Una sinfonia su pellicola. Intervista a Bruno Monsaingeon.

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di Aurora Anello

«La mia attività musicale si esprime in tre diverse direzioni: che io suoni, scriva un libro o registri un film, sono pur sempre un musicista.»
Regista, scrittore e violinista, Bruno Monsaingeon, 81 anni, parigino, ha consacrato gli ultimi trent’anni della sua carriera alla poliedricità. Sono celebri i suoi numerosi documentari su alcune delle personalità musicali più importanti del XX secolo, tra le quali Glenn Gould, Sviatoslav Richter, David Oistrakh, Yehudi Menuhin, Francesco Libetta, Grigory Sokolov, Maurizio Pollini e David Fray.

Nel 2025 è stato ospite di Cremona Musica International Exhibitions and Festival, dove ha partecipato come membro della giuria alla sesta edizione del PianoLink International Amateurs Competition.

Da dove nasce il desiderio di creare dei film su questi grandi musicisti?
Non avevo talento per la composizione, né mi bastava essere soltanto un interprete. Tuttavia, volevo lasciare qualcosa di permanente. L’occasione è sopraggiunta quando ho incontrato Glenn Gould nel ’72. Fu lui a convincermi di realizzare una serie di film su Johann Sebastian Bach, alla quale seguì una pellicola sullo stesso pianista canadese. Realizzai che quello era diventato il mio modo di comporre. In un film, infatti, la struttura è tanto importante quanto lo è in una sinfonia. La consapevolezza di non avere un talento da compositore è diventata, così, la fonte della mia attività cinematografica.

Ha avuto modo di conoscere i diversi artisti sotto vari punti di vista, non solo da semplice ascoltatore. Che cosa le ha insegnato la realizzazione di queste opere, sia dal lato umano che musicale?
Ho imparato molto da Glenn Gould, perché lui aveva una conoscenza totale della comunicazione musicale. Dirigeva dei programmi radiofonici ed è grazie a lui che ho imparato il montaggio dei film; ne parlammo al telefono per settimane.
Nello stesso periodo ho iniziato la mia intensa attività con Yehudi Menuhin, confluita prima in alcune trasmissioni televisive e poi in ben quindici film. Yehudi era un angelo, il più generoso di tutti. Concepiva il suono non come qualcosa che gli apparteneva ma come qualcosa che doveva condividere. Suonare significava, per lui, fare un regalo.

Lei era già stato membro della giuria per il concorso PianoLink nel 2020. Com’è andata questa edizione?
È stata un’edizione di grande livello. Ho ascoltato interpreti che, pur essendo amatori, hanno dimostrato una preparazione e una sensibilità davvero notevoli. L’atmosfera del concorso è stata stimolante e ricca di entusiasmo. Ho apprezzato molto la qualità musicale e l’impegno di tutti i partecipanti: un’esperienza che conferma il valore di iniziative come questa, capaci di avvicinare alla musica con passione e serietà.

 

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