La classica è una cosa semplice. Intervista a Raffaele D’Angelo.

0

di Jole Barbarini

Ogni volta che torna in Basilicata, Raffaele D’Angelo porta qualcosa con sé: un progetto, un festival, un’idea. Le radici, però, non le ha mai spostate. Pianista lucano classe 1999, ha studiato al “Carlo Gesualdo da Venosa” di Potenza con Marco Schiavo e si è poi perfezionato all’Accademia Pianistica Internazionale di Imola con Ingrid Fliter e Alessandro Taverna. Il suo percorso, però, non ha seguito la traiettoria più prevedibile. Invece di costruire una carriera tutta proiettata verso l’esterno, D’Angelo ha scelto di tenere insieme tre strade parallele: i palcoscenici internazionali – lo scorso ottobre ha aperto la stagione dei Berliner Symphoniker alla Philharmonie di Berlino -, l’insegnamento, che attualmente svolge al conservatorio di Sassari, e un lavoro capillare sul territorio. È infatti fondatore della Società dei Concerti della Basilicata, direttore artistico di Lucania Classica e Sonus Marsi, e organizzatore del TEDx di Latronico (PZ), il paese in cui è cresciuto. A febbraio si è aggiunto un primo disco per Suonare news, interamente dedicato a Franz Schubert: un esordio che sceglie senza esitazione il repertorio più amato – il Momento musicale n. 3, la Sonata in La maggiore D. 664, l’Improvviso op. 90 n. 2 e i Drei Klavierstücke – convinto che il pubblico non abbia bisogno di essere sorpreso, ma di essere raggiunto. Un’idea semplice che, nel tempo, si sta rivelando la sua cifra distintiva.

Partiamo dalle origini: com’è iniziato il suo percorso musicale?

Quasi per caso. Da bambino ho provato con il calcio, ma non era la mia strada. Mia madre mi portò a provare il pianoforte, e lì è scattato qualcosa che mi ha portato a scegliere di farne la mia professione. Da quel momento il percorso è stato abbastanza lineare: il conservatorio di Potenza, poi la laurea in Musicologia e beni musicali a Imola, e infine un master in Festival ed eventi culturali con l’Accademia Treccani, che mi ha dato strumenti utili anche per tutto quello che faccio sul territorio.

 

Il suo esordio discografico prevede un programma interamente schubertiano. Non era la scelta più comoda.

Spesso i giovani musicisti si sentono in dovere di fare scelte originali, di evitare i brani più suonati. Io la vedo al contrario: se certe pagine vengono eseguite e ascoltate continuamente, è perché il pubblico le ama. E poi il punto non è mettersi in competizione con chi ha già inciso questo repertorio prima di me: ho la mia interpretazione, le mie storie da raccontare a chi vorrà ascoltarmi.

 

C’è un brano del programma che sente più suo?

Il secondo dei Drei Klavierstücke. È uno di quei pezzi che mi mette in discussione ogni volta che torno a suonarlo.

 

Studio o sala da concerto: dove si trova meglio?

Sono esperienze diverse, e ho trovato entrambe stimolanti. Ma se devo scegliere, il palco rimane insostituibile. C’è qualcosa nell’energia di una sala, nella carica che si crea, che nessuna registrazione riesce a restituire del tutto. Il live è spesso meno perfetto, ma quell’imperfezione è parte di ciò che lo rende vivo.

 

Lei è fondatore, direttore artistico, organizzatore. Tutto questo in Basilicata, non a Milano o Roma. Una scelta o una necessità?

Per me è parte integrante di quello che faccio, quasi una missione. C’è un reale bisogno di offerta culturale, e noi abbiamo la possibilità concreta di trovare una risposta a questa urgenza. Ho trovato grande disponibilità da parte delle istituzioni locali, ed è anche il vantaggio di lavorare in una regione fatta di piccole realtà, dove i rapporti sono diretti e i progetti prendono forma più facilmente. Forse le stesse iniziative in una grande città sarebbero più difficili, e anche meno necessarie.

 

Cosa deve fare oggi un musicista per parlare davvero al pubblico?

Smettere di pensare di doverlo conquistare con il progetto più originale e inedito. Le persone vanno incontrate nella loro lingua, con le loro esigenze. Ci sono milioni di ascoltatori pronti a lasciarsi appassionare dalla musica classica: il problema non è il pubblico. Siamo noi, quando ci dimentichiamo di metterlo al centro.

 

No comments