di Stefano Teani
Che cosa hanno in comune una giraffa, un accordo del Tristano e Isotta e un direttore d’orchestra alle prese con una partitura? A prima vista, assolutamente nulla. La giraffa appartiene alla biologia, Wagner alla storia della musica, l’interprete all’ermeneutica. Eppure tutti e tre sono vittime dello stesso equivoco: la convinzione che le cose possiedano un significato intrinseco, indipendente dal contesto in cui esistono. Quando ascoltiamo Wagner, per esempio, siamo spesso tentati di attribuire alle sue armonie qualità assolute. Un accordo può essere “rivoluzionario”, una modulazione “geniale”, una soluzione compositiva “superiore”. Analogamente, quando osserviamo la natura, tendiamo a considerare alcune caratteristiche come pregi e altre come difetti: il collo lungo della giraffa, la velocità del ghepardo, la forza del leone. Ma siamo davvero sicuri che il mondo funzioni così?
Nel XIX secolo, quasi contemporaneamente, Richard Wagner e Charles Darwin contribuirono a demolire una visione statica della realtà. Wagner mostrò che il significato di un accordo dipende dalla sua funzione all’interno di un processo musicale, ricordate quante interpretazioni sono state trovate del famoso “Accordo del Tristano”? Darwin dimostrò che il valore di una caratteristica biologica dipende dall’ambiente in cui essa opera. In entrambi i casi, ciò che conta non è l’elemento isolato, ma la rete di relazioni nella quale esso è inserito. Per questo motivo la teoria dell’evoluzione può insegnare qualcosa anche ai musicisti. Non perché una partitura sia un organismo vivente, ma perché il metodo necessario per comprenderla è sorprendentemente simile a quello che Darwin applicava allo studio della natura: osservare prima di giudicare, descrivere prima di classificare, comprendere le relazioni prima di attribuire valori.
Quando si parla di Darwin il dibattito pubblico continua a ruotare attorno a una questione che, dal punto di vista filosofico, è quasi marginale: la parentela tra uomo e scimmia. In realtà la vera rivoluzione introdotta dalla teoria dell’evoluzione non riguarda tanto le origini dell’essere umano, quanto il modo in cui siamo costretti a pensare il concetto stesso di significato. La cultura occidentale, fortemente influenzata dalla tradizione religiosa e metafisica, è abituata a considerare il mondo come una gerarchia di valori. Alcune caratteristiche vengono percepite come pregi, altre come difetti; alcune forme di vita come superiori, altre come inferiori; alcuni comportamenti come virtuosi, altri come degenerati. Darwin introduce una prospettiva completamente diversa. La selezione naturale non conosce categorie morali. Non sa cosa siano il bene, il male, il bello o il brutto. Conosce soltanto la relazione tra un organismo e il suo ambiente: un collo lungo non è un pregio, diventa un vantaggio soltanto in un determinato contesto ecologico. Allo stesso modo, un collo corto non è un difetto, potrebbe rivelarsi una caratteristica vincente in condizioni differenti. La natura, dunque, non giudica: seleziona. Questo spostamento di prospettiva è probabilmente una delle idee più profonde mai prodotte dalla scienza moderna, perché ci obbliga ad abbandonare il linguaggio delle essenze per entrare in quello delle relazioni. Ed è proprio qui che la lezione di Darwin diventa utile per chiunque si occupi di musica.
Pregiudizi musicali
Ogni musicista sa come funziona: apriamo una partitura e ancora prima di leggere la prima nota abbiamo già formulato una serie di giudizi. A partire da quelli preconfezionati sugli stessi compositori: Bach rigoroso e matematico, Mozart elegante e cristallino, Beethoven eroico e bipolare, Mahler monumentale e ironico, Debussy impressionista, Boulez intellettuale. Etichette, queste, che pur contenendo una parte di verità, rischiano di trasformarsi in una gabbia interpretativa. Il pericolo risiede nel cercare nella partitura la conferma di ciò che già sappiamo invece di lasciare che sia la partitura a comunicarci qualcosa. La vera analisi musicale dovrebbe assomigliare molto più all’atteggiamento dello scienziato che a quello del giudice. Il biologo non osserva una caratteristica chiedendosi immediatamente se sia buona o cattiva, cerca innanzitutto di comprendere quale funzione svolga all’interno di un sistema.
Allo stesso modo l’interprete dovrebbe chiedersi quale funzione svolga un determinato elemento all’interno dell’organismo musicale: un accordo dissonante non è bello o brutto, una modulazione improvvisa non è corretta o scorretta, un rallentando non è espressivo in sé, tutto dipende dal contesto.
Prendiamo, per esempio, il citato accordo iniziale del Tristano e Isotta di Wagner. Per decenni è stato descritto come il simbolo della dissoluzione della tonalità. Lo è, ma tuttavia il suo significato non risiede nell’accordo isolato; ci sono innumerevoli esempi dello stesso accordo in Bach o altri compositore precedenti, non si tratta sicuramente di una invenzione di Wagner. Se venisse estratto dal tessuto musicale che lo circonda, infatti, perderebbe gran parte della sua forza. Ciò che lo rende rivoluzionario è la funzione che assume all’interno del processo armonico. Non conta l’agglomerato di note in sé, ma il contesto all’interno del quale si muove, le relazione che instaura coi suoni vicini. Come una mutazione genetica, il suo valore emerge soltanto nel rapporto con l’ambiente circostante.
La tirannia della teleologia
Esiste però una seconda lezione darwiniana ancora più importante. Per secoli la cultura europea ha interpretato il mondo secondo una logica teleologica, cioè finalistica: le cose esistono per raggiungere uno scopo, gli organismi si sviluppano verso una perfezione. La storia è orientata verso una meta, in una visione assoggettata all’idea di progresso (si vedano i numerosi interventi di Galimberti in merito). Darwin distrugge questa visione. Le giraffe non hanno sviluppato il collo lungo perché desideravano raggiungere le foglie più alte. Sono nate variazioni casuali e alcune di esse si sono rivelate vantaggiose in determinate circostanze. L’ordine che osserviamo oggi è il risultato di un processo storico, non di un progetto.
Questa osservazione ha conseguenze enormi anche sul modo in cui interpretiamo la musica. Molto spesso leggiamo una partitura come se conoscessimo già il suo punto d’arrivo: sappiamo che la sinfonia terminerà in modo trionfale o ripiegandosi su se stessa, sappiamo che la fuga arriverà alla stretta finale, che la tensione armonica troverà una risoluzione. Ma per il compositore quel finale non era ancora una certezza, era una possibilità, una fra le infinite altre. Analizzare una partitura significa quindi ricostruire un processo di formazione, non contemplare un oggetto statico; ogni battuta rappresenta un bivio, perché ogni scelta compositiva esclude altre strade possibili. In questo senso la musica, vista dagli occhi di un interprete assomiglia molto più a un ecosistema che a una costruzione architettonica.
Forse il compito più autentico dell’interprete consiste proprio nell’assumere l’atteggiamento del naturalista: non cercare conferme, simboli preconfezionati o imporre significati ma osservare, descrivere, comprendere (etimologicamente cum – prehendere, prendere insieme, racchiudere, cingere). Hans-Georg Gadamer sosteneva che la vera comprensione nasce dall’incontro tra il testo e chi lo legge, non dalla semplice applicazione di regole prefissate. Anche una partitura vive soltanto all’interno di questo dialogo; l’interprete che si avvicina a un’opera con idee troppo rigide finisce per ascoltare sé stesso. Quello che accetta di lasciarsi sorprendere dall’opera può invece scoprire relazioni che non aveva previsto, proprio come il biologo che osserva la natura senza pretendere di insegnarle come dovrebbe funzionare. Forse il contributo più importante di Darwin non è una teoria biologica, ma un metodo intellettuale che ci insegna che il significato non è contenuto nelle cose come una proprietà intrinseca che nasce dalle relazioni, dalla storia, dal contesto
Quando applichiamo questa intuizione alla musica, smettiamo di chiederci se una frase sia bella o brutta, corretta o sbagliata, importante o marginale e cominciamo invece a domandarci perché esista, quale funzione svolga e quali conseguenze produca all’interno dell’organismo musicale. È una differenza sottile, ma decisiva, la stessa che separa il giudice dal ricercatore. E, forse, anche quella che separa l’ascolto superficiale da ciò che Quirino Principe avrebbe definito autenticamente “Musica Forte”.
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