di Smeralda Nunnari
«Un senso del colore musicale che nessuno ha ancora osato esplorare…» (dai commenti di Claude Debussy su Éric Alfred Leslie Satie).
Nella Parigi di fine Ottocento, stordita tra i fumi dell’oppio, la magniloquenza teatrale wagneriana, il virtuosismo trascendentale lisztiano ed i paesaggi sonori debussiani, Erik Satie cammina per le strade di Montmartre, in abiti di velluto grigio. Da qui, il suo soprannome, tra gli artisti, di “gentiluomo di velluto”. Questa scelta d’indossare sempre lo stesso completo, acquistato in sette capi identici, nel medesimo colore, abbinata al cappello a cilindro ed all’inseparabile ombrello, riflette il suo stile di vita bohémien e il rifiuto di ogni convenzione.
Tra l’inverno e la primavera del 1888, Satie dà forma alle sue Trois Gymnopédies, fra cui la Première Gymnopédie, che si staglia come un monumento di austera semplicità e meditazione sonora. L’origine del titolo Gymnopédies è uno dei gialli più affascinanti della musicologia, un incrocio tra provocazione dadaista ante-litteram, erudizione greca e una spruzzata di assenzio bohémien. Si racconta che l’artista, nel 1887, stesse sfogliando i volumi di un vecchio dizionario di musica, dove con il termine Gymnopédie viene definita una danza eseguita da giovani guerrieri nudi, che cantano inni in onore di Apollo. Una definizione arcaica che risulta folgorante per il musicista e diventa il colpo di scalpello, da cui origina la propria identità musicale.
Tale scelta colta ed enigmatica svela la volontà di disinnescare l’immaginario romantico, di spogliare la musica di ogni sovrastruttura narrativa, riportandola ad una nudità essenziale e rituale. Pagine musicali che diventano, così, un manifesto in forma di parola: un invito a riascoltare il silenzio, a percepire il suono come gesto primordiale, a entrare in un territorio estetico senza precedenti e che, proprio per questo, inaugura una modernità inattesa. In quella parola remota, Satie trova il pretesto perfetto per sottrarsi al linguaggio del suo tempo, attraverso una musica, che non ha più bisogno di retorica, virtuosismo e dramma. È un’intitolazione che sposta l’ascoltatore fuori asse, preparandolo a un’esperienza sonora inedita, annunciando la nascita di una poetica asciutta, luminosa, che farà scuola, proprio perché osa disobbedire.
L’autore sceglie un nome geniale, non solo per la sua opera, ma anche per presentarsi al cabaret Le Chat Noir, dove nel dichiarare la sua professione al carismatico proprietario Rodolphe Salis, precisa: «Je suis gymnopédiste» («Io sono un ginnopedista»), non volendo definirsi con il termine di musicista o pianista, ritenuto borghese. Tale audacia confonde, ma affascina Salis, che decide di assumere l’eccentrico giovane. Così, Satie inventa una nuova categoria estetica, per giustificare la sua stessa musica.
La Première Gymnopédie viene pubblicata a Parigi nel 1888 e distribuita insieme ad un frammento, tratto dalla poesia Les Antiques del suo amico Patrice Contamine de Latour: «Oblique et coupant l’ombre un torrent de feu Dansait dans un rayonnement d’or, Et les audacieuses Gymnopédies Mêlant leur danse au chant délicieux…» («Obliquo e tagliando l’ombra un torrente di fuoco danzava in un chiarore d’oro e le audaci ginnopedie mescolando la loro danza al canto delizioso…»). Versi che, accanto alla partitura, diventano la bussola per la sua musica: un’estetica della penombra, dove la parola, la nota, non deve spiegare, ma evocare una presenza. Il torrente di fuoco e la danza suggeriscono un movimento che non sale verso un climax, ma scorre lateralmente.
A cesellare il suo componimento, oltre al misticismo bohémien di Contamine de Latour, contribuisce anche l’estetica del marmo di Gustave Flaubert, che narra lo scontro tra Cartagine ed i suoi mercenari, dopo la Prima Guerra Punica. Al centro c’è Salammbô, sacerdotessa della Luna e figlia di Amilcare e il suo amore sacrilego per Matho, capo dei ribelli. Satie mutua da questo monumentale romanzo storico il concetto di rituale immobile: la musica non procede, proprio come Salammbô, sulle terrazze di Cartagine, avvolta in gioielli pesantissimi, che ne impediscono il movimento naturale. La musica di Satie è la vibrazione di quel gioiello: preziosa, trasparente, fredda, antica e assolutamente statica.
La Première Gymnopédie si presenta con l’indicazione di tempo Lent et douloureux, in un 3/4 regolare e cullante, come una lenta danza rituale. La tonalità d’impianto è Re maggiore, ma fin dalle prime battute essa appare attenuata da un sapiente uso di accordi di settima maggiore e sonorità modali, che ne sfumano la funzione tonale tradizionale. L’accompagnamento, costruito su un’alternanza costante di basso e accordo, stabilisce un tessuto armonico statico e ipnotico, su cui s’innesta una melodia essenziale, quasi spoglia, sviluppata per gradi congiunti e priva di tensioni culminanti. La progressione armonica evita la direzionalità classica dominante-tonica, privilegiando invece successioni di accordi concepiti come campi di colore, più che come funzioni.
Satie abbandona lo sviluppo tematico tradizionale: non c’è narrazione o climax. La sua scrittura recupera la purezza sospesa del canto gregoriano, qui spogliato della sua veste sacra, per essere trasposto nella modernità. Ne risulta una tessitura sonora fondata su una circolarità contemplativa, in cui il tempo musicale si dilata e si sospende. L’equilibrio tra semplicità melodica e ambiguità armonica genera una scrittura che non tende alla risoluzione, ma si configura come stato sonoro permanente. Affascinato dalla prosa scultorea di Flaubert, il compositore la trasforma in suono architettonico. Egli non racconta la Grecia: ci costringe a guardare una statua greca per tre minuti, impedendoci di distogliere lo sguardo, finché non ne avvertiamo il gelo e, paradossalmente, la vita segreta.
L’autore di Salammbô scrive cercando la parola giusta per una narrazione dalla fissità scultorea. L’esteta del piano traspone questo concetto: la Gymnopédie è musica che vuole farsi oggetto, un bassorilievo sonoro sottratto allo scorrere del tempo. Come le descrizioni flaubertiane indugiano su dettagli immobili (la luce sul metallo, il riverbero della polvere), così Satie isola l’accordo di settima maggiore, lo spoglia della sua funzione narrativa e lo trasforma in un reperto archeologico. È l’ispirazione di un’antichità non vissuta, ma sognata attraverso la lente di una biblioteca.
Come un poeta ridice una singola parola magica per saggiarne il suono, Satie ripete lo stesso modulo armonico. Il messaggio letterario è che la bellezza non risiede nel divenire, ma nell’essere. In un mondo musicale ubriaco delle sonorità monumentali di Wagner e delle complessità del Romanticismo estremo, il fonometrista di Montmartre, che preferisce misurare il suono, piuttosto che subirne l’impeto emotivo, cambia per sempre il DNA della musica occidentale, smontando tre secoli di retorica musicale. Senza la sua sfrontata semplicità, Debussy non avrebbe forse trovato il coraggio di rompere, definitivamente, con le catene dell’armonia accademica.
Quando ancora Satie viene considerato un eccentrico marginale, confinato nei caffè di Montmartre e ignorato dai circuiti ufficiali, Debussy riconosce nella sua scrittura, un vero capolavoro di modernità radicale e trasforma la I e la III Gymnopédie, da brani intimisti per pianoforte, in acquerelli orchestrali, legittimando il pianista ribelle nei teatri. In quest’orchestrazione debussiana si sceglie d’invertire l’ordine, per un principio di equilibrio timbrico e formale. La terza Gymnopédie viene usata come apertura orchestrale, per il suo carattere più scuro e contemplativo. Mentre, la prima, più limpida e luminosa, crea una sorta di conclusione sospesa.
Nel corso del XX secolo, la Gymnopédie diventa un modello per i compositori minimalisti e sperimentali. John Cage, Philip Glass, Arvo Pärt e Brian Eno riconoscono in Satie un pioniere della ripetizione, della circolarità e dell’economia espressiva. I paesaggi sonori ambient, i brani d’arredamento e molte forme di musica elettronica devono molto all’estetica inaugurata da Satie.
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