, che le consente di riconoscere la verità anche quando tutto intorno a lei è menzogna. Merlino, saggio mago e consigliere del re, preannuncia che la vittoria finale passerà necessariamente attraverso il superamento di prove e incantesimi.

Mentre il conflitto infuria, Emmeline viene rapita dai Sassoni. Oswald tenta di sedurla con promesse di potere e felicità, ma lei resta incrollabile. Attorno alla vicenda principale,     fioriscono episodi popolati da spiriti, pastori e ninfe: la musica anima scene bucoliche e simboliche, che dispiegano ciò per cui vale davvero la pena combattere: un mondo di armonia scevro dalle brutalità della guerra. In un momento di altissima suggestione, Merlino scatena le forze della natura contro il nemico. Il mondo si cristallizza nel gelo e Cupido evoca il Genio del Freddo, una creatura intirizzita, che canta con voce spezzata dal brivido, attraverso l’uso magistrale del tremolo orchestrale e vocale, lamentandosi per essere stata risvegliata dal suo sonno eterno. Solo l’Amore riesce a sciogliere il ghiaccio, restituendo movimento e vita alla natura, in una delle pagine più rivoluzionarie dell’opera. Emmeline affronta la prova più crudele: privata temporaneamente anche della sua percezione interiore, viene condotta in un regno di miraggi. Qui, tra giardini incantati e ricchezze scintillanti, le appare un falso Artù che le offre un amore immediato e perfetto. Tuttavia, la fanciulla riconosce l’inganno e lo rifiuta. Al dissolversi dell’incantesimo, l’illusione svanisce e la verità torna finalmente a trionfare.

Intanto, Artù, guidato dal proprio valore e dalla magia di Merlino, sconfigge definitivamente Oswald e i Sassoni. Il caos si risolve con la vittoria e la pace può finalmente regnare. Emmeline riacquista la vista e si ricongiunge al suo re. Nel grande finale allegorico, dal mare emerge l’isola della Britannia. Divinità, spiriti e personificazioni celebrano la terra ritrovata, stabile e protetta dalle acque. È in questo clima di apoteosi che viene intonato il celebre inno Fairest Isle (L’isola più bella), un canto d’amore che trasforma il palcoscenico in una festa luminosa e solenne. La Britannia appare una terra eletta, dove il fragore della guerra e il morso del gelo lasciano spazio all’armonia, alla musica e alla pace.

King Arthur si rivela molto più di una cronaca di re e battaglie o di una remota favola teatrale: è un congegno d’arte, popolato da geni, incantesimi, illusioni, nature congelate e isole sorgenti, capace di meravigliare il pubblico e farsi parabola etica, testimoniando come l’amore e la giustizia possano ricomporre l’ordine infranto del mondo. La musica di Purcell è il collante che trasforma un dramma politico in un’esperienza trascendente, rendendo l’identità britannica un fatto estetico oltre che legislativo. Il messaggio che emerge da questo microcosmo d’incanti è potente: la musica possiede un’autorità superiore alla parola e all’azione. Se Re Artù trionfa sul campo, è il suono a regnare sull’anima; ogni conflitto umano, ogni inganno e ogni passione si piegano all’armonia, alla bellezza e alla perfezione del disegno sonoro.

King Arthur resta un viaggio universale: oggi, come allora, l’opera parla a tutti, ci ricorda che l’eroismo non risiede nelle spade, ma nelle scelte quotidiane, e che la musica, ancor più della parola, possiede il dono di svelare l’invisibile, proiettando la leggenda in una dimensione straordinariamente contemporanea. Purcell non ha dato vita solo a un dramma musicale, ma a un monumento alla potenza della musica, alla sua capacità di trasformare la realtà, di educare, emozionare ed elevare. È un invito a entrare in un mondo in cui la parola s’inchina al suono, dove l’armonia governa il cuore e la mente di chi ascolta, scavando un alveo, che perdura oltre i confini del tempo e dello spazio.

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