DUE MUSICHE, DUE MONDI. Il ruolo sociale e cognitivo della musica, tra intrattenimento e pensiero

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di Stefano Teani

Divertire: dal latino de-vertere, volgere altrove, allontanare.”
— Etimologia

Introduzione: musica per pensare, musica per dimenticare.

In un’epoca in cui tutto è immediato e semplificato, anche la musica ha assunto due forme profondamente divergenti — non per genere, ma per funzione cognitiva e sociale.
Esiste una musica che anestetizza, che intrattiene, che “fa passare il tempo”. Ed esiste una musica che risveglia, che spinge a pensare, a sentire, a rielaborare.
È la differenza tra ciò che si ascolta per riempire il silenzio e ciò che si affronta come un’esperienza trasformativa.

Questa distinzione non è un giudizio estetico, ma una lettura funzionale e neuroscientifica del modo in cui la musica agisce sui nostri cervelli. Come vedremo, ha implicazioni profonde anche sul piano sociale, educativo e politico.

 

Due musiche, due cervelli (anzi, tre).

Secondo la teoria dei tre cervelli di Paul D. MacLean (Triune Brain Theory, 1990), il nostro sistema nervoso è strutturato in tre livelli:

  1. Cervello rettiliano (tronco encefalico): responsabile delle funzioni automatiche e istintuali, reattivo ai ritmi, ai pattern, alle stimolazioni primarie.
  2. Sistema limbico: sede delle emozioni, della memoria e delle reazioni affettive.
  3. Neocorteccia: la parte razionale e simbolica, coinvolta nel linguaggio, nell’astrazione, nella riflessione.

La musica di intrattenimento — quella che domina radio, social e ambienti pubblici — tende a stimolare il cervello rettiliano e limbico, mediante:

  • Pattern ritmici semplici e ripetitivi, come quelli delle percussioni (batteria, beat standardizzati);
  • Melodie orecchiabili, prevedibili, che non pongono quesiti;
  • Progressioni armoniche circolari, che evitano tensione e risoluzione.

In questo modo, la musica funziona da anestetico cognitivo: riduce la complessità dell’esperienza interna, aiuta a evadere e spegne le domande.

La musica cosiddetta “classica” — o, come l’ha definita Quirino Principe, musica forte” — agisce invece sulla neocorteccia: interpella, costruisce significati, sfida la linearità. È una musica che non vuole piacere subito, ma portarti altrove.

 

Intrattenimento: ottundere il pensiero, far passare il tempo.

La funzione primaria della musica pop e commerciale è quella di accompagnare il tempo senza lasciar traccia. Il critico musicale Theodor W. Adorno, in Introduzione alla sociologia della musica (1962), scriveva che:

“La musica leggera è fatta per non essere ascoltata. È musica di sottofondo, che riempie il vuoto per evitarne la coscienza.”

Anche studi recenti (Levitin, 2006; Brattico et al., 2013) confermano che la musica di intrattenimento stimola le aree legate al piacere immediato e alla ricompensa dopaminergica, non quelle dellelaborazione semantica o della memoria a lungo termine.

È progettata per essere facilmente digeribile, istantaneamente gratificante e rapidamente dimenticabile. Per questo è usata nei centri commerciali, nei programmi televisivi e sui social: aiuta a non pensare.

 

Musica forte: veicolo di pensiero, linguaggio dellastrazione.

Al contrario, la musica forte è un linguaggio simbolico: non descrive, ma esprime; non intrattiene, ma trasforma.
Beethoven, Mahler, Ligeti, Sciarrino, Pärt — questi compositori non “decorano il tempo”, lo plasmano. Costruiscono microcosmi strutturati in cui ogni elemento ha una funzione precisa.

Questa musica non accade per te, accade con te: ti chiede di partecipare attivamente, di interpretare, di riascoltare. Non basta capirla: bisogna affrontarla. Come un libro complesso, come un’opera d’arte.

Studi neuroestetici (Zatorre & Salimpoor, 2013) hanno mostrato che la musica classica stimola l’integrazione tra aree uditive, prefrontali e limbiche, e che i suoi ascoltatori mostrano maggiore densità sinaptica nellarea dorsolaterale prefrontale, coinvolta nella pianificazione e nel pensiero astratto.

 

Musica classica = élite?

Per molte persone, però, la musica classica è percepita come elitista, difficile, non per me”. Ma da dove nasce questa convinzione?

 

  1. Osservazione sociale: chi fruisce di musica colta spesso appartiene a classi sociali medio-alte.
  2. Costruzione culturale: nelle scuole e nei media, la musica colta è presentata come una disciplina accademica, non come un linguaggio accessibile.
  3. Associabilità con il potere: sapere = potere. Chi sa, domina. Chi ignora, subisce.

“Il sapere è potere.”
— Francis Bacon

 

Ma attenzione: non è la musica colta a essere elitaria, è il sistema educativo a renderla tale. In realtà, la fruizione di arte complessa può (e dovrebbe) essere un atto rivoluzionario e democratico.

Come scrive Piergiorgio Odifreddi (2021), “la cultura non è il privilegio di chi può permettersela, ma l’arma di chi vuole liberarsi”.

 

Intrattenimento come controllo: chi ha interesse a farci divertire?

L’industria dell’intrattenimento — dalla musica pop ai reality — genera miliardi proprio perché mantiene il pensiero a un livello primario.
Un popolo che si anestetizza con musica facile è più controllabile, meno critico, meno propenso al dissenso. In questo senso, ascoltare musica forte, impegnata, che ti costringe a pensare… è un atto politico.

 

“Nulla è più sovversivo di un ascoltatore che rifiuta la passività.”
— Jacques Attali, Bruit: Essai sur l’économie politique de la musique (1977)

 

Il divario culturale tra Italia e Germania (e perché la musica ha un ruolo).

Nel mondo tedesco, la musica è sempre stata al centro del pensiero nazionale. La figura del compositore-filosofo (Wagner, Adorno stesso) ha un valore sociale altissimo. Se lungo le strade italiane si svolge un concerto improvvisato, i primi a fermarsi saranno i turisti tedeschi, e se hanno  con loro dei bambini, resterete stupiti dall’attenzione con cui seguiranno l’evento, mentre i loro coetanei italiani non resisteranno più di pochi minuti.

Non si tratta di esterofilia, si tratta di un fenomeno da comprendere. Quale potrebbe essere una causa? La religione. Nel cattolicesimo (quindi in Italia), la musica liturgica è verticalista, con il fedele spesso passivo. Nel protestantesimo tedesco (Lutero, Bach), la musica è partecipativa: il fedele canta, riflette, interpreta. Non solo, per far questo vengono distribuiti libretti con lo spartito da cantare. Riuscite a pensare di distribuire uno spartito alle anziane signore frequentatrici di chiesa in Italia?

Questo modello ha generato un popolo musicalmente alfabetizzato, abituato a confrontarsi con forme complesse. In Italia, la musica è ancora troppo spesso vista come intrattenimento domenicale, non come veicolo di pensiero (vogliamo ricordare le famose “schitarrate” in chiesa che Muti (giustamente) ha spesso stigmatizzato?

 

A cosa serve allora la musica?

La musica non è solo emozione o bellezza. È una forma di conoscenza.
Come la filosofia, ci aiuta a vedere il mondo da un altro punto di vista. Allenando l’ascolto complesso, sviluppiamo:

 

  • Capacità critica
  • Consapevolezza emotiva
  • Attenzione prolungata
  • Immaginazione astratta

Ecco perché la musica forte è necessaria. Non per snobismo. Ma perché ci salva dall’automatismo. Perché pensare è un atto di resistenza.

 

Conclusione: la scelta è nostra

Ogni giorno possiamo decidere se usare la musica per dormire o per svegliarci.
Non è un caso se le civiltà più evolute hanno dato alla musica un ruolo centrale nella formazione dell’individuo.

La vera domanda non è: “Ti piace la musica classica?”, ma piuttosto: Vuoi restare spettatore o diventare interprete della tua coscienza?”

 

Bibliografia

  • Adorno, T. W. (1962). Introduzione alla sociologia della musica. Einaudi.
  • Attali, J. (1977). Bruit: Essai sur l’économie politique de la musique. Fayard.
  • Brattico, E., Tervaniemi, M., et al. (2013). “Neuroscientific Approaches to Music and Emotion.” Trends in Cognitive Sciences.
  • Levitin, D. J. (2006). This is Your Brain on Music: The Science of a Human Obsession. Dutton.
  • MacLean, P. D. (1990). The Triune Brain in Evolution: Role in Paleocerebral Functions. Plenum Press.
  • Nussbaum, M. (2001). Upheavals of Thought: The Intelligence of Emotions. Cambridge University Press.
  • Odifreddi, P. (2021). La democrazia non esiste: Critica della ragione populista. Rizzoli.
  • Principe, Q. (2005). Lanima e le forme della musica. Bompiani.
  • Zatorre, R. J., & Salimpoor, V. N. (2013). “From perception to pleasure: Music and its neural correlates.” Trends in Cognitive Sciences.

 

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